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Il mercato delle firme scientifiche. Cosa sono le paper mills
Esistono organizzazioni che producono articoli scientifici falsi o riciclati, procurano loro una destinazione editoriale e vendono per alcune centinaia di dollari un posto nell'elenco degli autori. Quando la finiremo con la bibliometria?
16 SET 26

Foto di Jessica Ruscello su Unsplash
Una firma sotto un articolo scientifico dovrebbe certificare due cose abbastanza semplici: che chi compare fra gli autori ha contribuito in maniera sostanziale al lavoro e che è disposto ad assumersi una parte della responsabilità per ciò che viene pubblicato. Nella scienza contemporanea quella stessa firma svolge però anche un'altra funzione, perché entra nella valutazione di chi cerca un posto, concorre per un finanziamento, aspira a una promozione o deve dimostrare di essere abbastanza produttivo per restare nel sistema. Le pubblicazioni sono così diventate, insieme ai loro indicatori bibliometrici, la principale unità con cui si misura una carriera scientifica.
Ogni volta che un indicatore acquista un valore elevato, aumenta anche l'incentivo a procurarselo separandolo dalla realtà che dovrebbe rappresentare. Nel caso delle pubblicazioni questa possibilità ha assunto ormai una forma industriale. Esistono organizzazioni che producono articoli scientifici falsi o riciclati, procurano loro una destinazione editoriale e vendono per alcune centinaia di dollari un posto nell'elenco degli autori. Si chiamano paper mills, fabbriche di articoli, e il loro prodotto finale non è semplicemente un brutto lavoro scientifico: è una pubblicazione costruita affinché una persona possa iscrivere nel proprio curriculum una ricerca che non ha mai compiuto.
Il 6 settembre la redazione scientifica di ERR, la radiotelevisione pubblica estone, ha provato a vedere quanto fosse difficile entrare in questo mercato. La risposta è arrivata nel giro di mezz'ora. I giornalisti di Novaator, in un'inchiesta firmata da Johannes Peetsalu e curata da Jaan-Juhan Oidermaa, hanno creato un informatico inesistente chiamato John Robert Steezy, hanno raccolto su Facebook i recapiti di sette venditori particolarmente attivi e hanno scritto loro su WhatsApp chiedendo esplicitamente se fosse possibile comprare la firma di un articolo. Cinque hanno risposto entro trenta minuti. Sul telefono del ricercatore immaginario sono arrivate, nello stesso intervallo di tempo, più di venti proposte, con prezzi compresi fra duecento e ottocento dollari.
Non c'era bisogno di frequentare forum clandestini, conoscere intermediari o imparare qualche gergo riservato agli addetti ai lavori. I venditori pubblicizzavano i propri servizi apertamente in gruppi Facebook con nomi come "Free Scopus publication and research help", utilizzando locandine prodotte con l'intelligenza artificiale e invitando i potenziali clienti a proseguire la conversazione su WhatsApp. Dietro l'apparenza della consulenza editoriale si trovava un normale catalogo commerciale nel quale si potevano scegliere rivista, posizione fra gli autori, tempi e prezzo.
L'offerta più cara ricevuta da ERR costava ottocento dollari e riguardava un articolo destinato, secondo il venditore, al Journal of Intelligent Decision Making and Information Science. La pubblicazione era promessa entro venti giorni. È un tempo incompatibile con ciò che normalmente richiedono una valutazione editoriale seria, la ricerca dei revisori, la peer review, le eventuali revisioni del manoscritto e la successiva lavorazione editoriale. All'altro estremo del listino, per duecento dollari al falso informatico veniva offerta la firma in un articolo di scienze della pesca, ovviamente del tutto al di fuori della materia in cui il presunto ricercatore era esperto.
Anche il servizio di assistenza aveva raggiunto un grado notevole di professionalizzazione. Uno dei venditori ha parlato al telefono con il giornalista, gli ha spiegato in inglese la procedura di pubblicazione e il sistema dei prezzi e gli ha precisato che avrebbe dovuto pagare soltanto dopo l'accettazione del manoscritto da parte della rivista. La frode veniva dunque proposta con una garanzia che trasferiva sul venditore una parte consistente del rischio commerciale. Nel giro di poche ore tutte le conversazioni erano arrivate allo stesso stadio: sarebbe bastata un'email perché uno dei manoscritti fosse inviato a una rivista portando fra gli autori John Robert Steezy, un uomo che non esiste e che naturalmente non aveva prodotto un solo dato contenuto in quei lavori. A quel punto la redazione ha interrotto l'esperimento. I venditori hanno continuato a scrivere per giorni.
I manoscritti offerti erano abbastanza plausibili da superare almeno una lettura frettolosa. Guardandoli con maggiore attenzione emergevano figure prive di senso e riferimenti bibliografici inseriti senza criterio, segni di una produzione interessata soprattutto a riprodurre la superficie formale dell'articolo scientifico. È precisamente questo il requisito commerciale di una paper mill: il testo non deve contenere una scoperta, deve avere l'aspetto di un oggetto pubblicabile abbastanza a lungo da attraversare i controlli disponibili.
Per ottenere questo risultato le fabbriche dispongono ormai di diverse fonti di materia prima. Una parte può essere generata attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Un'altra proviene direttamente dalla letteratura scientifica esistente. Secondo quanto ricostruito da ERR, vengono scelti anche lavori poco conosciuti o pubblicati in lingue che riducono la probabilità di riconoscimento, quindi tradotti automaticamente e modificati nella formulazione, nelle tabelle e nelle figure in misura sufficiente a rendere più difficile l'identificazione del plagio.
Lauri Laanisto, professore in tenure track di macroecologia alla Estonian University of Life Sciences, ha avuto la possibilità di osservare il procedimento sul proprio lavoro. Nella primavera del 2026 ha scoperto che una ricerca alla quale aveva partecipato era stata inviata a una rivista, lievemente trasformata, sotto il nome di un'altra persona. La scoperta è stata fortunosa: pochi mesi prima Laanisto aveva presentato quegli stessi risultati, comprese le figure, durante un incontro in Polonia al quale partecipava il caporedattore della rivista che in seguito avrebbe ricevuto il manoscritto contraffatto. Quando l'editor si è trovato davanti il nuovo articolo, ha riconosciuto materiale che aveva già visto.
Il lavoro di trasformazione era elementare e proprio per questo abbastanza istruttivo. Erano cambiati il titolo e la formulazione del testo; una figura originariamente a colori era diventata in bianco e nero; risultati e struttura scientifica restavano quelli dello studio originale. Il manoscritto indicava come autore una persona affiliata a un'università cinese, della quale Laanisto non è riuscito a trovare traccia né sul sito dell'ateneo né nei database accademici. Non è neppure certo che chi aveva preparato il falso avesse bisogno di arrivare fino alla pubblicazione. Laanisto osserva che, in alcuni sistemi di valutazione, a un dottorando o a un ricercatore sottoposto a una scadenza può servire anche soltanto dimostrare di avere inviato un manoscritto a una rivista. In quel caso la ricevuta della submission costituisce già il prodotto acquistato.
Resta poi da attraversare il controllo che dovrebbe impedire a materiale simile di diventare letteratura scientifica. Anche qui l'industria ha sviluppato soluzioni adeguate. Una delle tecniche descritte da ERR consiste nel proporre alla rivista revisori inesistenti associandoli a indirizzi di posta controllati dalla stessa organizzazione che ha prodotto il manoscritto; quando l'editore invia la richiesta di peer review, il testo ritorna così nelle mani di chi deve farlo pubblicare, che può confezionare una valutazione favorevole sotto falsa identità. Sono documentati anche tentativi di corrompere editor e operazioni capaci di assumere il controllo di parti del processo editoriale.
La dimensione del fenomeno rende difficile liquidare tutto come una periferia pittoresca della cattiva editoria scientifica. Un'analisi pubblicata su PNAS ha raccolto 29.956 articoli sospettati di provenire da paper mills e presenti anche in OpenAlex. Al momento dell'analisi ne risultavano ritirati 8.589, il 28,7 per cento. Sulla base dell'andamento osservato, gli autori stimano che soltanto circa un quarto di questi lavori verrà mai ritirato e che appena una frazione ancora minore finirà all'interno di riviste successivamente escluse dai principali sistemi di indicizzazione. Una grande quantità di materiale presumibilmente fraudolento è quindi destinata a continuare a far parte della letteratura accessibile, dove può essere trovata, citata e incorporata in lavori successivi.
Qui il danno cambia natura. Chi compra la firma su un articolo ottiene un vantaggio curricolare illegittimo e compete con ricercatori che hanno realmente prodotto il proprio lavoro; l'articolo acquistato, una volta pubblicato, entra contemporaneamente nella base informativa che altri scienziati utilizzano per formulare ipotesi, progettare esperimenti e sintetizzare le conoscenze disponibili. Se riguarda discipline biomediche può finire dentro revisioni della letteratura e, attraverso passaggi successivi, contribuire anche alla costruzione di raccomandazioni cliniche. Il falso curriculum di una persona diventa così un problema per l'affidabilità della conoscenza collettiva.
Laanisto ricorda che la compravendita di firme esiste da almeno vent'anni. In passato poteva riguardare anche articoli autentici che avevano già superato una prima revisione e nei quali, prima della pubblicazione definitiva, veniva venduto un posto fra gli autori. La novità documentata dall'esperimento estone riguarda la scala e la facilità di accesso: il cliente non deve più trovarsi nella rete giusta al momento giusto, perché può raggiungere direttamente un venditore sui social network e ricevere in pochi minuti un assortimento di articoli già disponibili.
La domanda che alimenta questo commercio nasce anche dal modo in cui molte istituzioni hanno scelto di valutare la ricerca. Laanisto usa un paragone molto semplice: per un politico contano i voti, per un ricercatore contano le pubblicazioni. Il paragone diventa particolarmente efficace quando il numero dei lavori entra direttamente nelle condizioni per ottenere un posto, conservarlo o ricevere denaro. In alcuni paesi esistono persino premi monetari collegati alle pubblicazioni; secondo Laanisto, è soprattutto in contesti di questo genere che le paper mills hanno trovato finora il terreno più favorevole, mentre egli non conosce casi di ricercatori estoni che ne abbiano fatto uso.
Sarebbe però troppo semplice attribuire l'intero fenomeno alla pressione del "publish or perish". Quella pressione crea una domanda, mentre perché nasca un'industria occorre che l'acquisto abbia una probabilità ragionevole di funzionare. Le paper mills possono prosperare perché una pubblicazione conserva un valore elevato come certificato di produttività anche quando i meccanismi che dovrebbero garantire chi l'ha prodotta e come è stata prodotta diventano permeabili. La valutazione quantitativa, i controlli editoriali insufficienti e la debolezza delle conseguenze dopo la scoperta finiscono così per attribuire un prezzo di mercato a qualcosa che il sistema scientifico continua a trattare come una prova di merito.
Al momento, chi viene scoperto ad acquistare un articolo, duplicare dati o pubblicare materiale sottratto ad altri ricercatori può subire conseguenze locali senza incorrere necessariamente in una sanzione capace di seguirlo nel sistema accademico. Un'esclusione formale dall'accesso ai finanziamenti pubblici, invece, cambierebbe il calcolo del rischio. Oggi quel calcolo può essere straordinariamente favorevole: poche centinaia di dollari per una pubblicazione in più, una probabilità incerta di essere scoperti e conseguenze che possono rimanere limitate anche quando la frode emerge.
L'esperimento di ERR, molto simile a uno che io stesso effettuai 10 anni fa circa, rende visibile soprattutto quanto questo mercato sia diventato ordinario. Sette numeri di telefono trovati su Facebook, cinque risposte in mezz'ora, più di venti articoli tra cui scegliere, duecento dollari per entrare come informatico in un lavoro sulla pesca, ottocento per una promessa di pubblicazione in venti giorni. Dietro questi numeri c'è ormai un'impresa che conosce la domanda accademica, prepara un'offerta adatta agli indicatori con cui vengono valutati i ricercatori e accompagna il cliente fino all'accettazione del manoscritto. Quando comprare la prova documentale di avere fatto scienza diventa più semplice che fare la scienza necessaria a produrla, il problema non riguarda più soltanto chi bara, ma il valore che siamo ancora disposti ad attribuire a quella prova. Quando la finiremo con la bibliometria?

