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Il Parlamento Uk è la punta di lancia della battaglia anti Facebook

Eugenio Cau

La commissione Digitale, Cultura, Media e Sport ha pubblicato un documento durissimo contro Facebook, in cui l’azienda e il suo ceo, Mark Zuckerberg, sono definiti dei “gangster digitali”

Milano. La commissione Digitale, Cultura, Media e Sport del Parlamento britannico ha pubblicato ieri un documento durissimo contro Facebook, in cui l’azienda e il suo ceo, Mark Zuckerberg, sono definiti dei “gangster digitali” e in cui si chiede con forza una regolamentazione indipendente delle grandi aziende di internet e in particolare dei social network. Il documento, che è lungo oltre cento pagine, è il risultato finale di un’indagine durata 18 mesi, durante i quali sono stati sentiti 73 testimoni e sono state poste 4.350 domande. Il lavoro della commissione si è concentrato su due aspetti: il caso Cambridge Analytica, e l’influenza di Facebook come propalatore di fake news specie in contesti sensibili come le elezioni, e il trattamento dei dati personali degli utenti, che è il cuore del modello di business del social network. In entrambi, Facebook ne esce malissimo.

 

Con una certa stizza, i parlamentari inglesi scrivono anzitutto che Zuckerberg ha mostrato “disprezzo” per l’istituzione legislativa che rappresentano decidendo di non presentarsi a rispondere alle loro domande nonostante tre differenti inviti. Al suo posto, Zuckerberg ha inviato dei sottoposti di basso rango che non erano preparati a rispondere alle domande e che, in qualche caso, hanno perfino dato risposte fuorvianti.

 

Con questi trascorsi poco piacevoli, la commissione lancia diverse accuse circostanziate. Per esempio, riguardo al caso Cambridge Analytica, rivela che “tre manager di alto profilo” sapevano della gigantesca violazione dei dati di Cambridge Analytica, che usò senza permesso i dati personali di milioni di utenti per cercare di influenzare le elezioni, prima delle rivelazioni giornalistiche, al contrario di quanto sempre detto da Facebook: se tra questi tre ci fosse anche Zuckerberg, significherebbe che il ceo di Facebook ha mentito al Congresso americano durante la sua deposizione dell’anno scorso. “Lungi dall’agire contro queste app ‘losche’ e ‘irregolari’ (come quella di Cambrigde Analytica, ndr)… Facebook ha lavorato con queste app come parte intrinseca del suo modello di business”, si legge nel report, che insiste molto su questo tema: “Facebook continua a preferire il profitto alla sicurezza dei dati, e si prende dei rischi pur di dare la priorità al suo obiettivo di fare soldi dai dati degli utenti”.

 

Per quanto riguarda le interferenze elettorali, la commissione scrive che Facebook ha fallito nel tentativo di tenere fuori le influenze specie di attori malevoli russi; per quanto riguarda la protezione dei dati e il modello di business, la commissione sostiene che Facebook abbia violato le leggi sulla protezione dei dati e sulla competitività (Facebook in un comunicato ha negato). “Le dichiarazioni di Mark Zuckerberg secondo cui ‘Facebook non ha mai venduto i dati di nessuno’ sono semplicemente false”, si legge.

 

Le raccomandazioni dei parlamentari sono incisive e di ampio raggio. L’Antitrust dovrebbe indagare sulle pratiche antimercato di Facebook; la commissione per la protezione dei dati dovrebbe aprire un’indagine; il governo dovrebbe cambiare la propria legge elettorale, che attualmente è esposta alle influenze digitali; le leggi sulla privacy dovrebbero essere rese più stringenti; bisogna creare un’autorità indipendente che sorvegli l’adesione delle società tecnologiche a un codice etico obbligatorio; e se alla fine si scopre che Facebook è un monopolio, dovrebbe essere spezzato. In generale, il senso del documento della commissione parlamentare britannica è che Facebook non è in grado di autoregolarsi, e che per questo l’autorità deve intervenire per evitare ulteriori danni. “Non bisognerebbe consentire a compagnie come Facebook di comportarsi come ‘gangster digitali’ nel mondo online e di considerarsi al di sopra della legge”.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.