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Zieliński, l'attore non protagonista diventato protagonista dello scudetto dell'Inter
Dopo una stagione da rincalzo nell'ultima Inter di Simone Inzaghi, il centrocampista polacco si è preso il centro della scena e ha contribuito non poco alla vittoria del titolo
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3 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:51 PM

Il centrocampista dell'Inter Piotr Zielinski (foto LaPresse)
“L’ho visto la prima volta che era poco più di un bambino, gracile e magro ma con due piedini... Mi sono detto: questo lo devo curare con attenzione, perché ci sono le stimmate del grande giocatore. Forse il numero 10 che stiamo cercando lo stiamo costruendo in casa”. Sono parole di Francesco Guidolin, uno che di calcio se n’è sempre inteso, e l’oggetto era Piotr Zieliński.
Correva il 2014, il polacco aveva solo vent’anni e veniva appunto impostato da fine trequartista: il futuro avrebbe parzialmente smentito il tecnico veneto, con l’arretramento del talento al ruolo di interno di centrocampo, ma il suo secondo scudetto in carriera -conquistato oggi con la maglia dell’Inter- conferma quanto meno la profezia riguardo l’importanza che poi avrebbe assunto.
Correva il 2014, il polacco aveva solo vent’anni e veniva appunto impostato da fine trequartista: il futuro avrebbe parzialmente smentito il tecnico veneto, con l’arretramento del talento al ruolo di interno di centrocampo, ma il suo secondo scudetto in carriera -conquistato oggi con la maglia dell’Inter- conferma quanto meno la profezia riguardo l’importanza che poi avrebbe assunto.
Anzi, si può dire che l’ingresso in pianta stabile tra i titolari – deciso da Christian Chivu a inizio dicembre 2025 dopo la sconfitta nel derby d’andata – sia stato una delle chiavi di volta del 21° titolo nerazzurro: non male, per uno abbastanza accantonato nell’ultima stagione di Simone Inzaghi, quella del pugno di mosche stretto tra le mani dopo aver accarezzato addirittura il “triplete”.
E poco importa se la scelta di “Zielo” sia stata quasi una mossa della disperazione per il tecnico rumeno, che dev’essersi accorto di come in panchina si ritrovasse un individuo buono sì per le incursioni, ma anche a fungere da pendolo di regia, proprio mentre Hakan Çahlanoğlu doveva ricorrere ai box: il 4-0 nella sfida ai lariani, possibile futuro classico, spazzò le nubi residue.
Così il numero 7, tipico delle ali da cross e da fantasia, contribuì non poco alla rinascita interista durata 14 partite, ovvero tredici successi interrotti solo dal 2-2 interno contro il Napoli. Da fine novembre a inizio marzo (curiosamente la data del secondo derby stagionale perduto) c’è la sua firma nei gol, negli assist e nelle prestazioni di alto livello che lo hanno reso di nuovo inamovibile.
Piotr regista sbanca Genova il 14 dicembre, apre le marcature in casa contro il Bologna il 4 gennaio (spostandosi a mezzala con il rientro del turco), ma soprattutto decide all’ultimo minuto la partita interna contro la Juventus, alla sua maniera: tiro da fuori dopo essersi creato lo spazio. È lui l’uomo del cambio di marcia in un torneo mediocre, presto dimenticato come l’ultimo festival di Sanremo.
Un sospiro per Chivu, il cui tempismo ha permesso alla squadra di sopperire non solo all’assenza forzata del perno titolare e all’appannamento di Henrikh Mkhit’aryan nella fase terminale della carriera, ma anche ai cali fisiologici di Nicolò Barella (tornato in forma verso la fine del campionato) e alla discontinuità del debuttante Petar Sučić, l’eroe della semifinale di Coppa Italia.
La serie ininterrotta di alte prestazioni del polacco ha contribuito a risolvere la crisi di marzo, con la sconfitta per mano del Milan e i due pareggi di Firenze e in casa con l’Atalanta (due punti in tre partite): poi di nuovo tre franche vittorie, mentre Napoli e Milan arrancavano tra infortuni, malesseri, bruschi stop e imprevedibili cadute contro squadre dal minor lignaggio.
Proprio contro le “piccole”, invece, l’Inter ha costruito la base del suo successo, vincendo spesso e volentieri nel secondo tempo: è accaduto sia in casa che in trasferta, opposta a Fiorentina, Verona, Lecce, Cagliari, due volte il Pisa ma anche Juve, Roma, Como. La pazienza di non prodursi in sfuriate iniziali e di rimanere sul pezzo per vincere al tramonto della gara è una dote di squadra.
Altro elemento da considerare, per un undici capace di vincere sia in larghezza che “di corto muso”, sono le tante partite difficili sbloccate da fermo: 21 dei 64 gol sono nati così, 15 da corner e ben 14 di testa (unica realtà in doppia cifra). A motivo degli allenamenti particolari riservati a queste specificità, una delle prodighe migliorie che il nuovo trainer sta portando al solido impianto.
Peccato che nell’anno in cui la delegazione azzurra è folta con capitan Barella, Federico Dimarco (mai così forte), Alessandro Bastoni invece mai così disorientato, più le fresche reti di Francesco Pio Esposito, l’Inter abbia imitato la Nazionale cadendo sopra la buccia di banana sintetica dello stadio di Bodø: un parallelo del quale fan del Biscione e sportivi italiani avrebbero fatto a meno