cerca

Su cosa investono (e perché) i venture capital dietro al succeso delle nuove imprese italiane

Eos, azienda biofarmaceutica, non è l’unico grande successo del made in Italy. Un altro fiore all’occhiello è il grafene: un nuovo materiale sottile come uno strato di atomi, resistente come un diamante, flessibile come la plastica e richiestissimo sul mercato.

27 Ottobre 2016 alle 06:16

Su cosa investono (e perché) i venture capital dietro al succeso delle nuove imprese italiane

Si ricordava nel numero scorso della rubrica il caso di Quantica: il primo gruppo di venture capital italiano, creato nel 2002 su iniziativa congiunta di Istituto nazionale di fisica nucleare, Cnr e governo. Forte ruolo pubblico, in base a quella che abbiamo definito la terza legge delle start up, e forti perdite, secondo la seconda. Ma procedendo per tentativi si capì che il tipo di filiera esistente in Italia consigliava di dedicarsi al biotech piuttosto che al digital, si investì negli antitumorali, e si trovò una molecola promettente, che Silvano Spinelli riuscì a mettere a punto dopo un viaggio in Cina. Nacque così Eos: azienda biofarmaceutica che nel 2014 è stata rivenduta all’americana Clovis Technology per 400 milioni di euro, riuscendo così, con l’unica idea che aveva funzionato, a compensare le perdite per quelle che avevano fallito, e a guadagnarci pure parecchio. Nel 2011 Quantica aveva intanto preso il nome di Principia, che tuttora si presenta come primo gruppo di venture capital italiano. Ha come gestore Antonio Falcone, cui questa rubrica ha già dedicato un ritratto, e gestisce tre fondi che hanno finanziato una quarantina di start up.

 

Ma Eos non è l’unico grande successo del made in Italy. Un altro fiore all’occhiello è il grafene: un nuovo materiale sottile come uno strato di atomi, resistente come un diamante, flessibile come la plastica e richiestissimo sul mercato, di cui dal giugno del 2014 il più grande centro di produzione europeo è in un ex cotonificio vicino a Como. Brevetto al 100 per cento italiano, nato al parco scientifico tecnologico ComoNext di Lomazzo: dietro a queste Officine del grafene c’è DirectaPlus, una start up nata nel 2005, e che era stata uno dei 23 investimenti di Ttventure. Quest’ultimo è un fondo di venture capital da 64 milioni di euro che era stato sottoscritto dalle maggiori fondazioni bancarie italiane, e che era stato promosso nel 2008 da Quadrivio, una società di gestione del risparmio fondata nel 2000 e specializzata in investimenti alternativi.

 

Ttventure aveva in portafoglio anche Vertis: società di gestione del risparmio indipendente con sede a Napoli nata nel 2007, cui fa tra l’altro capo il fondo di venture capital Vertis Venture, con un patrimonio da 25 milioni. Nel maggio del 2009 anche Intesa Sanpaolo è entrata nel settore con i fondi Atlante Ventures e Atlante Ventures Mezzogiorno: entrambi con una dotazione di 25 milioni, ma nel primo caso interamente sottoscritta da Imi Investimenti spa, mentre nel secondo caso metà della somma era fornita dal dipartimento per l’Innovazione e le tecnologie del ministero dell’Innovazione. Nel luglio del 2011 seguì il fondo Atlante Seed, con una dotazione di 10 milioni. Lo scorso maggio, infine, i tre fondi Atlante sono stati fatti confluire con Quadrivio: 40 per cento per Intesa Sanpaolo, 40 per Quadrivio, 20 per il management team guidato da Davide Turco, obiettivo di raccolta 120 milioni. Ed è questo il gruppo che sfida il primato di Principia ex Quantica. Ad aprile Intesa Sanpaolo aveva nel frattempo dato un miliardo a un altro Fondo Atlante creato dal governo con l’obiettivo di salvare le banche in crisi.

 

Nessun duopolio

 

Ma non è duopolio. Un altro miliardo a questo Fondo Atlante lo ha dato infatti Unicredit, che dal 2014 si è a sua volta dotata di un programma di accelerazione chiamato Start Lab, e ha anche investito in alcune start up direttamente. Lo scorso luglio la Banca d’Italia ha poi dato il suo ok a Primomiglio sgr di Gianluca Dettori: singolare figura di musicista trasformatosi in venture capitalist, a partire da quel fondo Vitaminic che nel 1999 fu il primo distributore discografico digitale in Europa. Dopo aver lanciato nel 2006 dPixel, società di venture capital per le internet start up, ha annunciato ora un investimento da 50 milioni per 200 start up nei prossimi cinque anni.

 

Esiste invece dal luglio 2008 la sigla di Invitalia-Agenzia nazionale per gli investimenti e lo sviluppo d’Impresa spa, anche se in realtà si tratta di un nuovo nome per quella Sviluppo Italia spa che era stata creata dal governo D’Alema nel 1999. Partecipata al 100 per cento dal ministero dell’Economia, gestisce quasi tutte le agevolazioni dello stato a imprese e start up innovative, oltre a fornire un supporto tecnico alla Pubblica amministrazione. E dal 2013 c’è anche Luiss Enlabs: cofondatori la Luiss e l’LVenture Group di Luigi Capello, lavora in seed e early stage e ha in portafoglio una quarantina di start up.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi