Lo studio delle infezioni ha bisogno urgente di fondi

Una ricerca di Nature rivela informazioni importanti sulla diffusione dei virus, ma i tagli al budget dell'Oms impattano proprio le aree fondamentali per proseguire 

29 SET 26
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Foto LaPresse

Quando compare una nuova infezione nell’uomo, una delle prime domande riguarda il luogo in cui il passaggio alla nostra specie è avvenuto. Negli ultimi decenni questa domanda è stata spesso ricondotta alla trasformazione degli ecosistemi: modificando l’ambiente, aumentiamo le occasioni di contatto con animali che possono ospitare microrganismi capaci di raggiungerci, e con esse cresce la probabilità di uno spillover, cioè del salto da una specie animale alla nostra.
Un grande studio pubblicato su Nature prova ora a verificare quanto questa spiegazione corrisponda alla distribuzione osservata delle malattie emergenti. Rory Gibb e i suoi colleghi hanno raccolto 58.319 eventi epidemici relativi a 32 infezioni, osservati in 169 paesi fra il 1910 e il 2022. La parte più consistente dei dati appartiene agli ultimi due decenni, quando la sorveglianza epidemiologica è diventata più capillare. Nel campione compaiono infezioni molto diverse fra loro, dalla dengue a Ebola, dalla febbre gialla alla peste, fino a Nipah, mpox e malattia di Lyme. Per ciascun evento i ricercatori hanno ricostruito le caratteristiche ambientali del luogo in cui era stato registrato, cercando di capire quali condizioni si associassero più frequentemente alla comparsa di un focolaio. Il problema decisivo, però, precede qualunque interpretazione ecologica: un focolaio può comparire in un archivio soltanto quando qualcuno riesce a riconoscerlo. Questo introduce una distorsione enorme. Dove il sistema sanitario è più accessibile, una malattia ha più probabilità di essere diagnosticata e quindi di entrare nei dati. Dove raggiungere una struttura sanitaria richiede molto tempo, lo stesso evento può restare invisibile. La carta geografica dei focolai osservati contiene dunque anche l’impronta della capacità di osservazione.
Gli autori hanno cercato di correggere questo effetto introducendo nei modelli variabili che descrivono l’accessibilità dei servizi sanitari. Il risultato è molto forte. Nei modelli in cui era possibile stimare il tempo di viaggio, ogni ora aggiuntiva necessaria per raggiungere una struttura sanitaria corrispondeva a una diminuzione mediana del 32 per cento della probabilità che un focolaio comparisse nei dati. Quel numero varia molto da una malattia all’altra e non rappresenta quindi una legge generale. Mostra però quanto profondamente la geografia dell’emergenza infettiva dipenda dalla possibilità di accorgersene.
Questo punto cambia il modo in cui devono essere lette molte mappe delle zoonosi. Una regione nella quale vengono registrati pochi focolai può essere davvero meno esposta, oppure può essere semplicemente una regione nella quale la sorveglianza vede meno. Quando questa differenza non viene considerata, è facile attribuire all’ambiente ciò che dipende almeno in parte dalla struttura del sistema sanitario.
Dopo aver corretto per quanto possibile questa distorsione, gli autori ritrovano comunque un segnale ecologico. Non emerge però una singola causa capace di spiegare allo stesso modo tutte le malattie considerate.
La struttura del paesaggio conta soprattutto in alcune categorie di infezioni. I territori nei quali aree naturali e zone trasformate dall’uomo si intersecano frequentemente risultano associati a un rischio maggiore in una parte consistente delle malattie studiate. Il significato biologico è plausibile: quando cambia l’organizzazione di un ecosistema cambiano anche le occasioni di incontro fra ospiti animali, vettori e persone.
Il segnale è particolarmente chiaro nelle infezioni trasmesse da artropodi. Per una malattia veicolata da zanzare o zecche, l’ambiente interviene direttamente sulla distribuzione del vettore e quindi sulla possibilità che il patogeno circoli. In questi sistemi alcune caratteristiche ecologiche tendono a produrre effetti simili anche in malattie diverse.
Una delle associazioni ricorrenti riguarda le variazioni di lungo periodo delle precipitazioni. In diverse infezioni trasmesse da vettori, condizioni progressivamente più secche risultano associate a un aumento del rischio. L’interpretazione dipende dal sistema biologico considerato, perché la disponibilità dell’acqua modifica in modi differenti l’ecologia delle specie coinvolte.
Su altri fattori molto discussi negli ultimi anni il quadro appare assai meno uniforme. La perdita recente di foresta mostra un’associazione statisticamente riconoscibile soltanto in una minoranza delle malattie esaminate. Anche le variazioni di temperatura non producono una firma comune abbastanza stabile da attraversare l’intero insieme dei patogeni studiati.
Questo non permette di concludere che la deforestazione o il cambiamento climatico siano irrilevanti per l’emergere delle infezioni. Significa che il loro effetto non appare come un meccanismo universale, riconoscibile con la stessa direzione in sistemi biologici profondamente diversi.
La distinzione diventa ancora più evidente nelle zoonosi nelle quali il patogeno passa all’uomo direttamente da un animale. Per infezioni come Ebola, MERS o mpox non emerge una combinazione comune di fattori ambientali paragonabile a quella osservata in molte malattie trasmesse da vettori. In questi casi il rischio sembra dipendere molto di più dalla specifica ecologia del serbatoio animale e dalle modalità con cui avviene il contatto con l’uomo.
La categoria generale delle zoonosi contiene dunque meccanismi biologici troppo diversi per essere descritti attraverso una sola spiegazione ambientale. Il fatto che un patogeno provenga da un animale non implica che il suo passaggio all’uomo dipenda dalle stesse condizioni che favoriscono il passaggio di un altro patogeno.
Lo studio ha anche limiti importanti. Per rendere confrontabili archivi molto differenti, gli autori hanno spesso ridotto l’informazione alla presenza o assenza di almeno un caso in una certa località e in un certo anno. In questo modo si perde la dimensione del focolaio, e per molte infezioni rare diventa difficile ricostruire con precisione la sequenza temporale fra cambiamento ambientale ed emergenza della malattia.
Gli autori hanno verificato almeno in parte la robustezza di questa scelta utilizzando dati statunitensi più completi per quattro arbovirosi. In quel contesto, l’analisi semplificata recuperava gran parte dei principali determinanti geografici che emergevano considerando direttamente l’incidenza.
Il quadro che ne risulta è più complesso delle spiegazioni generali che spesso accompagnano il tema delle malattie emergenti. L’azione dell’uomo sugli ecosistemi conta, ma il suo effetto dipende dalla biologia del patogeno e dal modo in cui la trasmissione avviene. Prima ancora, conta la capacità di vedere ciò che accade.
Per questo una parte decisiva della prevenzione delle future epidemie passa dalla sorveglianza. Dove una malattia viene riconosciuta presto, diventa possibile ricostruirne l’origine e intervenire prima che la trasmissione si allarghi. Dove la sorveglianza è debole, anche la nostra conoscenza dell’ecologia delle epidemie rimane deformata.
La geografia delle malattie emergenti racconta quindi due fenomeni inseparabili: dove i patogeni riescono a raggiungerci e dove noi riusciamo ad accorgercene. Prima di attribuire un vuoto sulla mappa all’assenza di una malattia, bisogna essere certi che in quel luogo qualcuno fosse in grado di vederla.
Proprio mentre questi dati indicano quanto sia pericolosa l’invisibilità epidemiologica, il sistema internazionale costruito per ridurla sta attraversando una fase di contrazione. Nel 2025 l’OMS ha chiesto ai propri uffici nazionali di misurare gli effetti della brusca riduzione degli aiuti sanitari internazionali. Fra 108 paesi esaminati, il 66 per cento segnalava già interruzioni nella sorveglianza di sanità pubblica, mentre il 70 per cento riferiva conseguenze sulla preparazione e sulla risposta alle emergenze. Alla fine dello stesso anno l’Organizzazione stimava che gli aiuti sanitari esterni sarebbero diminuiti complessivamente del 30-40 per cento rispetto al 2023.
Anche l’OMS dispone oggi di risorse inferiori a quelle previste pochi anni fa. La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Organizzazione e di interromperne il finanziamento ha avuto un peso rilevante, insieme alla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisa da altri paesi. Nell’aprile 2025 il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus indicava per il biennio 2026-2027 un deficit salariale previsto fra 560 e 650 milioni di dollari; il programma di bilancio è stato poi ridotto da 5,3 a 4,2 miliardi di dollari, con un taglio del 21 per cento rispetto alla proposta originaria. La ristrutturazione conseguente ha comportato una diminuzione del personale e del numero di programmi che l’Organizzazione può sostenere.
Gli effetti hanno raggiunto esattamente le funzioni che il lavoro pubblicato da Nature mostra essere essenziali. Nel rapporto sui risultati del 2025, l’OMS scrive che le restrizioni finanziarie hanno limitato le reti di sorveglianza e il monitoraggio previsto dai Regolamenti sanitari internazionali; nei paesi sono state ridimensionate le attività di laboratorio e la capacità di rilevare precocemente le emergenze. Nello stesso anno i sistemi globali dell’Organizzazione hanno comunque vagliato circa 5,4 milioni di segnali potenzialmente rilevanti e verificato con i governi circa 693 possibili minacce sanitarie. Sono numeri che danno la misura dell’apparato necessario per trasformare la comparsa locale di una malattia in un’informazione disponibile al resto del mondo.
Esistono anche investimenti che procedono nella direzione inversa: l’OMS ha aggiornato nel 2025 il sistema EIOS, Epidemic Intelligence from Open Sources, oggi utilizzato da più di 110 Stati per individuare precocemente segnali di possibili minacce sanitarie. La sua stessa strategia indica però fra le condizioni necessarie la disponibilità di un finanziamento stabile nel tempo. Un sistema capace di raccogliere segnali globali serve infatti soltanto se, a monte, esistono persone e strutture capaci di generare quei segnali.
Si crea così una contraddizione molto precisa fra ciò che stiamo imparando sulla nascita delle epidemie e la direzione nella quale si stanno muovendo una parte delle politiche sanitarie internazionali. Il lavoro di Gibb e colleghi mostra che uno dei maggiori ostacoli alla conoscenza del rischio infettivo consiste nella probabilità diseguale che un focolaio venga osservato. Ridurre la sorveglianza nei paesi che possiedono sistemi sanitari più fragili rende ancora più diseguale quella probabilità e allarga le zone nelle quali un nuovo patogeno può circolare prima di essere riconosciuto.
La questione riguarda direttamente anche i paesi che dispongono di sistemi sanitari molto più forti. Un focolaio non osservato in una regione lontana non rimane necessariamente confinato nel luogo in cui è comparso, mentre l’informazione raccolta precocemente può viaggiare molto più rapidamente del patogeno e consentire agli altri paesi di prepararsi. La sorveglianza internazionale costituisce perciò una forma di protezione condivisa il cui valore dipende anche dai punti più deboli della rete.
Se la grande lezione epidemiologica di questi dati è che non possiamo prevenire ciò che non riusciamo a vedere, ridurre oggi la capacità mondiale di vedere significa accettare deliberatamente una conoscenza peggiore della prossima minaccia infettiva.