Il primo Mondiale che a m'arcord - il foglio sportivo

Mondiale 1982, ossia la somma dei gesti

Piero Trellini

"Le prime reminiscenze calcistiche che ha trattenuto la mia memoria sono legate all’Argentina del 1978", ma è quello di Spagna che "ha generato in me un mosaico di micromemorie colorate allineate caleidoscopicamente". Come il braccio di Tardelli

La materia dei ricordi conserva solo estratti di vita. Mai visioni integrali. Tenere vive queste spetta, infatti, alla cosiddetta memoria collettiva. Le proprie autentiche reminiscenze, invece, tendono a prendere strade più esili. E meno battute. Accade spesso con i Mondiali di calcio, eventi che cadenzano le tappe della nostra esistenza insinuandosi in noi come tessere. Le prime che ha trattenuto la mia memoria sono legate all’Argentina del 1978. Di quei giorni è rimasta in me una somma di elementi fermi ma profondi. Paletti appuntiti, dei più diversi colori, conficcati nella terra: i papuleios, le maglie arancioni, il buio della notte, i capelli lunghi dei giocatori, i legni listati di nero, le divise dei generali, il verde irreale dei campi. E quel bellissimo suono nuragico: Cuccureddu. Un cucuzzolo paleosardo. L’auspicio di una sommità da conquistare.
 
Del primo Mondiale che vidi per intero, invece, quello di Spagna 1982, ho nella testa una somma di gesti. Naturalmente anche quest’evento (nonostante gli anni Ottanta ci abbiano presentato la peggior definizione televisiva della storia dell’etere) ha generato in me un mosaico di micromemorie colorate allineate caleidoscopicamente: Naranjito; la colomba bianca del Nou Camp; la divisa federale celeste di Havelange; la caduta dell’arbitro Eschweiler al Balaidos; i dodici pentagoni del Tango; la mille righe di Bearzot poggiata sulle spalle; la kefiah biancorossa dello sceicco Al-Sabah; i fili d’erba “disegnati” del Sarrià; la maglia grigia di Zoff; le lacrime honduregne di Arzù; quel 20 bianco su sfondo azzurro che sapeva di premonizione. E soprattutto il braccio di Tardelli. 
 
Era teso, rigido, schiacciato contro l’orecchio e allungato verso il cielo. Io non l’ho mai dimenticato. Lo alzò in quel modo per qualcosa di nefasto che ormai era accaduto (l’autogol di Collovati, il 18/6); per qualcosa di inaspettato che doveva ancora accadere (quando appena entrato si girò verso gli spalti del Sarrià a salutare il pubblico, il 5/7), e per qualcosa di meraviglioso che era incredibilmente accaduto (dopo l’urlo, l’11/7).  Per me – quasi dodicenne – quei momenti, apparentemente inermi, cadenzarono kubrickianamente tre epoche, contenute dentro tre televisori, posizionati in tre luoghi (Positano, Roma, Santa Severa) all’interno di quel tempo immenso che fu il mondiale dell’ottantadue. Il primo turno. La seconda fase. La finale. Che è come dire: la scimmia, l’uomo e il superuomo. Per questo il braccio di Tardelli è il mio monolito.
 
Ed è nell’epicentro di quei tre stadi (Italia-Brasile) che per me si nasconde la somma dei gesti: lo stesso Tardelli che stringe la mano a Falcão; Eder che raccoglie una palla spenta sul fondo e la passa a Zoff; Serginho che vigila su Collovati infortunato; Zico e Rossi che, cadendo nelle rispettive aree avversarie, chiedono un rigore alzando un braccio e nulla di più; Socrates e Antognoni che, segnando in (vero e falso) fuorigioco, anziché protestare scelgono di rammaricarsi; Waldir Peres che porge a Rossi la palla destinata a trafiggerlo; Socrates che batte le mani quando Klein fischia la fine; Bearzot e Rossi che si abbracciano mentre Luizinho li guarda e applaude. 
 
Di questi gesti è fatta la materia dei miei ricordi. E se le stanze della memoria accolgono solo quello che ci colpisce, allora a toccarmi evidentemente furono lealtà, correttezza e rispetto dell’avversario. Qualità proprie del calcio che si sarebbero poi perdute nel tempo. Ma non nella memoria.

    


 

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