Per uno studente su tre andare a scuola per tredici anni è stato inutile

Antonio Gurrado

Lo stato tragico dell'istruzione italiana secondo i dati Invalsi

I risultati dei test Invalsi presentati mercoledì alla Camera chiudono la stalla quando i buoi sono già evasi. Non mi riferisco all’inquietudine del ministro dell’Istruzione, che ha ravvisato “innegabili motivi di preoccupazione” nei dati imbarazzanti che, in fondo, non svelano nulla di sorprendente per chi bazzica le scuole. Intendo proprio che i test Invalsi, fotografia di uno stato di cose le cui radici affondano in concause confuse e remote, ci avvertono che ormai è troppo tardi.

 

Il dato più amaro che emerge dai dati è che in intere regioni è normale arrivare in quinta liceo con conoscenze indegne in italiano, matematica e inglese. E’ la certificazione che in buona parte del paese la scuola è diventata una macchina pachidermica ma inutile, poiché sembra avere abdicato al proprio principio essenziale: definire un sapere, trasmetterlo, far progredire solo chi lo ha recepito. Questa sintesi drastica deve tuttavia riconoscere infinite attenuanti: dal ruolo troppo invasivo lasciato ai genitori alla nobile ma talora controproducente aspirazione di formare gli animi oltre ai cervelli dei discenti; dalle oggettive limitazioni infrastrutturali ed economiche contro cui cozza la buona volontà al non trascurabile fattore umano che consiglia ai cuori degli insegnanti di premiare un alunno riuscito in faticosi progressi abbuonandogli le restanti lacune.

 

La statistica però non è un’opinione e il risultato è che uno studente su tre termina le medie o le superiori senza le competenze linguistiche di base richieste dal rispettivo corso di studi. Significa che per uno studente su tre andare a scuola per otto o tredici anni è stato inutile, e promuoverlo è stato dannoso sia per lui sia per gli altri. La percentuale si fa ancora più vertiginosa in matematica – quattro studenti su dieci non ce la fanno – e in lingua straniera: uno studente italiano su due non sa leggere l’inglese pur avendolo studiato.

 

Contano indubbiamente, come ha sottolineato il direttore dell’Invalsi, Roberto Ricci, la situazione socioeconomica della famiglia e il contesto geografico: le regioni del sud sono quelle da cui arrivano i numeri più deprimenti. Fatto sta che una misurazione oggettiva su scala nazionale ha dato risultati che contraddicono drasticamente quelli degli esami di stato appena conclusi, di terza media e quinta superiore: se uno su tre non sa l’italiano, come mai gli esami promuovono al successivo ciclo di studi più del novanta per cento dei candidati? O è sbagliato l’Invalsi o sono sbagliati gli esami.

 

Il divario fra nord e sud, infatti, scolora se si considera l’Invalsi dal versante dell’obiettivo minimo che la scuola dovrebbe garantire. Se per concludere un ciclo di studi c’è bisogno di un minimo grado di competenze fondamentali, il fatto che in tutte le regioni resista uno zoccolo duro (il 10 per cento se va bene, il 60 per cento se va male) di alunni che non ci arrivano può essere letto in due maniere. O nella consueta retorica lamentosa della questione meridionale spostata sui banchi o come presa di coscienza del fatto che, non importa se a nord o a sud, quello zoccolo duro continua a procedere imperterrito grazie a una sfilza di promozioni risicate per i motivi più diversi. Vuol dire, insomma, che a furia di patrocinare l’inclusione la scuola non funziona più come strumento di selezione e, di fronte a una rivelazione tanto inconfutabile, ha ragione chi dice che la valutazione statistica non basta se non seguono misure sostanziali. Vedrete dunque che, per ovviare all’orrido trend documentato dai test, la soluzione sarà l’uovo di Colombo: abolire l’Invalsi e promuovere tutti.

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