Togliere i crocifissi dalle scuole è come sventolare i rosari. Due facce dello stesso errore

Gabriele Toccafondi*

Da Salvini a Fioramonti. Si utilizzano i simboli religiosi come strumento, bandiera, valore o disvalore senza condividere o almeno confrontarsi con il messaggio che portano

Un consiglio al ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti: meno interviste e più lavoro, meglio se condiviso. Lo dico da parlamentare che ha votato la fiducia al Governo e che fa parte con Italia Viva della maggioranza, che crede nella necessità del Conte bis, che vuole un paese ragionevole dove prevalga il buonsenso e non parole di odio e nemici dietro ogni angolo. Lo dico con spirito costruttivo e lo faccio solo dopo aver letto diverse interviste del ministro. Comunicazioni che sono avvenute senza che la maggioranza avesse, non dico condiviso ma anche solo discusso, nessuna di queste “proposte”. È un consiglio il mio, niente di più, mi sento di farlo avendo lavorato per alcuni anni al Miur da sottosegretario. Il ministro sarà ovviamente libero di ascoltare o meno il mio semplice suggerimento.

 

Sui temi che riguardano la scuola, l'università o la ricerca parleremo a breve in commissione e in Aula alla Camera e sono convinto che troveremo le migliori soluzioni possibili per aiutare i ragazzi a crescere. Perché la scuola, come ricordo sempre in ogni intervento pubblico ma soprattutto a me stesso, è fatta solo per loro: i ragazzi. La scuola è un percorso di crescita, di formazione della coscienza critica, cioè della personalità; i ragazzi scoprono a scuola molti dei loro talenti, pensano al presente ma anche al futuro. La scuola insomma è un cammino e come tale non può e non deve essere semplice sommatoria di nozioni.

    

Se la scuola è tutto questo, perché mai accanirsi su un simbolo come il crocifisso? Sul tema voglio intervenire non solo perché sono cristiano ma perché sui simboli si gioca ormai molta della comunicazione politica, e forse è il caso di smetterla. C'è chi sventola i rosari come fossero bandiere, dopo aver sognato di bruciare quella italiana, e chi chiede di eliminare qualsiasi immagine da una parete. Sono due facce dello stesso errore. Il tema non è l’oggetto ma ciò che rappresenta: il crocifisso o il rosario sono simboli di una religione di pace, condivisione, aiuto, dialogo nella ricerca della verità, cioè di ciò che permette che viviamo insieme senza scannarci.

 

L'errore è utilizzarli come strumento, bandiera, valore o disvalore senza condividere o almeno confrontarsi con il messaggio che portano. Posso ricordare al ministro Fioramonti che la Corte europea dei diritti dell'uomo con sentenza definitiva del 18 marzo 2011 ha dichiarato che la presenza in classe di questo simbolo “non lede né il diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni, né il diritto degli alunni alla libertà di pensiero, di coscienza o di religione”?

 

Potrei ricordargli anche un bellissimo articolo scritto nel 1988 sull'Unità dalla scrittrice e parlamentare comunista, di origine ebraica, Natalia Ginzburg, dal titolo “Quella Croce rappresenta tutti”. La Ginzburg, a difesa della croce nelle aule scolastiche, sottolineava che “il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. È un simbolo che unisce, e rappresenta i principi su cui poggia la cultura europea e di cui è intrisa l’identità storica e culturale del nostro paese. Se la scuola non è meramente un accumulo di nozioni, apparentemente quanto impossibilmente “neutre”, non dobbiamo certo averne paura.

 

*deputato di Italia Viva