Giornalista, allevatore di maiali e taglialegna: i lavori reietti secondo il Wsj
C’era una volta il mito del reporter da Watergate: per la classifica “careerCast.com”, pubblicata dal Wall Street Journal su dati del Bureau of Labor Statistics e di altri istituti di ricerca statunitensi, fare il giornalista di carta stampata porta dritto al centonovantaseiesimo posto tra le duecento professioni censite (criteri: livello di stress psicofisico, guadagno e appetibilità sul mercato del lavoro). Dopo il giornalista di carta stampata, appaiono in lista solo il lavapiatti, l’operaio su piattaforma petrolifera, il soldato arruolato, l’allevatore di maiali e il boscaiolo-taglialegna.

C’era una volta il mito del reporter da Watergate: per la classifica “careerCast.com”, pubblicata dal Wall Street Journal su dati del Bureau of Labor Statistics e di altri istituti di ricerca statunitensi, fare il giornalista di carta stampata porta dritto al centonovantaseiesimo posto tra le duecento professioni censite (criteri: livello di stress psicofisico, guadagno e appetibilità sul mercato del lavoro). Dopo il giornalista di carta stampata, appaiono in lista solo il lavapiatti, l’operaio su piattaforma petrolifera, il soldato arruolato, l’allevatore di maiali e il boscaiolo-taglialegna, ultimo classificato (roba da far impennare il narcisismo da mestieraccio ingrato: lo vedi, alla fine lo considerano lavoro di fatica pesante, pure se è sempre meglio che lavorare).
“Non tutti i lavori sono creati uguali”, dice l’articolo del Wall Street Journal, esaltando l’incredibile leggerezza dell’essere ingegnere informatico, primo classificato con lode: ottimi introiti, orari flessibili, soddisfazione, scrive la giornalista Lauren Weber, chissà con quanta amarezza in corpo – l’ingegnere, infatti, non è seguito in classifica da alcun impiego anche solo vagamente connesso con la professione reporter. Anzi: al secondo posto compare il contabile, seguito dall’igienista dentale (ma siamo in America) e dal manager di risorse umane, cosa impossibile a capirsi in tempi di crisi e licenziamenti, se l’appetibilità della professione censita è legata soprattutto al livello di stress, ma facilissima a capirsi se l’appetibilità è legata alla domanda di tagliatori di teste. Sbirciando oltre, compaiono, nei primi dieci posti, il trovatore di pubblicità online e tutta una serie di terapisti e fisioterapisti, logopedista in testa. Il magistrato (ma siamo in America) conquista un misero sessantaduesimo posto, dopo il libraio e prima del tecnico esperto in condizionatori d’aria e riscaldamenti. Né si può più dire, così, da piccoli, “mamma voglio fare il pilota” (centoquattresimo posto), la stilista (centotrentatreesimo posto), il marinaio (centocinquantaduesimo posto), l’artista (centesimo posto).
Gli statistici citati dal WSJ non riconoscono al giornalista, al soldato, all’allevatore di maiali, al lavapiatti e al taglialegna lo status di professione usurante (e/o avventurosa). Tantopiù si resta di stucco a leggere l’intervista al taglialegna trentenne Kirk Luoto, di stanza in una foresta, “consapevole”, scrive la giornalista, “di rischiare la vita ogni singolo giorno”, ma felice, perché odia i cubicoli e le scrivanie, lui (noi neanche quello, reietti e comodoni).
“Non tutti i lavori sono creati uguali”, dice l’articolo del Wall Street Journal, esaltando l’incredibile leggerezza dell’essere ingegnere informatico, primo classificato con lode: ottimi introiti, orari flessibili, soddisfazione, scrive la giornalista Lauren Weber, chissà con quanta amarezza in corpo – l’ingegnere, infatti, non è seguito in classifica da alcun impiego anche solo vagamente connesso con la professione reporter. Anzi: al secondo posto compare il contabile, seguito dall’igienista dentale (ma siamo in America) e dal manager di risorse umane, cosa impossibile a capirsi in tempi di crisi e licenziamenti, se l’appetibilità della professione censita è legata soprattutto al livello di stress, ma facilissima a capirsi se l’appetibilità è legata alla domanda di tagliatori di teste. Sbirciando oltre, compaiono, nei primi dieci posti, il trovatore di pubblicità online e tutta una serie di terapisti e fisioterapisti, logopedista in testa. Il magistrato (ma siamo in America) conquista un misero sessantaduesimo posto, dopo il libraio e prima del tecnico esperto in condizionatori d’aria e riscaldamenti. Né si può più dire, così, da piccoli, “mamma voglio fare il pilota” (centoquattresimo posto), la stilista (centotrentatreesimo posto), il marinaio (centocinquantaduesimo posto), l’artista (centesimo posto).
Gli statistici citati dal WSJ non riconoscono al giornalista, al soldato, all’allevatore di maiali, al lavapiatti e al taglialegna lo status di professione usurante (e/o avventurosa). Tantopiù si resta di stucco a leggere l’intervista al taglialegna trentenne Kirk Luoto, di stanza in una foresta, “consapevole”, scrive la giornalista, “di rischiare la vita ogni singolo giorno”, ma felice, perché odia i cubicoli e le scrivanie, lui (noi neanche quello, reietti e comodoni).
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
