Il dibattito parte da prospettive sbagliate
Davvero possiamo accettare di perdere la nostra privacy in cambio di maggiore sicurezza? Il caso Apple, il terrorismo, il nuovo Patriot Act e poi il caos grillino. Girotondo di opinioni

Si prenda il caso di Juniper Networks, società americana che costruisce apparati di gestione di rete per privati e istituzioni, tra cui istituzioni americane. A dicembre dell’anno scorso Juniper ha scoperto due backdoor nel software dei suoi apparati; alcuni esperti hanno suggerito, senza mai confermare definitivamente, che proprio l’americana Nsa potrebbe essere responsabile indiretta di queste backdoor. E persino il dipartimento della Difesa è stato coinvolto in furti di dati di 21,5 milioni di lavoratori federali e contenenti impronte digitali di 5,6 milioni di persone. Alcuni ritengono che nel suo tentativo di ottenere più informazioni, l’Nsa potrebbe aver involontariamente danneggiato la sicurezza. La discussione attuale nella politica e sui media, dunque, è piuttosto superficiale dal punto di vista tecnico. Il dibattito è molto emotivo, ed è difficile mettere a fuoco il fatto che un aumento della quantità dei dati a disposizione dei servizi non significa necessariamente maggiore sicurezza. Si conti inoltre che è stata l’Fbi a determinare le condizioni per non avere in automatico tutte le informazioni del terrorista di San Bernardino, facendo cambiare ad Apple la password della cloud dell’utente nei primi giorni dopo l’attentato. E’ un errore banale, che non ci si aspetterebbe da persone con adeguata formazione e con processi controllati. La sola Apple ha venduto 900 milioni di iPhone. E se un simile errore banale accadesse con le chiavi della loro porta di servizio?
Stefano Quintarelli è deputato del Gruppo misto, e imprenditore nel settore delle telecomunicazioni
(testo raccolto dalla redazione)
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