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La vendetta di Travis

Il controverso fondatore di Uber, cacciato dalla sua azienda, vende azioni e medita contromosse

29 Dicembre 2019 alle 06:00

La vendetta di Travis

Travis Kalanick (foto Wikimedia)

Milano. Travis Kalanick è il cofondatore di Uber, è stato il ceo della compagnia fino al 2017 e ha contribuito a cambiare il mondo. E’ ancora troppo presto per dire se il cambiamento sia stato in meglio o in peggio, ma senza Kalanick non avremmo avuto i servizi di ride hailig e la gig economy, o forse li avremmo, ma sarebbero molto diversi da come sono oggi. Kalanick ha creato Uber e soprattutto il modello Uber, quell’idea infinitamente riproducibile per cui quando si inserisce una app tra il lavoratore e il datore di lavoro i rapporti si disintermediano, i costi si abbassano, la flessibilità aumenta e si aprono infinite possibilità. Kalanick ha anche portato alle estreme conseguenze uno stile di business brutale che di certo non ha inventato lui (indimenticabile il motto di Facebook: “Move fast and break things”): sotto Kalanick, Uber era un luogo di lavoro tossico e machista, dove le donne erano maltrattate e sminuite e dove i driver erano trattati come pedine spendibili, tanto che Kalanick fu ripreso in video mentre insultava un autista di Uber. Altri scandali riguardarono il fatto che sotto la direzione del suo ceo Uber creava sistemi informatici pensati apposta per evitare i controlli delle autorità sull’azienda. Kalanick divenne così tossico che fu costretto a dimettersi dal ruolo di ceo nel 2017, e da allora – è facile immaginarlo – ha meditato vendetta.

 

In questi giorni, due anni dopo essere stato scaricato da Uber per ovvie ragioni, Kalanick ha tagliato tutti i rapporti con la sua vecchia creatura. Dapprima ha venduto tutte le sue azioni. A novembre è scaduto il blocco della vendita delle stock option e Kalanick ha cominciato gradualmente a liberarsene. Secondo le stime del New York Times, ha venduto giovedì l’ultima azione e ne ha ricavato un gruzzolo di circa 2,5 miliardi di dollari. Il giorno della vigilia di Natale, inoltre, Kalanick ha abbandonato il suo posto nel consiglio di amministrazione di Uber, che ancora deteneva nonostante la cacciata. In un comunicato congiunto e relativamente cordiale, si legge che Kalanick ha lasciato il cda di Uber per dedicarsi “al suo business e ad attività caritatevoli” (sulla questione del “suo business” ci torneremo tra poco).

 

La prima vendetta di Kalanick è relativamente semplice: ha abbandonato la barca di Uber proprio mentre ha cominciato a navigare in cattive acque, e l’abbandono gli è fruttato un sacco di soldi. L’èra Kalanick, a Uber, è stata infatti quella della crescita record e dei finanziamenti senza fondo dei venture capital. Kalanick predicava la necessità di espandersi in più mercati possibile, e per farlo ha bruciato montagne di denaro. Quando se n’è andato, la crescita ha cominciato a rallentare e il denaro a scarseggiare. Non è da sottovalutare anche il fatto che Kalanick avrà sì dato vita alla gig economy, ma non ha trovato un modo per renderla profittevole, per ora. Uber si è quotato in Borsa a maggio e da allora è diventato uno dei peggiori titoli della storia americana per quantità di denaro bruciate sul mercato, e certamente Kalanick se la starà ridendo all’idea di essersi lasciato alle spalle una casa in fiamme.

 

L’altra vendetta riguarda il suo nuovo business. Si chiama CloudKitchens e se n’è cominciato a parlare nell’autunno di quest’anno. Usando tra l’altro fondi che vengono dall’Arabia Saudita, Kalanick ha affittato capannoni in giro per mezzo mondo (Stati Uniti, Regno Unito, Singapore, Corea del sud) e li ha arredati con cucine per creare dei ristoranti che lavorano esclusivamente da asporto, usando i servizi delle compagnie di consegne come GrubHub e UberEats. CloudKitchens è un grande magazzino Amazon della ristorazione. Quando un cliente ordina via app cibo indiano, le pietanze non arrivano da un vero ristorante indiano con tavoli e sedie, ma da una cucina dentro a un capannone. Queste cucine si chiamano “dark kitchen” e sono già in uso da molte compagnie, ma la versione di Kalanick sembra particolarmente di successo: negli Stati Uniti il 20 per cento degli ordini di UberEats viene preparato in cucine di CloudKitchens.

E dunque è facile speculare quale potrebbe essere la prossima vendetta: e se Kalanick decidesse di comprarsi un’azienda di consegne e cominciasse a fare la guerra a UberEats, che è la sezione in maggior crescita dentro a Uber? Ci sono ottime possibilità che Kalanick non veda l’ora di applicare il principio della disruption alla sua vecchia creatura.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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