Un Martini con Melania (quando non era ancora Trump)

Ricordi d’epoca della first lady dal Bar della Pace, l’avamposto della vita notturna romana dei favolosi anni novanta

di
16 APR 26
Immagine di Un Martini con Melania (quando non era ancora Trump)

La first lady statunitense Melania Trump (foto di Alex Wong/Getty Images)

Ma tu te la ricordi Melania? Ma quella Melania? Sì, al Bar della Pace”. A una cena romana può capitare che tra i pettegolezzi soliti (la Rai, il cinema, la Meloni, l’aria di riposizionamento generale), qualcuno ne butti lì uno più strano e roboante degli altri… E nel trambusto generale, e nello sgangheramento globale, mentre Trump attacca il romano pontefice, e la first lady americana fa strane conferenze stampa improvvisate dichiarando - non richiesta - di non aver mai avuto a che fare con Epstein, emergono reperti d’epoca, di un’epoca certamente più tranquilla, in una città non al centro di nulla, da un bel po’. E però: a Roma, la città che, secondo Gore Vidal, è il luogo migliore per aspettare la fine del mondo, il Bar della Pace era un avamposto notturno fondamentale tra piazza Navona e Campo dei Fiori, in una Roma dove non c’era ancora l’overtourism e i turisti (e le turiste) erano meno ciabattone. In quella Roma lì, nei primi anni Novanta, il Bar della Pace coi suoi tavolini tondi che traballavano sui sampietrini sbilenchi, le porte-finestre aperte su via dell’Anima (non ancora prima residenza berlusconiana), e l’edera che ricopriva le pareti e pencolava sul dehors, era una tappa obbligata per chiunque fosse o volesse sentirsi qualcuno, per una prima colazione, un aperitivo post-vernice, o un ultimo drink a tarda notte. Era, anche e soprattutto, un ritrovo di belle fanciulle internazionali, sia clienti che lavoranti.
A servire ai tavoli potevi infatti trovare quel tipo di ragazze che prima o poi capitano a Roma. Selezionate personalmente dal titolare, il leggendario Bartolo Cuomo, per tutti e solo “Bartolo”, si diceva parente del Cuomo governatore dello stato di New York, erano aspiranti attrici o modelle che a volte si fidanzavano poi con qualche principotto spiantato, un genere che a Roma non manca mai. Oppure sparivano e tornavano da dove erano venute. Ma a un certo punto capitò una ragazza che sposò qualcosa di meglio (o di peggio, dipende dal punto di vista), nientemeno che The Donald. C’è chi giura infatti che a servire ai tavoli ci fosse nientemeno che una modella slovena, una tal Melania Knauss poi appunto coniugata Trump, che faceva girare la testa agli avventori. “Sì, sì, sono certo, era proprio lei”, racconta al Foglio un cliente affezionato di quel bar confermando i pettegolezzi. Doveva essere prima che partisse per Milano e le sue fashion week e lì avvenisse l’incontro fatale con Paolo Zampolli, oggi “special envoy per le global partnership” del presidente ma allora “modellaro” che poi la portò a New York e la presentò al futuro leader. Poi come era arrivata, da Roma sparì. E molti anni dopo ricompare alla Casa Bianca, nel ruolo di silente prima signora. Qualcun altro ha diversi ricordi: “sì, si vedeva alla Pace ma non faceva la cameriera, stava già a New York, ed era amica del playboy napoletano Stefano Chitis”. Boh, vabbè.
Intanto, in questi giorni, una ex compagna di Zampolli, Amanda Ungaro, arrestata dall’ICE in America, promette sfracelli raccontando le sue verità, su Melania, su Trump, su Zampolli e gli Epstein files. State a vedere e verrà giù tutto, dice. Ma a Roma non arriva niente di tutto questo, tutto giunge più felpato, più protetto, agrumato, come una scorzetta di limone anzi lime in un gin and tonic, mentre il mondo viene brutalmente shakerato. Al Bar della Pace. “Melania non la ricordo, ma lì stava una ragazza che poi si fidanzò con Sylvester Stallone”, racconta al Foglio Gelasio Gaetani d’Aragona, conte e bon vivant. E amico di un’altra signora Trump, Ivana, nata Ivana Marie Zelníčková, altra dama dell’Europa dell’Est (c’è chi ha gusti anche geopolitici precisi) che lasciò la Cecoslovacchia negli anni Settanta per sposare il futuro presidente nel 1977, dandogli la progenie di Donald Jr., Ivanka ed Eric. “Ivana era fidanzata a un certo punto a mio fratello, Roffredo”. Roffredo Gaetani, che era concessionario della Ferrari a New York, e amico di Trump, era un altro personaggione in quegli anni Ottanta roboanti dove nessuno avrebbe pensato che quel tipo strambo un giorno sarebbe potuto diventare capo degli Stati Uniti. Roffredo Gaetani era una figura centrale nelle cronache, a un certo punto sfidò pure a duello il non ancora plastificato Mickey Rourke per contendersi la modella Carré Otis. Come tutti i fratelli Gaetani era avventuroso e infine lui, uomo Ferrari, morì in un incidente in Panda nei possedimenti aviti nel Montalcino.
Ma a Roma intanto fioriva una civiltà dei bar, non solo “la Pace” ma anche “il Fico”, e già le Cornacchie, e poi le Coppelle, il Bramante, l’Hemingway. A illuminare una notte - oggi sembra incredibile - in un’epoca in cui il centro storico era deserto e sonnacchioso e non invece invaso da pasterie e drinkerie e bisteccherie e negozi di chincaglierie, coi buttadentro, come oggi. La Pace era il culmine di un triangolo da cui passavano le meglio celebrità estere: in vent’ anni aveva ospitato tutte le arti e tutte le specialità, da Fernanda Pivano a Gregory Corso e Allen Ginsberg, a Harrison Ford, Catherine Deneuve, Francis Ford Coppola, Liza Minnelli, e pure Prince e Madonna (e Achille Bonito Oliva come nume tutelare). Ma anche Roberto D’Agostino, e John John Kennedy oggi noto anche ai millennial per la prestigiosa serie tv. E pure Giovanni Paolo II, che si fermò a prendere un caffé prima di dir messa a Santa Maria ovviamente della Pace.
Di tutto questo non c’è traccia visiva, non ci sono foto, del resto per fotografare occorrevano all’epoca apposite macchine fotografiche: e si stava meglio, ormai possiamo dirlo. Non eravamo paparazzi di noi stessi, a gratis. Accanto al bar c’era pure una trattoria della Pace, per chi dopo i Martini voleva mangiarsi una polpetta. Anche lì prima delle ondate di turisti e della massificazione pulciara del centro storico, in una ideale mappa di archeologia baristica di pionieri della vita notturna romana, non solo Bartolo ma anche Billy Bilancia, tutti morti, tutto perduto. Poi la chiusura, con le solite questioni di sfratti, proprietà esose, poi gli appelli e la riapertura, ma non è più la stessa cosa.
E forse è il nostro destino, italiano e romano, d’esser patria soprattutto e solo di bar e ristoranti, se anche negli Epstein files finora si son trovate robe da far dimettere ministri e ceo e ambasciatori, nel prestigioso estero, mentre in Italia, tra quel che si è potuto leggere, al massimo signorine di nobile lignaggio e molta leggerezza, e soprattutto richieste (di Epstein) su quale fosse il miglior ristorante per mangiare il pesce, a Roma. Intanto il Bar della Pace dopo anni ha riaperto, ma non è più lui, anche Roma non è più lei. E tra le cameriere, difficilmente qualcuna sposerà un presidente degli Stati Uniti. Ma forse è un bene, chissà.