Johan van der Velde mentre scala il Passo Gavia

Solo la grappa salvò van der Velde dalla tormenta del Gavia: meno 29 al Giro100

Giovanni Battistuzzi

L'olandese era in fuga verso Bormio quando la Cima Coppi fu colpita da una tempesta di neve. Provò ad arrivare al traguardo a meno cinque vestito solo con la sua maglietta di cotone ciclamino. Rischiò l'assideramento

Quel giorno tutto era bianco a eccezione di una striscia d’asfalto e di terra che si arrampicava verso il passo. Gli alpini erano riuscito a sgombrare la strada perché quel giorno doveva passare il Giro d’Italia. C’era un cielo che non prometteva nulla di buono a Chiesa Valmalenco al mattino, nubi nere gonfie di pioggia, che si sarebbe trasformata in neve a monte da un momento all’altro, ma era tappa corta, centoventi chilometri e si poteva rischiare. Il tempo pareva reggere, almeno sino alla discesa dal Passo dell’Aprica, quando la pioggia arrivò davvero e si fece fiocchi salendo il Passo Gavia.

Quel giorno avanguardista era un olandese, Johan van der Velde. Fu lui a vedere cadere per primo la neve, a vedere la faccia di Vincenzo Torriani dire “si va avanti”, fu lui a percorrere avanti a tutti quella strada che sembrava la Siberia. L'olandese van der Velde aveva l’idea di conquistare punti per mantenere la Maglia Ciclamino, quella dei punti, quella che loda il corridore che meglio si è piazzato in tutte le tappe. Lui che a inizio carriera si era convinto di poter diventare uno dei primi delle classifiche dei Giri, delle corse a tappe di tre settimane, si era trasformato in uomo da fuga e piazzamento, perché un vessillo, anche se non il più pregiato, era sempre oggetto desiderabile e prestigioso. L’olandese van der Velde era di carattere indomito, uno a cui piaceva l’avventura, e quando la nevicata si trasformò in bufera andò avanti some se nulla fosse, solo con la sua maglia di cotone ciclamino, non curante del freddo, dell’asprezza della salita, dei 2.652 metri del passo. Pedalava e basta, cercando di mantenere il vantaggio che aveva. Non aspettò neppure la decisione della direzione corsa che stava discutendo della possibilità di interrompere la tappa in cima ed evitare così ai corridori di evitare il supplizio della discesa sino a Bormio. Passò e si gettò verso la Valtellina e con lui tutti i giudici che stavano valutando il da farsi. E non si fermò neppure a indossare un giubotto, una mantellina, qualcosa, si gettò giù in quel delirio di discesa, che è da matti col bel tempo, figuariamoci con la neve.

Quel giorno l’olandese van der Velde a naso in giù verso Bormio iniziò a capire che qualcosa non andava. I muscoli erano rigidi, le mani insensibili, le ginocchia a malapena utilizzabilie, la sua bici tremava come se avesse bucato una gomma. Frenò coi piedi, si fermò e a stento riuscì a scendere dalla bici. Entrò dentro un camper che era parcheggiato a bordo strada e farfugliò qualcosa di gutturale. Lo coprirono con le coperte, lo riscaldarono con la grappa. Poi gli diedero un paio di maglioni per finire la tappa. Arrivò che i primi avevano tagliato il traguardo da un pezzo, che Franco Chioccioli aveva perso la Maglia Rosa e che Andrew Hampsten l’aveva conquistata. Arrivò che erano già passati tre quarti d’ora. Arrivò però che ancora oggi si ricordano che era arrivato.

 

Quel giorno era il 5 giugno 1988, il giorno della leggenda del Gavia.

Vincitore: Andrew Hampsten in 97 ore 18 minuti e 56 secondi;

secondo classificato: Erik Breukink a 1 minuto e 43 secondi; terzo classificato: Urs Zimmermann a 2 minuti e 45 secondi;

chilometri percorsi: 3.579.