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Il calcio andato in fumo
Il pallone sta facendo delle figure che definire ridicole è poco, mostrando una inadeguatezza che in maniera fatale si è rivelata proprio nei giorni in cui calcio e tennis si sono dati appuntamento a Roma, con la finale di Coppa Italia, il derby della Capitale, e insieme gli Internazionali
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16 MAY 26

Foto Ansa
Nebbie dantesche si aggiravano dentro il campo centrale del Foro Italico nella notte. Ostruivano il gioco di due giovani talenti, lo spagnolo Jodar e l’italiano Darderi. Si impose una pausa dentro la quale Darderi, per sua e nostra fortuna, non disperse alcuna energia. Il calcio, preoccupato di quanto stava accadendo a poche centinaia di metri dal lui, attraversando gli antichi marmi del Foro, provava con il suo fumo rabbioso a fermare uno sport che ormai lo sta quasi ridicolizzando. È stata la metafora amici, la metafora del calcio perduto e per questo invidioso, contro il tennis ritrovato.
Un tempo, anni Settanta, i due sport viaggiavano quasi a braccetto e io stesso, bambino, non sapevo che cosa praticare. Da una parte Antognoni, dall’altra Panatta, questi i miei due idoli. E così tanti come me. Oggi, dopo cinquant’anni di dominio calcistico, la bilancia pende decisamente dalla parte del tennis. Il merito è senza dubbio di Sinner, nato a otto chilometri circa da quella terra che ci avrebbe fatto raccontare tutta un’altra storia, e di una governance (whatsamerica!) tennistica in grado di sostenere prima e sfruttare poi la manna dai capelli rossi caduta dal cielo. Ricordo Rino Tommasi chiedere tanti anni fa: “Che succederebbe al calcio se nascesse un italiano in grado di vincere gli Slam?” Profetica domanda, Rino, a cui non hai fatto in tempo a rispondere.
Provo a farlo io, che forse ero degno soltanto di legarti le scarpe. Succede che il calcio sta facendo delle figure che definire ridicole è poco, mostrando una inadeguatezza che in maniera fatale si è rivelata proprio nei giorni in cui calcio e tennis si sono dati appuntamento a Roma, con la finale di Coppa Italia, il derby della Capitale, e insieme gli Internazionali. Ed è successo che il tennis, forte delle sue storie ormai appassionanti e variegate, dal “ritardatario” Pellegrino a Darderi, l’italiano sudamericano, fino all’inossidabile Sinner, ha messo in un cantuccio lo sport sin qui più popolare d’Italia, confinandolo dentro il reticolo del tifo, che resiste in quanto immerso nella cultura di chi vuole trovare sempre un modo per dividersi. Il calcio ha perso la sua bellezza intrinseca, ripiegata in nostalgiche figurine mancanti (ah Beccalossi!), mentre l’oggi vibra di scelte politiche disarmanti (il teatrino con la prefettura sugli orari della 37esima ad esempio), di scontri intestini nel Milan, di penosi intrighi arbitrali, e di un dominio interista che se da un lato riduce a mera passeggiata la competizione, per lo meno ci riconcilia con il calcio giocato come si deve.
Il tennis invece, scavalcata la rete di ogni frusta retorica, ci conduce all’interno di un mondo fatto di lotta, di vittorie, di sconfitte, di colori rossi (la terra), azzurri (il cemento) e verdi (l’erba), che rappresentano il magico arcobaleno nel quale ci stiamo perdendo per tornare bambini, dimenticando lentamente il calcio, lo sport con cui siamo cresciuti, ma che ormai ha perso la sua luce. La ritroverà? Anche se fosse, in mezzo a tutto questo fumo, sarà veramente difficile rivederla.