Nella scienza chi scopre un errore e tace è complice. Il dovere di non voltarsi dall'altra parte

Dopo la scoperta di centinaia di anomalie nelle pubblicazioni scientifiche, c'è chi minimizza. Ma denunciare gli errori è una responsabilità di ogni ricercatore, non un lavoro accessorio. Perché la scienza si corregge soltanto se chi conosce la verità decide di renderla pubblica

27 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 12:43 PM
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Per chi vi scrive, è doloroso dover riportare a volte estesi problemi via via scoperti nelle pubblicazioni scientifiche, cioè in quei documenti sui quali, in teoria, si basa il consolidamento di nuove conoscenze e l’avanzamento della scienza, specie se tali problemi non appartengono a quella categoria di errori da cui si può imparare qualcosa – e dunque progredire – ma al contrario sono il prodotto della distorsione del sistema di valutazione bibliometrico ormai imperante nella comunità scientifica.
Nonostante questo, nonostante cioè la tentazione di sorvolare e di non fare i conti e di non esporre pubblicamente quel che ogni tanto emerge, specie quando si tratta di mancanze sistemiche e quindi più dannose e più dure da correggere, il sottoscritto ritiene che l’etica della conoscenza delineata con cristallina chiarezza dal premio Nobel Jacques Monod, quel “dovere della verità” che implica la responsabilità per ogni ricercatore, per ogni scienziato e in generale direi per ogni intellettuale di esporre con franchezza gli errori propri e altrui, chiunque li abbia scoperti.
Si noti bene: autocorrezione, quella parola che viene rivendicata per mostrare come superiore il metodo (o i metodi) della scienza ad altre, non implica solamente la correzione dei propri errori, ma va intesa come una forma di azione dell’intera comunità scientifica: è l’intera comunità scientifica quella di cui si deve spostare il parere, o meglio della sua parte prevalente, in presenza di un errore, e dunque l’autocorrezione è un’attività plurale, in cui ognuno – esercitando la famosa “revisione fra pari” – ha il dovere di correggere gli errori che per avventura o per ricerca gli si presentano.
Non solo: questo processo, nei limiti di quello che si può fare, deve essere trasparente verso il pubblico, perché solo così la fiducia nella scienza, e la giustificazione della superiorità nel suo metodo, possono esser difesi; mostrare gli errori, e mostrare come e quando – cioè in che circostanze – essi si correggono, è quanto di meglio possa illustrare come e perché si progredisce nell’umana conoscenza del mondo naturale.
Per questo sono rimasto ancora una volta (perché molte volte è accaduto in passato) negativamente sorpreso da certi commenti suscitati dal mio ultimo articolo su un grave problema di dati falsi scoperti da Sholto David nella letteratura scientifica.
“Non è una novità”, “di che ci stupiamo”, “sono almeno 20 anni che è così”, questo è il tenore di tali commenti. E di fronte all’ovvia replica che tali commenti siano generici, e quindi alla richiesta di capire su cosa si fondassero, si scopre che taluni colleghi non solo si scontrano da decenni con le difficoltà di replicare i dati pubblicati dalla ricerca di base necessaria per esempio a identificare nuovi bersagli per terapie innovative, ma addirittura che c’è chi ha speso energie nel tentare in laboratorio le repliche, nell’identificare i problemi, in breve nel dimostrare che quanto pubblicato non regge. Ma allora, ci si chiede, con quei dati in mano, e con quella cognizione di così tanti problemi nella letteratura scientifica, perché non avete fatto come David, se vogliamo rimanere all’ultimo caso, o come il sottoscritto, che da una quindicina d’anni corregge casi di errori, imprecisioni, frodi e quanto altro gli capita di incontrare, in ogni sede e in tutti i modi che ha disposizione?
Perché, mi si risponde tra le altre cose, “non siamo poliziotti”.
È vero: non lo siamo. Ma siamo tutti, nelle industrie e nel pubblico, ricercatori e scienziati, e quell’etica, quella responsabilità che richiamavo e che Monod così bene ha enucleato, non ci consentono di sottrarci a una parte indispensabile del lavoro dello scienziato: il dovere di revisione, di critica, di scoperta e denuncia di un potenziale errore, perché tutta la comunità possa scrutinare un risultato che ha pecche – o presunte tali – e decidere quanto è solido ciò che è pubblicato.
Non può essere che, siccome lavoriamo allo sviluppo industriale, non ci interessi lo stato del corpus della conoscenza scientifica; né può darsi quel girare lo sguardo che troppe volte è più comodo praticare, per non dare disturbo, per non far fatica, e per non entrare in discussione, quasi che la letteratura scientifica o le pubblicazioni degli altri non ci riguardino, se non quando siano valido supporto a quel che stiamo facendo.
Girar lo sguardo di là, “perché non siamo pagati per questo”, è l’estensione nella scienza di quella mancanza di senso civico che sta portando più in generale alla dissoluzione delle nostre società; e proprio per questo, concluderò facendo mia una frase di Gramsci dalla “città futura” che stranamente si applica anche all’interno della comunità accademica e scientifica: odio gli indifferenti. Nella speranza che il lettore benevolo scusi questa mia arringa, forse un po’ troppo appassionata, ricordo a tutti che nella scienza veder chiaro un errore, e dimostrarlo magari in laboratorio, senza comunicarlo agli altri, non è meno colpevole di produrre un falso, e non rimuoverlo dal cammino della conoscenza.