Il Foglio sportivo

I fratelli nati con lo sport

Umberto Zapelloni

Oltre a Roberto Mancini e Gianluca Vialli: tanti campioni sono rimasti grandi amici. Da Owens e Long a Tamberi e Barshim, amici olimpici, da Anquetil e Poulidor a Federer e Nadal. In pista nessuno come Collins e Hawthorn

Un fratello è per sempre. Soprattutto se ve lo scegliete voi, se quel fratello arriva da un’amicizia che piano piano si trasforma. È quello che ci ha insegnato la storia di Roberto Mancini e Gianluca Vialli, due amici diventati fratelli nella gioia e nel dolore, come in un matrimonio. Si sono incontrati da ragazzi nelle nazionali giovanili, sono diventati uomini insieme. La loro Sampdoria era fondata sull’amicizia e sull’allegria. Hanno riso, scherzato, vinto, perso, pianto. La fotografia del loro abbraccio in lacrime dopo la vittoria dell’Europeo due anni fa è stata l’immagine copertina di quel successo ed è diventata l’immagine simbolo della loro amicizia anche se nel loro cuore ce ne saranno state mille altre. “Eravamo ragazzi esuberanti, condividevamo un’infinita passione per il calcio: il bello è che quando le nostre strade si sono divise, lui prima alla Juventus e poi io alla Lazio, affetto e amicizia sono rimasti. Per sempre”, ha ricordato Mancini al Corriere della Sera nei giorni del dolore. Non è sempre così. Di amicizie che si trasformano in battaglie è pieno il mondo, anche quello dello sport. Basta pensare a Villeneuve e Pironi, un’amicizia travolta dalla voglia di vincere tramutatasi in tradimento.

 

Ma di amici veri nel mondo dello sport ce ne sono stati tanti. Di Mancini&Vialli ce ne sono altri. Lo stesso Mancini aveva un’amicizia forte anche con Sinisa e lo stesso Vialli ce l’aveva con Massimo Mauro insieme al quale ha dato vita a una Fondazione che in 10 anni ha raccolto più di 4 milioni di euro. Magari non tutti hanno avuto la complicità di Mancini e Vialli, diversi in campo e diversi fuori dal campo, ma perfetti insieme. Pensate a Evert e Navratilova, a Panatta e Bertolucci, a Collins e Hawthorn, a Merckx e Gimondi, a Anquetil e Poulidor, a Owens e Long, a Tamberi e Barshim e naturalmente a Federer e Nadal che hanno sublimato una rivalità straordinaria piangendo mano nella mano nel giorno del ritiro di Roger. Loro non sono stato come Mancini e Vialli, non hanno vinto insieme, anzi si sono sfidati con un unico obbiettivo, battere l’avversario. Ma anche con una rete in mezzo si può diventare amici. Guardate Chris Evert e Martina Navratilova, le regine del tennis negli anni Settanta, si sono sfidate 80 volte, diverse come possono esserlo una fidanzata d’America e un’icona gay, sono diventate più che amiche. “All’inizio era solo un’avversaria: dovevo batterla. E Martina aveva un’allenatrice come Nancy Lieberman che le diceva che per sconfiggermi avrebbe dovuto odiarmi. Difficile, così, essere amiche – ha raccontato Chris Evert – Ma con l’avanzare della carriera ci siamo rilassate, la Federation Cup ci ha unite, il resto lo abbiamo fatto noi. Quando è morta mia sorella Jeanne, Martina non mi ha lasciato sola un momento. E nel momento in cui la competizione è sfumata, siamo diventate inseparabili”. Nella gioia e nel dolore, una spalla dell’altra nelle rispettive lotte contro il cancro. Quella rete in mezzo al campo da tennis deve aiutare a stringere legami che durano una vita. Pensate a Panatta e Bertolucci che facevano doppio in campo e oggi continuano a farlo anche sui social prendendosi in giro quasi ogni giorno, quasi su qualsiasi cosa. “Una cosa che ho scoperto con la serie tv sulla nostra squadra di Davis e che mi ha fatto molto piacere – ha confessato Adriano – è che Paolo ha detto che sono il fratello che non ha mai avuto. Non me l’aveva mai detto, così come io non faccio un complimento a nessuno, ma gli voglio bene”.

 

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno”, disse un giorno Nelson Mandela andando ben oltre il concetto di amicizia che stiamo raccontando qui. Ma la storia di Owens e Long, della loro strana e impossibile amicizia, ci racconta tanto sul potere dello sport. Olimpiadi di Berlino 1936, quelle che avrebbero dovuto esaltare gli atleti di Hitler. Quel ragazzo biondo Carl Ludwig, per la famiglia e poi per tutti Luz Long invece vede che il super campione nero è in difficoltà sulla pedana del lungo. Dopo due salti nulli rischiava di essere eliminato in semifinale. Long gli si avvicina e gli dice “Non hai bisogno di andare così vicino al limite della battuta. Stacca più indietro di 30 centimetri…” e poi con un fazzoletto segna il punto in cui deve iniziare a volare. La qualificazione diventa una formalità e in finale Owens conquista l’oro con il record del mondo e Luz si ferma al bronzo. “Fondendo tutte le medaglie e coppe vinte nella mia carriera, nulla potrà essere paragonato al senso di amicizia a 24 carati, che in quel momento provai per Long”, disse un giorno Jesse Owens. Un’amicizia raccontata anche dalla lettera che Owens ricevette a casa sua durante la guerra. Long, arruolato contro voglia era sul fronte italiano in Sicilia e scrisse all’amico: “Quando la guerra sarà finita vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli di suo padre. Parlagli di quando la guerra non ci separava, e digli che le cose tra gli uomini possono essere diverse, su questa terra. Tuo fratello Luz”.

 

Mike Hawhtorn e Peter Collins erano due dei cinque piloti di quella che a Maranello alla fine degli anni Cinquanta era considerata la Ferrari primavera. Una squadra piena di talento e di velocità. Collins era quello che nel 1957 a Monza sarebbe potuto diventare campione del mondo, ma lasciò la sua monoposto a Fangio per permettergli di vincere il suo quinto titolo. “Sono ancora giovane, avrò ancora tante possibilità per diventare campione”, gli disse. L’anno dopo morì in pista e campione lo divenne il suo amico Mike, quello che gareggiava con un farfallino a pois. Stavano sempre insieme, dividevano i premi in denaro, avevano la stessa passione per le auto, le barche e le ragazze. Hanno avuto una vita breve, ma certamente intensa.

 

Quest’anno il Tour de France dopo 35 anni tornerà sul Puy de Dôme dove il 12 luglio 1964 andò in scena un epico duello per la maglia gialla tra Jacques Anquetil e Raymond Poulidor, tra il ciclista che vinceva sempre e quello che la gente amava. La loro più di un’amicizia è stata una sfida continua con un finale commovente, quando Anquetil ricoverato in ospedale per un cancro allo stomaco, ricevendo Poulidor gli dice: “Amico mio mi dispiace, ma credo che anche questa volta arriverai dopo di me”. Nemici in pista e amici fuori lo sono stati anche Gimondi e Merckx. “Per anni, fin quando ho corso, ho pensato che aver incontrato sulla mia strada Merckx fosse stata una vera iattura. Non ho mai capito niente. Oggi lo posso dire: è stata la mia fortuna”, disse una sera di qualche anno fa in Sala Buzzati il mitico Felice, uno che senza Merckx avrebbe vinto tutto, ma che grazie a Merckx è forse diventato ancora più grande dopo averlo battuto nel Mondiale del 1973 a Barcellona. Gli amici in fin dei conti servono anche a questo. Quando non ci si può spartire un oro olimpico come Tamberi e Barshim ci si sfida alla morte per migliorarsi. E poi magari andare a cena insieme.