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Tutto il rosa del Giro d'Italia
Il rosa al Giro è il colore del simbolo del primato, ma in corsa, a indicare il primato in classifica generale, è arrivato solo nel 1931, ben ventidue anni dopo la prima edizione della corsa. Anno nel quale questa tonalità non era ancora considerata "di genere"
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8 MAY 26

Il vincitore del Giro d'Italia del 2025, Simon Yates (foto Ansa)
Orio Vergani che, a cavallo della Seconda guerra mondiale, scrivendo da par suo sulle colonne del “Corriere della Sera” ha seguito ben 25 anni il Giro d’Italia diceva che era “la Festa di maggio”. Come ogni festa di primavera, il Giro ha i suoi colori, un catalogo infinito di pigmenti, tonalità e sfumature. Grazie al multiforme paesaggio, al meteo volubile e capriccioso di stagione e al caleidoscopio di maglie delle squadre che in cento e passa edizioni vi hanno preso parte, nella Premiata Mesticheria Giro d’Italia di colori se ne trovano… di tutti i colori. Noi, doverosamente, incominciamo dal rosa che al Giro è simbolo del primato.
Incominciamo dal rosa anche perché, colpo dei “Frati Cerconi” della poderosa macchina marketing di RCS, nelle sue ormai sempre più frequenti ouverture d’oltre confine la corsa quest’anno prende le mosse dalla Bulgaria. In verità i tracciati delle prime tre tappe in territorio dell’antica Tracia, sfioreranno soltanto la celebre Valle delle rose.
Rozova dolina – questo il nome in bulgaro – è una pianura che si estende da ovest a est stretta a nord dalla catena dei Balcani e a sud da quella dagli Antibalcani. Geomorfologia e microclima fanno sì che la regione sia il perfetto habitat per la coltivazione estensiva delle rose. La produzione che ne sfrutta i derivati – le essenze e gli oli utilizzate dai marchi profumieri di tutto il mondo viene per l’85% da qui – è una delle voci economiche più significative del pil bulgaro.
Tra maggio e giugno, proprio in queste settimane, avviene la raccolta, in particolare quella della rosa damascena nei suoi diversi colori bianco, rosso e, appunto, rosa. A questa specie viene attribuita, come spiega il nome, un’origine mediorientale: la leggenda dice che si deve la sua importazione in Europa a un cavaliere francese, Roberto di Dreux, figlio cadetto del re di Francia Luigi VI, che nel 1148 aveva preso parte all’assedio di Damasco nel corso della Seconda crociata. In realtà la Rosa damascena è il frutto di un’ibrido artificiale, tra una Rosa gallica e una Rosa moschata.
Che cosa sia il colore rosa se lo chiedono gli studiosi degli aspetti cromoculturali, a lungo incerti se attribuirgli un’identità indipendente oppure considerarlo una semplice sfumatura di rosso poco saturo.
Nell’occidente medievale veniva ricavato dalla tintura ricavata da un legno importato a caro prezzo dalle Indie, il brasileum; la scoperta di questa essenza in grandi quantità sulle coste dell’America meridionale – oltre a dar vita al toponimo Brasile – ne incrementò la commercializzazione in Europa diffondendo l’uso delle tinture di tessuti per abbigliamento. All’epoca il rosa non era ancora stato connotato come colore “femminile”: nei ritratti aristocratici dell’epoca si vedono uomini illustri e potenti indossare abiti rosa. Baudelaire vestiva guanti rosa che spiccavano nel suo abbigliamento nero, segno "di lutto per l’umanità". Soltanto a partire dal XX secolo, e in particolare con gli anni ’50, il marketing e la cultura di massa codificarono il rosa come colore di genere: diventò così un segno distintivo della femminilità tradizionale, associata a delicatezza, cura e passività, stereotipo rafforzatosi poi con la pubblicità. Solo negli ultimi decenni il rosa, e la sua connotazione simbolica, è stato dapprima contestato e poi reinterpretato con valenza sociopolitica ribaltata. Il suo utilizzo non è più segno di debolezza ma di libertà di scelta. Utilizzato in manifestazioni e campagne per i diritti delle donne come simbolo di solidarietà e resistenza, nella comunità LGBTQ+, il rosa passa a essere un simbolo di orgoglio e memoria, rigenerando il triangolo rosa usato nei campi di concentramento nazisti per identificare gli omosessuali.
Il rosa al Giro, a indicare il primato in classifica generale, arriva solo nel 1931, ben ventidue anni dopo la prima edizione della corsa. Proprio per questa sua funzione di esclusività distintiva, il rosa non trova quasi traccia nelle maglie delle squadre iscritte, neppure nei dettagli: fate passare in rassegna anche quest’anno le livree dei team e non lo troverete. Nei non molti casi in cui il colore ufficiale delle divise di una squadra era proprio il rosa, al Giro si cambiava colore: come accadde alla spagnola Once che negli anni Novanta in Italia, vestiva di giallo.
Rosa caldo o rosa profondo, rosa shocking o fior di pesco, rosa antico, rosa fenicottero o rosa maialino: dalla prima maglia rosa indossata il 10 maggio nella sua Mantova da Learco Guerra al termine della prima tappa del Giro 1931 a oggi, quale siano state poi tutte le tonalità di rosa che si sono succedute, e coniugate con le diverse materie del supporto tessile – dalla lana merino al Lycra poliestere, dal polipropilene all’Elastan – sarebbe proprio impossibile dirlo. Chissà che, per l’occasione, i creativi della Castelli, sponsor ufficiale delle maglie del Giro, non ne abbiano inventata una dal rosa totalmente inedita, che so?, ispirata alla rosa purpurea e damascena dell’Urbano Cairo.