La commissione Covid può tutto, tranne che fare della scienza un nemico

Il metodo scientifico non è democratico e non decide per maggioranza. Un dato non diventa falso perché è impopolare e un’evidenza non diventa vera perché raccoglie consensi. Confondere queste due dimensioni può diventare rischioso

1 OTT 26
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Foto ANSA

Durante il Covid, una parte della destra italiana ha scelto di politicizzare quasi tutto: dalla gestione della pandemia alla campagna vaccinale, trasformando questioni sanitarie e scientifiche in terreno di scontro politico. Alcune critiche erano, e restano, assolutamente legittime. Si poteva discutere del lockdown, della chiusura delle scuole, della proporzionalità delle restrizioni, della tutela delle libertà individuali e degli errori commessi nelle diverse fasi dell’emergenza. In una democrazia non solo è possibile farlo: è doveroso.
Il problema nasce quando la critica alle decisioni politiche si confonde con la delegittimazione della scienza. In questi anni, in alcune aree del centrodestra, il dubbio legittimo è stato talvolta accompagnato dalla messa in discussione del mondo medico e scientifico e, in alcuni casi, di conoscenze ormai consolidate. E’ un cortocircuito pericoloso.
La politica ha il compito di decidere. La scienza ha il compito di studiare i fatti sulla base delle evidenze disponibili. Sono piani diversi. Un ministro può sbagliare, così come può sbagliare uno scienziato o un comitato tecnico. Ma riconoscere un errore scientifico non significa sostituire il metodo scientifico con una convinzione politica.
La scienza, del resto, non è democratica: non decide per maggioranza. Un dato non diventa falso perché è impopolare e un’evidenza non diventa vera perché raccoglie consensi. La conoscenza scientifica procede attraverso dati, verifiche, confronto e capacità di correggersi quando emergono nuove evidenze. Proprio questa possibilità di correggere gli errori è una delle sue principali forze.
Anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid dovrebbe muoversi in questa direzione. Indagare sulla gestione della pandemia è legittimo e necessario: bisogna capire quali decisioni abbiano funzionato, quali abbiano prodotto conseguenze negative, quali responsabilità politiche e amministrative siano emerse e dove lo Stato abbia mostrato le proprie fragilità.
Ma il suo obiettivo dovrebbe essere soprattutto uno: imparare dagli errori per essere più preparati alla prossima emergenza. Il rischio, invece, è che una commissione d’inchiesta venga percepita come uno strumento per alimentare una battaglia politica contro la comunità scientifica, assumendo un’impostazione più ideologica che conoscitiva. Sarebbe un’occasione persa.
La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto chi abbia sbagliato, ma che cosa dobbiamo cambiare. Come migliorare i protocolli? Come rendere più trasparente l’utilizzo dei dati? Come comunicare meglio durante una crisi? Come proteggere contemporaneamente la salute pubblica, la scuola, l’economia e le libertà individuali?
Una forza politica che aspira a governare dovrebbe avere l’ambizione di affrontare queste domande senza trasformare la scienza in un avversario politico. Inseguire le componenti più radicali del proprio elettorato può produrre consenso nell’immediato, ma rischia di lasciare in eredità una sfiducia nelle istituzioni che alla lunga danneggia tutti.
Criticare il lockdown non significa essere antiscientifici. Contestare una misura sanitaria non significa negare la realtà. Chiedere trasparenza sui dati non significa delegittimare i medici. Ma trasformare la diffidenza verso la scienza in un’identità politica è un’altra cosa.
Il bilancio del Covid dovrebbe servire a costruire un paese più preparato, non semplicemente più diviso. La politica ha il diritto – e il dovere – di giudicare le decisioni prese. Ma deve farlo senza confondere la critica al potere con la negazione dei fatti. Perché una cosa è chiedere conto degli errori commessi durante una pandemia. Un’altra è trasformare la scienza in un nemico. La prima è democrazia. La seconda è populismo.