Perché i video dei bulli di Lucca parlano di noi e di quello che la scuola non è più capace di fare

Aumenta il numero di studenti che aggrediscono e si prendono gioco dei loro docenti. Ma il problema non sono né la morale, né le regole. Serve un'educazione della persona  

19 Aprile 2018 alle 21:09

Perché i video dei bulli di Lucca parlano di noi e di quello che la scuola non è più capace di fare

Uno screenshot del video degli studenti che bullizzano il loro professore a Lucca

Staranno già facendo qualche bando, lì a viale Trastevere sede del Miur, per combattere la nuova frontiera del bullismo. Infatti, mentre non è ancora scemata la “moda” del bullismo e cyber bullismo tra ragazzi (di cui parlavamo qui), ecco comparire il bullismo sul docente. Il mezzo di trasmissione è il solito: la rete. Un video girato in classe che riprende un professore vittima delle angherie dei propri studenti. L’escalation è stata rapida. Un primo filmato di qualche giorno fa raccontava di un ragazzo che sbraitava contro un prof. intimandolo di modificare il cinque in sei e, non contento, di mettersi genuflesso ai suoi piedi.

 

 

Un secondo vede protagonista lo stesso docente che mentre prova a dire qualcosa in classe è spintonato da un ragazzo con il casco, insultato più volte, affrontato a muso duro. Immagini accompagnate dalla colonna sonora del vociare dei ragazzi che ridacchiano e indicano possibili e nuove soluzioni d’offesa al bullo di turno.

 

 

 

Sono evidentemente immagini tristi non solo per il malcapitato ma perché specchio di una china inarrestabile nella quale scivola una buona parte della scuola italiana.

 

Il bullismo sui professori è sempre esistito. Tutti noi abbiamo avuto dei docenti nelle cui ore succedeva di tutto. Forse con modalità meno esplicite. Sino a vent’anni fa i cellulari non potevano documentare certe scene e i social non erano così utlizzati. E qui, forse, sta il primo punto. Siamo di fronte a una degenerazione della società dello spettacolo. Il bullo è ripreso con la vittima tra le mani e via con lo show. In diretta Facebook, Instagram o sulle chat di WhatsApp. Una modalità che evidentemente esalta chi compie l’atto rendendolo idolo non della classe ma del mondo della rete che lo guarderà e, dopo like o un commento spiritoso, condividerà compiaciuto.

 

Ma quei due video rivelano molto altro: la totale assenza di una reazione significativa del professore. Ci sono sempre più professori soli, che chiudono quella porta sperando che l’ora passi velocemente. Altro che consiglio di classe e corpo docenti unito. A questa solitudine si unisce uno smarrimento di quel principio di autorità che sempre più genera zampilli di violenza a scuola come in famiglia. Cosa fare? Non esistono ricette perché la questione è complessa. La morale non serve a nulla. Come non serve appellarsi all’aumento delle regole o al presunto ruolo di pubblico ufficiale di un professore.

 

La questione è piuttosto il soggetto, ragazzo o professore che sia. Lo smarrimento di una educazione della persona ha prodotto una sterminata flotta di docenti che navigano smarriti nei corridoi delle nostre scuole, privi di una proposta chiara, vissuta, appassionata, certa. Per questi educatori (non sono tutti così per fortuna) i ragazzi di oggi sono un problema. Quei ragazzi che si concepiscono inadatti, martellati da un potere estetizzante che li vuole al top in tutto quello che fanno. In balia di una realtà, vera o virtuale, che li segna anche duramente. Ragazzi soli perché si son divertiti a smantellare anche la famiglia.

 

Così hanno riempito le scuole di esperti, psicologi, “Circle Time”, attività per l’integrazione, il recupero contro la dispersione scolastica (ancora altissima in Italia), screditando ancora di più i professori e non capendo che il problema è degli adulti. Non serve una grande scienza per coglierlo. Il “Rapporto giovani 2018” dell’Istituto Toniolo edito da pochi giorni lo chiarisce bene. I ragazzi vogliono essere più protagonisti del loro presente, coinvolti in un cambiamento che reputano possibile; vorrebbero contare di più nella vita privata ma soprattutto in quella sociale, desiderosi che ci siano persone che riconoscano loro un valore e non una persona da cambiare. La scuola ha perso questa capacità di riconoscere ai suoi studenti un valore. Il problema non è sociale ma è dell’io. La società come la scuola si fonda sull’educazione dell’io. Quando si oblitera questa responsabilità la primissima conseguenza è un alunno che prende a testate un professore.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    20 Aprile 2018 - 11:11

    A 50 anni dal ’68, il genio di Gomez Davila (Nicolas) si fa apprezzare sempre meglio: “L'idea del libero sviluppo della personalità sembra degna di ammirazione finché non incappa in individui la cui personalità si è sviluppata liberamente”.

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  • mauro

    20 Aprile 2018 - 10:10

    Scusi, nel momento stesso in cui si dovrebbe riconoscere negli studenti un "valore" e non lo status di soggetti grezzi da formare, non si capisce perchè il valore riconosciuto di queste personalità, qualunque esso sia, non debba prendere a pedate i professori. Il cui generico valore professionale, per contro, è a livelli non proprio esaltanti. Naturalmente fermo restando quello, elevatissimo, di ammortizzatore sociale, che però non mette al riparo dalle pedate, anzi.

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  • p.risoluti

    20 Aprile 2018 - 08:08

    Ma come si fa a scrivere queste scemenze. Costui è un ex-bullo, non c'è dubbio. Invece di chiedere più disciplina, si chiede più coinvolgimento degli studenti, come se quei precoci delinquenti di Lucca volessero contare di più nei programmi scolatici. Così erano, semmai, quelli del '68. P.Risoluti

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