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Dopo l'accordo con Sky l'altro colpo grosso di Netflix sono gli anime

Giulia Pompili

Perché il servizio streaming ha iniziato a reclutare registi e produttori made in Japan

Roma. C’è stato un tempo in cui le serie tv, o comunque tutti i prodotti che venivano confezionati per la televisione, erano considerati secondari, subalterni, niente in confronto alla cultura alta del grande schermo. C’è stato un tempo in cui gli anime, cioè l’animazione giapponese, era considerato dagli occidentali un prodotto per spostati, per nerd, da relegare alle bizzarrie culturali del mondo nipponico. Ma oggi tutto sta cambiando, e per capire dove va il mercato bisogna guardare alle operazioni delle grandi piattaforme streaming.

 

Funziona più o meno allo stesso modo nella musica: mentre nei negozi di dischi tornavano i vinili, Spotify si arricchiva grazie a nuovi generi sconosciuti alla cultura regolamentare, tipo la trap, e gli ascolti venivano trainati dal K-pop, le canzonette coreane – e infatti è finita che la società di streaming svedese si quota a Wall Street e punta ad arrivare al miliardo di dollari con la vendita delle azioni, mentre con i vinili è ancora difficile mettere insieme il pranzo con la cena.

 

Insomma, come sempre è il mercato che fornisce le regole. Dopo la notizia del grande accordo, quello con Sky Europa – a partire dal 2019 gli abbonati Sky potranno sottoscrivere un pacchetto con il quale accedere anche a tutti i contenuti Netflix – non c’è da stupirsi se Netflix ha annunciato per il 2018 il più grande investimento di sempre sugli anime. E così, dopo aver scippato alla televisione occidentale Shonda Rhimes e Ryan Murphy, nell’ottobre scorso la piattaforma californiana ha reclutato Taito Okiura, un nome noto nella produzione giapponese, prima dipendente della Gonzo (una delle case di produzione di anime più famose del mondo) e poi fondatore nel 2007 della David Production, in seguito acquistata dalla Fuji Tv. Con un manager come lui alla direzione del settore anime, Netflix non vuole soltanto riproporre prodotti già confezionati ma produrne di nuovi, originali, in casa – l’investimento della società è passato da 6 miliardi di dollari nel 2017 a 8 miliardi quest’anno, dedicati esclusivamente alla fattura di prodotti originali.

 

Sui settecento nuovi titoli targati Netflix previsti sulla piattaforma streaming per il 2018, trenta saranno nuovi anime, e rivolti non solo al pubblico giapponese: pur essendo la Netflix Japan quella più fornita ormai già da qualche mese – ha superato per numero di titoli anche quella americana – il 90 per cento del traffico sulle serie anime che sono già in catalogo non viene dal Giappone. In un’intervista a Taito Okiura di qualche giorno fa, pubblicata sul Japan Times, il produttore spiega l’enorme possibilità che si apre con gli investimenti di Netflix, e lo fa con un esempio: “Devilman Crybaby” di Masaaki Yuasa. Scriveva qualche mese fa sul manifesto Matteo Boscarol, saggista e critico tra i più esperti di cose giapponesi: “L’animatore e regista che si è rivelato al pubblico nel 2004 con ‘Mind Game’ è a tutt’oggi qualcosa di completamente diverso e quasi impensabile nell’animescape nipponico, più contiguo alla sperimentazione animata prodotta al di fuori dei confini giapponesi, ma anche a quella dell’arcipelago, come il lavoro di Koji Yamamura o Kunio Kato”. Masaaki Yuasa è uno sperimentatore, uno dei registi di anime più importanti, in un settore dove già da decenni la differenza tra serie tv e lungometraggi praticamente non esiste. Spiega Taito Okiura che il suo “Devilman Crybaby” (adattamento del capolavoro “Devilman” di Go Nagai, un manga degli anni Settanta) è stato acclamato dal pubblico e dalla critica perché quel prodotto “non potrebbe esistere senza la sua esplicita violenza e l’erotismo”, e mantenere quel tipo di “libertà artistiche” è stato possibile “solo grazie a Netflix” che, secondo Okiura, “ha permesso al regista Yuasa Masaaki di riportare sullo schermo il nichilismo che esiste nel manga di Nagai, ma che fu eliminato nella sua prima messa in onda come serie tv di supereroi per bambini, nel 1972”. Per imparare a scrivere storie che vendano, Netflix insegna, non ci sono solo i prodotti americani.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.