La storia

Congo-Charly, l'ultimo re di Svizzera

Francesco Caremani

Alla vigilia della Coppa d'Africa, l'incredibile storia di Charles Pulfer. Calciatore e capocantiere, che per seguire la sua azienda andò a giocare nella Repubblica del Congo. Dove fu capace di abbattere diversi stereotipi

Camerun-Burkina Faso ed Etiopia-Capo Verde, gruppo A, sono le prime due partite della trentatreesima edizione della Coppa d’Africa, che si gioca proprio in Camerun e che si concluderà il prossimo 6 febbraio. Una manifestazione che nei decenni è passata da essere mercato di giocatori a laboratorio del calcio del futuro, a torneo sopportato dalle leghe europee perché richiama tutti i calciatori africani più forti i quali, guarda caso, militano nei campionati più importanti. L’Africa, però, più che un continente è un pianeta, ricco di tante storie legate al calcio e non solo, a volte questo è uno strumento, altre volte il fine. Quella di Charles Pulfer, giocatore svizzero oscillante tra il dilettantismo e il semiprofessionismo, è una di queste, una specie di storia al contrario: non dall’Africa verso l’Europa ma dall’Europa verso l’Africa. Come se per una volta capovolgessimo il mappamondo e guardassimo le cose da una prospettiva diversa.

L’ultima volta che Pulfer ha calpestato un campo da calcio è stata il 3 novembre 1993: Galatasaray-Manchester United 0-0, ottavi di Champions League, con i turchi qualificati al turno successivo. Era uno degli assistenti di linea dell’arbitro svizzero Kurt Röthlisberger, aveva raggiunto il limite d’età e la maglia numero 11 con l’autografo dello svizzero di origini turche Kubilay Türkyilmaz (ex Bologna) è forse il cimelio più importante che abbia conservato.

Charles Pulfer negli anni Settanta, invece, era un’ala che faceva della velocità il suo punto di forza. Giocava nell’FC Pieterlen, paese del cantone di Berna sule falde meridionali del Giura, allora in terza divisione. Così bravo che l’NLB Nordstern si era interessato a lui per portarlo nel campionato superiore. Ma Charles aveva un’idea del calcio, e del mondo, completamente diversa e così accettò di fare il capocantiere per Frutiger che avrebbe costruito silos per il grano a Pointe-Noire, città portuale della Repubblica del Congo, conosciuta allora come Congo-Brazzaville o ex Congo francese; da non confondere con la Repubblica Democratica del Congo, ex Congo belga, Zaire dal 1971 al 1997. Charles parlava bene il francese ed era molto curioso, tratti che gli permisero di integrarsi rapidamente e fare amicizia. Ma la scintilla fu una partita di calcio tra il Vita Club Mokanda e i lavoratori stranieri, che giocavano spesso la sera tra loro. Finì 4-1 e Pulfer segnò due reti, tanto da attirare l’attenzione dell’allenatore di uno dei club più forti del Paese in quegli anni, capace di vincere un campionato e ben due coppe, la seconda con Charles in squadra.

Prima, però, di esordire dovette aspettare alcune settimane per il transfer che l’FC Pieterlen concesse senza tanti problemi. Per i tifosi congolesi era “Mundele”, per la sua carnagione chiara, ma ben presto quel soprannome venne sostituito da “Obosso”, per la velocità con la quale scattava sulla fascia e crossava al centro. Quando segnò il primo gol nemmeno l’edizione africana di France Football conosceva il suo nome, scrivendo che: “Il primo gol contro il Télésport è stato opera di un europeo. È il primo giocatore bianco in una squadra congolese”. La formazione era composta perlopiù da giovani studenti insieme con alcuni giocatori che avevano fatto parte della Nazionale campione d’Africa nel 1972, vincendo, sempre in Camerun, la finale contro il Mali per 3-2. Chalers Pulfer rifiutò subito i privilegi che il proprietario del club, Tchekaya Tschikaya, capo dell’Air Afrique, gli voleva accordare, rispetto agli altri componenti della rosa, cosa che lo fece subito ben volere dal resto dello spogliatoio. Così gli allenamenti finivano con grigliate in riva al mare, andavano tutti dallo stregone che graffiava con un rasoio le loro ginocchia cospargendole poi con una polvere marrone, percorrevano strade che non fossero state maledette dallo stregone della squadra avversaria ed era sempre lo stregone che pagava in caso di sconfitta, non l’allenatore; stregone al quale Pulfer rispondeva ai giornalisti di credere per puro spirito di squadra.

Charles non passava inosservato nemmeno ai posti di blocco, dove salutava i militari e andava oltre quando gli europei erano sempre fermati e controllati. In quel periodo in Angola infuriava la guerra civile con le fazioni rivali che si rifugiavano nei Paesi confinanti, mentre nell’altro Congo c’era il dittatore Mobutu, quindi muoversi all’interno del Congo-Brazzaville per un bianco non era la cosa più facile e naturale da fare. Ma non c’è mai stato un episodio che abbia messo in difficoltà Charls Pulfer, il quale in quel 1977 era un giocatore del Vita Club Mokanda e prima di ogni partita il patron invitata tutta la squadra a dormire nella sua villa, non tanto per generosità ma per evitare che i più giovani andassero a divertirsi la notte prima del match.

L’apoteosi la raggiunse il 31 dicembre 1977 nella finale contro i Black Devils al Revolution Stadium di Brazzaville, oggi intitolato ad Alphonse Massamba-Débat: presidente ad interim della Repubblica del Congo dal 1963 al 1968 e condannato a morte il 25 marzo 1977 per avere complottato l’assassinio di Marien Ngouabi. Charles dovette prendere quattro giorni di ferie, perché nel frattempo continuava a lavorare, e sorbirsi dodici ore di treno per arrivare a destinazione insieme con i compagni di squadra. Davanti a 30mila spettatori il Vita Club Mokanda vinse la coppa e quando al fischio finale ci fu l’invasione di campo Pulfer si ritrovò in mutande e calzini senza avere capito cosa fosse accaduto. Al ritorno il treno si fermava in ogni stazione per salutare i tifosi ebbri di gioia, ma il momento clou fu quando a Pointe-Noire il presidente solcò la folla con la sua Peugeot 404 decapottabile con dietro Pulfer e la coppa.

Finito il lavoro con i silos finì anche l’avventura africana di Pulfer. Il primo dipendente dell’azienda ad arrivare in Africa e l’ultimo ad andarsene. Tornato in Svizzera aiutò l’FC Pieterlen a salvarsi, trovò lavoro nella centrale nucleare di Berna, gestendo contemporaneamente la formazione di giovani arbitri allo Young Boys, e ha fatto l’assistente di linea conquistando il palcoscenico internazionale della Champions League; dal Congo è tornato con l’amore della sua vita che ha sposato nel 1982 e che gli ha dato due figli. Alle spalle ha lasciato i silos, che dopo dieci anni dal loro completamento non furono più utilizzati, diventando un monumento fatiscente al neocolonialismo, il caldo e l’umidità borderline di quelle latitudini. Ma soprattutto la sensazione di essere stato bene in un Paese straniero, africano, accettato e ben voluto perché capace di guardare oltre gli stereotipi e il colore della pelle, la sua. E se lì era prima “Mundele” e poi “Obosso”, per gli amici svizzeri divenne “Congo-Charly”. Come in un mappamondo dell’anima nel quale il sud è dentro e fuori di noi e mai nello stesso punto, basta capovolgerlo capovolgendo il nostro punto di vista.

Di più su questi argomenti: