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Il calcio femminile è una startup

Giorgia Mecca

Le donne del pallone saranno professioniste dal primo luglio. Parlano Valentina Bergamaschi, Katia Serra e Manuela Tesse

Per anni si sono allenate nei parcheggi fuori dai campi, di sera dopo il lavoro, con le luci delle macchine a illuminare il pallone. Fino a pochi anni fa era questo il calcio femminile in Italia, sorrisini o indifferenza, rimborsi spese come massima ambizione finanziaria, il dilettantismo come una condanna. “Mi brillano gli occhi se penso che dalla prossima stagione sul mio contratto con il Milan, di fianco al mio nome, ci sarà scritto calciatrice”, sorride Valentina Bergamaschi capitana del Milan e difensore della Nazionale.

 

Finalmente c’è un termine che le riguarda e le protegge, uno status, una data di entrata in vigore del professionismo in Italia, il primo luglio 2022. “È una svolta epocale, la fine di un percorso cominciato nel 2015. Non si tratta soltanto di un sostantivo in un documento. Per la prima volta nel calcio femminile arrivano tutele assicurative e sanitarie, un contratto di lavoro. Le giocatrici potranno pensare di maturare il diritto alla pensione” dice Katia Serra, ex calciatrice, oggi opinionista Rai ma soprattutto figura fondamentale nella crescita del movimento.

 

Un giorno, quando ancora faceva la centrocampista, le è capitato di trovare i cancelli del campo chiusi perché il presidente del club si era dimenticato di pagare l’affitto. “Giocavo in Serie A e sono felice di sapere che questo è uno dei tanti episodi che non si ripeterà mai più. Da adesso in poi per le dieci squadre di Serie A la rosa sarà un asset economico. La legge 13 ottobre 2020 numero 126 ha istituito il Fondo per il professionismo per gli sport femminili, 11 milioni in tre anni che agevolano il cambiamento”. Al momento la Figc è l‘unica federazione a poterne beneficiare. Questi soldi serviranno a migliorare le strutture, a reclutare le atlete, a formare i tecnici e promuovere lo sport femminile.

 

Negli ultimi cinque anni sono stati fatti passi enormi da parte delle società e i risultati infatti si vedono. “Il calcio femminile è cresciuto sia a livello quantitativo che a livello qualitativo. L’Under 19 è tra le prime otto d’Europa e dal 27 giugno si gioca la fase finale, la prima squadra dal 6 luglio in Inghilterra giocherà gli Europei. Adesso è importante continuare a migliorare il prodotto, renderlo appettibile per sponsor e diritti tv. Il passaggio al professionismo comporta un aumento dei costi e non un aumento in parallelo dei ricavi. È come una startup, all’inizio sei in perdita, ma se lavori bene puoi creare un prodotto economicamente sostenibile” continua Katia Serra.

 

Oggi il calcio femminile ha soldi, tutele, prospettive. Un altro mondo rispetto a quello in cui giocavano lei e Manuela Tesse, che ha appena vinto la Panchina d’argento (il premio asssegnato dalla Figc al miglior allenatore del campionato) insieme al suo collega Antonio Conte. Anche lei ricorda gli allenamenti nei parcheggi, l’amarezza di sentirsi perennemente una dilettante, nonostante le ore passate ad allenarsi e i permessi chiesti a lavoro. “Ho subito cinque trapianti al piede. Avevo lo stesso problema di Marco Van Basten, sono andata in Olanda dal suo stesso medico, il professor Martens. Tutto a mie spese. Sono felice che per chi arriva dopo di me giocare a calcio sarà meno difficile”.

 

L’interesse nei confronti del pallone da parte delle bambine è aumentato, oggi anche per loro giocare può essere un investimento. “Prima di tutto deve esserci la passione. Io ho cominciato a giocare perché vivevo in campagna e intorno a me c’erano solo bambini che rincorrevano una palla. Non puoi dedicare la tua vita a qualcosa che non ami”. Nel 2019 il calcio femminile è diventato popolare grazie ai Mondiali, come sempre accade la Nazionale è il miglior traino per lo sviluppo dello sport, l’obiettivo è quello di partecipare anche l’anno prossimo, per la seconda volta consecutiva. “Sorrido se penso che da piccola mi sconsigliavano il calcio, quasi involontariamente, per mancanza di prospettive”, dice la capitana del Milan Valentina Bergamaschi. “Adesso non sarà più così. Se avessi una sorellina più piccola le direi di fare lo sport che preferisce, ma sarei più contenta se giocasse a pallone, sarebbe bello vedere una mini me in azione, con tutta la vita davanti, una prospettiva e un futuro diverso”. Professione calciatrice, uno status acquisito una volta per tutte, di diritto.

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