Siamo andati ai
Mondiali nell’Argentina dei desaparecidos (tranne Cruijff: ma perché aveva paura per la famiglia). E lo scorso anno noi italiani ci siamo sbomballati mesi di retorica per
i 45 anni della Coppa Davis vinta in Cile, quando giocarono una partita con la maglietta rossa, con metà dell’Italia che non voleva la spedizione nello stadio di Pinochet e l’altra metà invece sì, compresi Gianni Clerici e Berlinguer: per la sana autonomia dello sport e una briciola di realismo politico. Non si starà qui a valutare se ha ragione l’Economist quando scrive che “nella migliore delle ipotesi, le critiche occidentali alla decisione di assegnare i giochi al Qatar non riescono a distinguere tra regimi veramente ripugnanti e regimi semplicemente imperfetti. Nel peggiore dei casi, sa di cieco pregiudizio”. Non si vuole nemmeno decidere se sia vero che “il Qatar potrebbe non essere una democrazia, ma non è lo spregevole regime dispotico degli editoriali da cartone animato”. Si vuole solo notare,
si parva licet e per stare allo sport italiano, che le carte in regola per sfoggiare tutta questa attitudine a ergersi paladini dei diritti e della democrazia non le ha nessuno. Adesso che tra i commentatori a schiena dritta va di moda sputazzare Stramaccioni perché allena in Qatar, andrebbe ricordato che Giovinco guadagnava 10 milioni in Arabia Saudita, che El Shaarawy è stato il più pagato italiano in Cina, che l’ex ct vincitore del Mondiale Lippi è andato poi in Cina a vincere tutto il possibile, portandosi Gilardino, per poi passare la panchina al Pallone d’oro Fabio Cannavaro. E nessuno che si sia mai strappato le vesti per gli uiguri. Persino Damiano Tommasi, oggi inclusivo sindaco del Pd a Verona, disputò campionato e Champions d’Asia in Cina, anche se poi scrisse un libro revisionista sulla sua avventura, Mal di Cina, e anche un altro ct, Donadoni, ha lavorato per la democratura di Pechino. Mentre Spalletti allenò quattro anni la squadra di Putin (Gazprom) a Pietroburgo e la Nazionale russa fu guidata anche da Fabio Capello, che almeno oggi non fa il moralista. Per non dire dell’eletta schiera degli emigrati calcistici nella Turchia di Erdogan, da una star come Andrea Pirlo all’aeroplanino Montella in giù. C’è qualcosa di male, in tutte queste carriere che sono lavoro e disincantato rapporto economico nell’ambito dello sport professionistico? No. Si può ovviamente dire di tutto contro il Qatar, che dopo alcuni anni di controverso gran pavese geopolitico-sportivo pare ora avviato al ruolo del prossimo Cattivo da mettere in quarantena. Ma le crisi di “infantinismo”, anche no.