La nuova alba del nostro calcio riparte dai programmi prima che dai nomi. Ci scrive Appetiti dell’Aic

Dagli stadi ai vivai, fino alla riforma dei campionati e a una nuova classe dirigente. Servono semplificazioni burocratiche, un piano nazionale e risorse importanti. Spunti per guardare avanti

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4 APR 26
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Foto ANSA

Il viaggio al termine della notte del calcio italiano non si è concluso. Anzi, da martedì sera, dopo la lotteria dei calci di rigore che ci ha eliminato contro la Bosnia, la notte è ancora più fonda. Fallire, per la terza volta consecutiva, la qualificazione a un Mondiale – peraltro allargato a 48 squadre – non è stata solo una disfatta sportiva, ma la certificazione definitiva che il nostro calcio, nonostante la sua gloriosa tradizione, non fa più parte dell’élite internazionale. Eppure, anche in questo scenario fosco, il calcio italiano, che muove ancora enormi passioni e interessi economici, dovrà trovare soluzioni concrete per uscire dalla crisi. Serve un piano per il futuro che si sviluppi su direttrici precise: stadi, vivai e talenti, sostenibilità e riforme dei campionati, nuova classe dirigente e tutela dei tifosi.

Stadi

La questione è politica. Servono semplificazioni burocratiche, un piano nazionale e risorse importanti, sfruttando anche l’occasione di Euro 2032. In Inghilterra, modello storico per l’impiantistica sportiva, fu il governo a dare l’impulso decisivo, trattando gli stadi come infrastrutture strategiche. Oggi in tutta Europa esistono impianti moderni e all’avanguardia. In Italia no: l’età media degli stadi è di 62 anni. Il tema non è mai stato affrontato e persistono resistenze ideologiche e culturali. Esiste davvero la volontà politica in Italia di fare gli stadi? Domanda che va rivolta a tutte le forze politiche, di destra e di sinistra. Senza fondi e un piano organico, anche il neocommissario nominato dal governo in vista di Euro 2032 resterà solo una figura simbolica. Stadi moderni significherebbero anche un ambiente più sicuro per chi va allo stadio, contribuendo a liberare le curve da infiltrazioni criminali e derive estremiste.

Vivai e talenti

Tutti invocano i vivai quando gioca la Nazionale, ma appena si tocca il tema dell’elevata presenza di stranieri in serie A scattano difese d’interessi economici, miopi e corporativi. Il caso del decreto Crescita, la cui abolizione fu proposta per primo dal senatore Tommaso Nannicini che con un emendamento ne limitò la portata, è stato emblematico. Ed è anacronistico che ci sia ancora qualcuno in Italia che lo difenda, viste le distorsioni che ha provocato a scapito dei giovani calciatori italiani. Ma il problema è più profondo: la filiera che portava i giovani dalla base al professionismo si è spezzata e con essa anche i ritorni economici per le società minori. Oggi si preferisce acquistare all’estero per ragioni meramente finanziarie. I settori giovanili restano quindi un costo per le società sportive e vengono trascurati: meglio un campo di padel, che è più redditizio. Nel frattempo, molti ragazzi talentuosi arrivano alle soglie del professionismo ma non trovano spazio in serie A. Servono incentivi concreti, come una Start Tax per il lavoro sportivo: le tasse non vanno ridotte agli stranieri, ma ai giovani (italiani e non). E vanno cambiate le priorità lungo la filiera. Formare calciatori deve essere la missione del calcio di base, non inseguire trofei giovanili inutili.

Sostenibilità e riforma dei campionati

Ogni anno si introducono regole più severe, eppure continuano fallimenti e gestioni opache. La serie A dovrebbe tornare a 18 squadre; la serie B dovrebbe tornare il grande banco di prova per i ragazzi italiani, come fu per Vieri e Inzaghi; la serie C va razionalizzata. Serve trasparenza totale sulle proprietà: sapere chi possiede i club e da dove arrivano i capitali è fondamentale. Gli strumenti già esistono, ci vuole la volontà di usarli fino in fondo. Chi non ha requisiti infrastrutturali ed economici non può partecipare a campionati professionistici. Stop. La Commissione di Controllo sulle società voluta da questo governo non fornisce garanzie di reale indipendenza dalla politica e sembra piuttosto un cavallo di Troia del governo nel calcio professionistico.

Nuova classe dirigente e tutela dei tifosi

La mancata qualificazione mondiale ha chiuso l’èra Gravina, che per obiettività non può essere ricordata solo per le due mancate qualificazioni mondiali, ma anche per il rilancio post Covid, l’Europeo vinto nel 2021 e il professionismo femminile (in questo caso su spinta dell’Aic e della politica grazie alla legge Nannicini). Ora bisogna guardare avanti e dire basta a quella che Julio Velasco chiama la “nostalgia tossica” del passato: serve costruire il futuro e guardare a un orizzonte temporale di dieci anni. Per questo ci vuole una classe dirigente rinnovata di donne e uomini, selezionata su criteri meritocratici. Anche la formazione manageriale nel calcio va ripensata: troppi corsi inutili, pochi veri dirigenti. Il calcio italiano deve uscire dalla sua “bolla”. Biglietti, abbonamenti alle piattaforme, calendari, orari delle gare: è necessario rimettere al centro il tifoso. Il marketing non può cancellare il senso di appartenenza dei tifosi. La bandiera viene prima del “brand”. Anche in questo gli inglesi sono maestri, mescolando bene business e passione, e qualche forma di partecipazione popolare dovrà essere studiata anche da noi. La sfida è ricostruire il calcio italiano dalle fondamenta e per questo serve anche una politica che faccia scelte consapevoli nel rispetto dell’autonomia di questo mondo, perché lo sport non appartiene allo spoil system della politica. Se l’alba del 2030 per un nuovo tentativo mondiale è ancora molto lontana, è tempo almeno di intravedere già dai prossimi mesi quanto meno un’aurora. Programmi prima che nomi. Ultima chiamata per tutto il calcio italiano.
Fabio Appetiti, responsabile relazioni istituzionali Aic