Scienza
CATTIVI SCIENZIATI •
La scienza sa sempre di più, ma noi rischiamo di capire sempre meno
Sette milioni di studi pubblicati in un anno, risultati che sembrano contraddirsi e conoscenze decisive che restano sepolte. Per accedere alla letteratura scientifica passiamo attraverso motori di ricerca, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale che ordinano le pagine e decidono quali risultati mostrarci. Il lavoro di selezione è inevitabile, ma il modo in cui viene svolto resta spesso opaco
13 OTT 26

(Foto Getty)
Una conoscenza può essere pubblica e restare inaccessibile. Basta che sia sommersa da altre informazioni, mentre una notizia più semplice e vistosa attira l’attenzione. È una forma di occultamento adatta a un’epoca in cui la produzione di contenuti cresce senza sosta: il dato è disponibile, ma diventa difficile capire quale peso abbia e come si accordi con ciò che sappiamo già.
La scienza offre un esempio particolarmente chiaro. Nel 2025, secondo la stima citata da Helen Pearson su Aeon, sono stati pubblicati circa sette milioni di articoli scientifici, oltre diciannovemila al giorno. Ogni studio può aggiungere un risultato utile; quando viene presentato da solo, però, può generare un’impressione fuorviante. I giornali raccontano la ricerca più recente, i lettori incontrano titoli che sembrano smentirsi a vicenda e il quadro complessivo resta fuori campo.
È accaduto con il paracetamolo in gravidanza. Nel settembre 2025 l’agenzia regolatoria statunitense FDA annunciò un’avvertenza basata su un possibile legame fra l’assunzione del farmaco e l’autismo nei figli. La notizia ebbe grande risonanza. Una successiva revisione dell’insieme delle prove concluse che le evidenze disponibili non mostravano chiaramente un legame con autismo o ADHD. Nel frattempo l’allarme aveva raggiunto molte donne, mentre la valutazione complessiva richiedeva il lavoro meno appariscente di ricostruire la letteratura e giudicare la qualità degli studi.
La conoscenza necessaria, in casi come questo, non coincide con la singola pubblicazione. Prende forma confrontando i risultati, distinguendo le ricerche più solide e stimando che cosa indicano nel loro insieme. Una revisione sistematica raccoglie gli studi pertinenti seguendo criteri dichiarati e ne valuta l’affidabilità; quando i dati sono comparabili, una metanalisi ne combina i risultati. Sono metodi nati proprio per rendere leggibile una letteratura che, lasciata alla somma dei singoli articoli, può sembrare contraddittoria.
La storia della posizione in cui far dormire i neonati mostra quanto possa costare il ritardo. Per decenni fu raccomandato di metterli a pancia in giù. Una revisione successiva ha ricostruito come il rischio associato a quella posizione fosse già riconoscibile negli studi intorno al 1970, circa vent’anni prima che il consiglio cambiasse diffusamente. I ricercatori stimarono che una sintesi tempestiva delle prove, seguita da un intervento adeguato, avrebbe potuto evitare almeno cinquantamila morti in Europa, Australasia e Stati Uniti. La stima è controfattuale, e proprio per questo va letta con cautela; il caso mostra comunque che l’accumulo di risultati non basta a produrre conoscenza capace di orientare le decisioni.
La scienza ha sviluppato strumenti per fare questo lavoro. La metanalisi di Gene Glass, negli anni Settanta, contribuì a superare il conteggio elementare degli studi favorevoli e contrari, che assegnava lo stesso peso a ricerche di dimensioni ed effetti diversi. La nascita della collaborazione Cochrane, nel 1993, portò l’idea della revisione sistematica al centro della medicina. Eppure il sistema scientifico continua a premiare soprattutto la pubblicazione di nuovi risultati. La sintesi richiede anni, non produce sempre un titolo seducente e fatica a competere per l’attenzione con lo studio appena uscito.
La crescita digitale rende questa difficoltà anche una questione di potere. Per accedere alla letteratura scientifica passiamo attraverso motori di ricerca, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale che ordinano le pagine e decidono quali risultati mostrarci. Il loro lavoro di selezione è inevitabile; il modo in cui viene svolto resta spesso opaco. Le poche grandi imprese che controllano questi strumenti diventano così gatekeeper dell’informazione scientifica: determinano quali contenuti affiorano, quali vengono riassunti e quali restano sepolti nelle pagine successive. La selezione incide su ciò che il pubblico può conoscere e su quali prove entrano nelle decisioni.
Una risposta generata dall’intelligenza artificiale rende il filtro ancora meno visibile. L’utente riceve una conclusione già ordinata, senza sapere sempre quali studi siano stati consultati, quali siano rimasti esclusi e quale affidabilità abbiano le fonti considerate. Alcuni strumenti possono aiutare a individuare e classificare gli articoli, accelerando parti del lavoro; la loro capacità di produrre revisioni affidabili deve però essere dimostrata, e una sintesi automatica può dare un’immagine incompleta della letteratura. L’efficienza nel reperire le pubblicazioni non equivale alla capacità di valutarle.
Il problema pubblico, allora, riguarda chi governa l’attenzione e secondo quali criteri. Se il filtro è affidato a sistemi proprietari, i cui criteri non sono controllabili, la disponibilità formale degli articoli convive con un accesso governato da decisioni private. Servono strumenti di ricerca trasparenti e sintesi scientifiche aggiornate, consultabili e verificabili; occorre inoltre rendere visibili le fonti e il percorso che conduce a una risposta. La conoscenza scientifica si costruisce quando i risultati vengono organizzati e sottoposti a controllo. In un ambiente saturo di informazioni, chi decide che cosa merita attenzione esercita un potere decisivo su ciò che la società riesce a sapere.