Kaspersky l'ottimista

Eugenio Cau

Il miliardario russo famoso per il software antivirus dice che la pandemia non ci cambierà, ed è entusiasta per il futuro digitale che ci aspetta

Questa non è la prima pandemia globale della storia umana, né la prima ad aver provocato tragedie in molte nazioni. Ovviamente ricordiamo la Morte nera nel Medioevo, ma per esempio chi si ricorda dell’influenza di Hong Kong del 1968-’69? Morirono tra uno e quattro milioni di persone (per il Covid-19 le vittime finora sono state meno di mezzo milione, ndr), ma dopo la fine del virus il mondo non è cambiato. Prima ancora ci fu l’influenza spagnola. Il mondo è cambiato con la spagnola? Non lo possiamo sapere, perché era in corso la Prima guerra mondiale e c’erano sconvolgimenti ovunque, ma la storia delle pandemie ci insegna che quando finiscono il mondo torna come era prima”.

 

Chi si ricorda la pandemia nata a Hong Kong nel ’68? Fece più morti nel mondo di quanti ne ha fatti il coronavirus, e poi?

Eugene Kaspersky parla al Foglio dal salotto di casa sua (e il Foglio parla a Kaspersky dal salotto della propria, di casa), ovviamente in videoconferenza, e anche se l’effetto è straniante il famoso esperto russo di cybersicurezza è molto ottimista su come sarà il mondo post Covid: uguale a quello pre Covid, o quasi. “Quando la pandemia sarà finita, tutto tornerà esattamente com’era prima. Torneremo a fare i viaggi, le conferenze, gli eventi, perché nulla può rimpiazzare la comunicazione di persone, e gli esseri umani non sono fatti per guardarsi l’un l’altro attraverso uno schermo”. A questo punto Kaspersky si avvicina pericolosamente alla telecamera del suo computer e riempie tutta l’inquadratura con la sua faccia, per rendere l’idea, poi si mette a ridere.

 

Eugene Kaspersky, 54 anni, nato a Novorossiysk, studi alla scuola tecnica del Kgb, quando ancora il Kgb esisteva e se eri un russo con un buon cervello per la matematica non c’era altro posto dove addestrarlo, è uno dei personaggi più noti e interessanti della scena tecnologica europea e mondiale. E’ famoso per Kaspersky Lab, l’azienda che produce il programma antivirus che probabilmente gira sul vostro computer, e che ha reso Eugene un miliardario. E’ famoso anche perché è l’unico imprenditore tecnologico russo che è stato in grado di farsi strada in occidente. Con il guastarsi dei rapporti internazionali, anche Kaspersky ha avuto problemi, nel 2017 il presidente americano Donald Trump ha ordinato la rimozione dei suoi software da tutti i computer federali a seguito di accuse di hackeraggio della Nsa che l’azienda ha sempre rigettato. Ma con sedi in tutto il mondo e quasi quattromila dipendenti, Kaspersky è una delle voci più importanti del panorama tecnologico e ha alcune idee interessanti su come il Covid-19 cambierà e soprattutto non cambierà il mondo.

   

In questi mesi abbiamo sentito dire molto spesso che il coronavirus sarà una rivoluzione per il nostro stile di vita: la gran novità dello smart working, con la conquista della flessibilità e i luoghi di lavoro che cambieranno faccia, i rapporti personali mutati con le videochiamate, l’intrattenimento sempre più via streaming e sempre meno di persona, l’istruzione che si sposta dalle classi agli schermi e così via. Molte aziende l’hanno detto in comunicati pieni d’orgoglio: a causa del coronavirus in pochi mesi abbiamo realizzato processi di digitalizzazione che nei nostri piani originari sarebbero durati anni, e per questo molti si sono convinti che il mondo che troveremo alla fine del virus, quando finalmente avremo scoperto una cura o un vaccino o quando sarà avvenuta una mutazione, sarà un mondo sensibilmente diverso, molto più tecnologico e forse perfino migliore.

  

L’idea di Kaspersky, al contrario, è che il coronavirus è un piccolo acceleratore. Stringe l’indice e il pollice uno vicino all’altro quando lo dice, per rafforzare il concetto: “Alcune tecnologie saranno accelerate, ma sarà una piccola spinta, non un salto enorme. La rivoluzione digitale è in corso da decenni, la pandemia le darà una mano, ma non penso che le traiettorie cambieranno enormemente”.

  

Ad aprile gli hacker hanno fatto attacchi informatici come non mai, grazie al Covid. Poi a maggio si sono fermati: troppo bottino

Per esempio, nella sicurezza digitale Kaspersky non vede cambiamenti strutturali, piuttosto delle falle che purtroppo i cybercriminali sono stati pronti a sfruttare. “Il cybercrimine non è stato danneggiato dal coronavirus, la maggior parte dei criminali lavora a casa da sempre, loro sono abituati. Al contrario il fatto che molte aziende abbiano spostato il proprio lavoro da remoto le ha rese più esposte, perché non tutte sono state in grado di sviluppare nelle case dei singoli dipendenti lo stesso livello di sicurezza che hanno in ufficio. Ci sono buoni metodi per proteggere il lavoro da casa ma non tutte le aziende hanno le risorse per metterli in campo. I criminali attraverso i computer di casa sono riusciti a entrare nei network delle aziende e a fare danni importanti. Aprile è stato il mese peggiore, l’aumento dei cybercrimini è stato impressionante: in alcune regioni gli attacchi alla sicurezza di rete (quando gli hacker cercano di entrare nel network di un’azienda e di prenderne il controllo, ndr) sono aumentati di 10 volte. Poi in maggio c’è stata una sorpresa. Gli attacchi hacker sono diminuiti, sono perfino scesi sotto il livello pre Covid. Per ora possiamo solo fare delle ipotesi, ma la mia è che i cybercriminali hanno avuto una stagione di pesca così buona ad aprile e hanno fatto così tante vittime che a maggio hanno deciso di rallentare”.

 

Il coronavirus ha creato un’occasione, ma “non ha davvero accelerato la complessità degli attacchi hacker”, dice Kaspersky. Il cambiamento non è strutturale. “I fattori chiave del cybercrimine sono politici e non riguardano la pandemia”. Il problema, spiega l’esperto russo, è che i crimini digitali sono globali. Non hanno frontiere, e le istituzioni che li contrastano devono basarsi su una cooperazione internazionale fortissima e costante. “I collegamenti tra le agenzie di cyberpolizia nel mondo erano forti negli anni 2000 e all’inizio degli anni Dieci, ma adesso da quello che mi pare di capire sono praticamente in rovina. Così è molto più difficile investigare i casi internazionali e colpire gli hacker di alto livello, quelli più pericolosi”.

  

Kaspersky distingue tra due tipi di hacker. Quelli “junior”, “che sono come gli scippatori per strada: non hanno molto talento ma sono tanti”. E poi i professionisti, che “sono pochi ma hanno anni di esperienza alle spalle, spesso lavorano in gruppo e sono in grado di lanciare attacchi sofisticati, che non colpiscono tanto gli individui e le piccole imprese quanto le multinazionali, le compagnie finanziarie, in alcuni casi interi settori industriali. E il più grande acceleratore di questi fenomeni non è la pandemia, ma l’assenza di coordinamento politico”.

  

Il mancato coordinamento è evidente quando si parla di tutto ciò che è digitale. Un tempo si pensava che internet avrebbe unito il mondo, e c’è ancora chi, come Mark Zuckerberg di Facebook, vede nella connessione un valore per sé. Ma oggi internet è sempre più diviso, e la tecnologia è oggetto di guerre e contese. La Cina, dopo aver innalzato un “Great Firewall” che non consente ai suoi cittadini di consultare gli stessi siti internet del resto del mondo, sta cercando di costruire un’infrastruttura di internet a sua immagine e somiglianza. Progetti simili sono in corso anche in Russia, altri paesi come il Brasile hanno espresso interesse. Si parla spesso di questi fenomeni come di “cyber balcanizzazione”, la grande divisione di internet, ma Kaspersky ritiene che ciò che sta succedendo ha a che vedere soprattutto con la sicurezza e la sovranità, e che sia in un certo senso “naturale”, perché dipende dai ritmi dello sviluppo delle tecnologie. “In modo sempre crescente nei prossimi anni, le tecnologie saranno trasportate dal cloud”. Kaspersky immagina un futuro non tanto remoto: “Al mattino ti svegli, accendi la luce, accendi la tv, apri il frigo, e tutti questi device saranno comandati dal cloud. Ti svegli e il tuo sistema domestico sa già che deve prepararti la colazione, e che nel giro di 30 minuti sarai pronto a uscire e avrai bisogno di una vettura autonoma per andare al lavoro. Il sistema saprà quali dei tuoi vicini di casa escono alla stessa ora per condividere la vettura. Esci da casa e la macchina sarà già lì, connessa al cloud. Poi arrivi in ufficio e il tuo lavoro sarà ottimizzato mediante il cloud. Il cloud sarà in grado di gestire la nostra vita personale, la città, il traffico, la produzione industriale. I sistemi informatici domineranno l’economia nazionale, sono costosi ma aumenteranno ricchezza e produttività”.

 

Quando le nazioni diventeranno cyber-nazioni, i dati si trasformeranno in un bene essenziale, protetto più dell’oro

Kaspersky è entusiasta mentre immagina questo futuro fatto di vetture a guida autonoma e sistemi industriali integrati digitalmente. “Ma se le nazioni diventano cybernazioni, è evidente che i dati che sono raccolti da questi sistemi sono strategici. Se il sistema digitale nazionale è danneggiato o paralizzato è una catastrofe. Se un giorno tutti i veicoli autonomi di un paese smettono di funzionare è il collasso. E’ per questo che tutte le nazioni o tutte le regioni, come per esempio l’Unione europea, vogliono tenere i dati all’interno dei loro confini. Vogliono essere sicuri al cento per cento delle tecnologie che utilizzano, siano esse sviluppate in patria o all’estero. La tecnologia ormai è una questione di sicurezza nazionale e di economia nazionale”. Per questo, dice Kaspersky, i dati raccolti dai suoi software per la sicurezza danno la possibilità di conservare i dati dentro ai confini di ciascuna area geografica. Ma internet non cambierà: l’accesso ai siti web sarà lo stesso, così come i protocolli e i cavi sottomarini che trasportano i dati. La separazione delle reti, sostiene Kaspersky, si verificherà soltanto al livello più alto dell’informazione.

  

Sulle elezioni online l’informatico russo contraddice il consenso degli esperti e dice: sono possibili, si faranno presto

L’entusiasmo di Kaspersky per il futuro è tale che ogni tanto va perfino contro il consenso degli esperti. Parlando di coronavirus, infatti, l’imprenditore russo sostiene che una delle poche innovazioni a cui la pandemia da Covid-19 darà impulso sarà la messa online dei servizi pubblici, comprese le elezioni. Ora, se c’è una cosa che gli esperti di sicurezza dicono quasi in coro è che fare le elezioni online è da evitare, sulla base del vecchio adagio per cui nessuna tecnologia è sicura al cento per cento. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono polemiche importanti sulle macchine per il voto, perché secondo gli esperti non sono sicure a sufficienza anche se non sono collegate a internet: meglio carta e matita. Immaginare un sistema di votazione che non soltanto è elettronico ma pure online fa venire la pelle d’oca alla maggior parte degli informatici. Ma Kaspersky è trionfante. “Abbiamo la soluzione”, dice, spiegando come il suo Lab abbia sviluppato un sistema sicuro, trasparente e anonimo di voto da remoto, dal computer o dal telefono cellulare, che utilizza la blockchain e che sarebbe estremamente complicato e costoso da violare. “A settembre dell’anno scorso c’è stata l’elezione per la Duma locale di Mosca e in tre distretti si è votato con un prototipo del nostro sistema di elezione online. I cittadini sono comunque andati alle urne per sicurezza, ma dal punto di vista tecnico avrebbero potuto tranquillamente votare da casa”, dice Kaspersky.

 

Randall Munroe, un ingegnere diventato famoso per la striscia a fumetti Xkcd, in una delle sue vignette raffigura due ingegneri informatici che si mettono a urlare di terrore quando sentono parlare di un software elettorale che usa la blockchain, e rappresenta bene il consenso generale nei confronti delle elezioni online. Chiedete a un esperto italiano cosa pensa della sicurezza di Rousseau, il sistema di voto online del Movimento 5 stelle, e si metterà a ridere. Ma Kaspersky non si tiene, ed è convinto che di qui al 2021 assisteremo alle prime elezioni generali online, e che saranno sicure e senza intoppi. Con questa fiducia sconsiderata ed entusiasta nei confronti del futuro, Eugene Kaspersky assomiglia molto ai suoi colleghi americani della Silicon Valley.

 

 

Questo articolo è stato aggiornato per correggere un'imprecisione sul luogo di conservazione dei dati dei software di Kaspersky Lab.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.