Il bullismo? E' un problema ingigantito e mal gestito dagli adulti

Il protagonista non è l'alunno, ma l'insegnante. Un saggio di Daniele Novara con la collaborazione dello psicologo Luigi Regoliosi

4 Marzo 2018 alle 06:01

Il bullismo? E' un problema ingigantito e mal gestito dagli adulti

Un dettaglio della copertina di “I bulli non sanno litigare”

Nei primi anni Novanta si diffuse in Italia la parola bullismo. Sembrava fosse un nuovo modo di definire il nervosismo o la prepotenza di qualche studente più irrequieto. La portata del fenomeno, gli effetti sulla scuola, lo sviluppo nei ragazzi e i rapporti con insegnanti e genitori, non erano noti. Eppure già parecchi anni prima, con il termine bullying, lo studioso norvegese Dan Olweus ne aveva chiarito inequivocabilmente i termini: “una serie di azioni violente e prepotenti ai danni di una vittima indifesa e più debole […] una situazione che causa alla vittima danni psicologici di lunga durata”.

 

Daniele Novara è tornato sul tema con “I bulli non sanno litigare” (uscito nel 2007), da pochi giorni rieditato dalla BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, con la collaborazione dello psicologo Luigi Regoliosi. Si tratta di una realtà attuale e urgente, anche per i risvolti educativi e penali, in pericoloso aumento e con importanti derivazioni. Una su tutte il Cyberbullismo: “Una forma di prevaricazione che utilizza lo strumento elettronico per attaccare la vittima che non riesce a difendersi”; sfrutta il presunto anonimato della rete e si realizza spesso con l’impossessarsi dell’identità del malcapitato.

 

L’originalità dell’analisi regge su due fattori: da un lato individuare nella “crisi del principio di autorità” l’origine del bullismo, dall’altro il tentativo, per rispondere al fenomeno, di “ripristinare i concetti di autorità e obbedienza”. Quest’ultimo, secondo l’autore (e secondo i dati crescenti), non funziona, come non serve “la repressione o l’indulgenza” per fronteggiare la sfida. Nemmeno la pioggia di soldi e i tanti progetti proposti a scuola, sono la soluzione a tutti i mali. Novara e Regoliosi propongono un approccio nuovo centrando il focus sull’adulto, un educatore solido nella proposta, nella formazione e nella capacità di affrontare il problema. L’insegnante è il vero protagonista dell’intervento. Questi dev’essere capace di un’azione sul gruppo e non sul singolo (che darebbe vita a un procedimento giustizialista), deve porsi le domande giuste e raccogliere discretamente gli elementi decisivi (l’età dei protagonisti in gioco, i tempi, i luoghi, le azioni perpetuate). Nel bullismo la persona da recuperare non è solo chi subisce ma anche chi perpetua l’atto. Così Novara più che offrire strategie porta il lettore a riflettere su come ancora “anche le tradizioni pedagogiche più progressiste faticano a cogliere le potenzialità dell’esperienza conflittuale” specialmente in età infantile. E’ fondamentale sviluppare nei ragazzi il pensiero laterale e la capacità tra pari di negoziare, cooperare e quindi fare comunità. L’adulto deve favorire queste dinamiche positive e non ergersi a giudice che, dopo una fase istruttoria, emette una sentenza. Il bullismo si estirpa dall’interno del gruppo sfruttando le potenzialità che un insieme guidato di persone può offrire: il parlarsi (che può iniziare anche come litigio o addirittura come atto violento ma spesso si conclude in un accordo), il guardarsi reciprocamente (gli autori propongono alcuni interventi in classe che favoriscano sempre un dialogo in cerchio), ascoltarsi. Tutte queste sembrano quasi strategie banali, oseremmo dire (sbagliando) scontate. Non lo sono perché la capacità di sentirsi parte di una comunità, confrontarsi con il diverso, non prevaricare il più debole o chi la pensa diversamente da noi, si sta perdendo. I ragazzi hanno sotto gli occhi tutti i giorni un mondo che è in perenne rissa (guardare la campagna elettorale delle ultime elezioni politiche) dove l’altro non è una risorsa ma un’entità da assoggettare violentemente alla mia presunta superiorità.

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