Come la pseudoscienza viaggia sulle pagine dei giornali

L'intervista del Corriere a Massimo Melelli Roia, per sua stessa definizione "nullologo della medicina", rischia di trasformare delle opinioni prive di fondamento scientifico in credenze sociali diffuse. Gli effetti possono diventare molto pericolosi

9 SET 26
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Foto ANSA

Sul Corriere della Sera del 7 settembre Stefano Lorenzetto intervista Massimo Melelli Roia, medico perugino che si definisce "nullologo della medicina". Il giornale lo presenta ai lettori, fuori dalle virgolette, come "uno dei massimi esperti di digiuno terapeutico e medicina biologica". Seguono iridologia, omotossicologia, oligoterapia, elettroagopuntura di Voll, micoterapia e idrocolonterapia. Alla domanda se si tratti di specializzazioni, Roia risponde: "Neanche una". Il Corriere aveva quindi a disposizione, fin dalle prime righe, tutte le informazioni necessarie per capire che cosa stava pubblicando.
Da quel momento l’intervista diventa una lunga esposizione di affermazioni mediche straordinarie, quasi sempre lasciate senza un controllo sul loro fondamento scientifico. Roia racconta che il suo maestro russo Eugeni Velkhover scopriva dall’iride un tumore al seno sei anni prima della diagnosi e prevedeva un infarto con due anni di anticipo. Aggiunge di avere imparato a riconoscere nell’iride patologie ereditarie risalenti fino a sei generazioni, sulla base di statistiche che sarebbero state costruite su un milione di persone. Il lettore del Corriere riceve queste informazioni e prosegue. Nessuno gli spiega che l’iridologia è stata sottoposta da tempo a studi controllati e che una revisione sistematica concluse già nel 1999 che la sua validità diagnostica non era sostenuta dalle prove disponibili. Una revisione pubblicata nel giugno 2026 arriva alla stessa conclusione dopo avere riesaminato plausibilità biologica, accuratezza diagnostica e riproducibilità: l’iridologia non può essere sostenuta come strumento diagnostico o di screening.
Il problema diventa particolarmente serio quando l’intervistato attribuisce a queste pratiche capacità terapeutiche o diagnostiche precise. L’elettroagopuntura di Voll compare come una tecnica utilizzabile persino in gravidanza. Esistono test controllati sui dispositivi elettrodermici derivati da quella tradizione. Uno studio randomizzato in doppio cieco pubblicato sul British Medical Journal sottopose trenta persone a più di 1.500 misurazioni e verificò se il test fosse capace di distinguere soggetti allergici da soggetti non allergici. Fallì. Gli autori conclusero che il metodo non poteva essere usato per diagnosticare quelle allergie. Nell’intervista del Corriere questo genere di informazione manca completamente.
Poi arriva l’idrocolonterapia. Roia racconta di persone che avrebbero conservato nell’intestino residui fecali per sei anni, talvolta per dodici, diciotto o ventiquattro, annidati nelle "austrature del colon", e sostiene che tali residui diventerebbero visibili mentre escono attraverso il tubo trasparente dell’apparecchio. È una versione moderna della vecchia teoria dell’autointossicazione intestinale, sulla quale si è costruita per decenni una parte della medicina alternativa occidentale. Le revisioni dedicate alla colon irrigation hanno rilevato l’assenza di prove solide a sostegno delle numerose indicazioni terapeutiche rivendicate dai suoi promotori. Una rivista clinica arrivò a concludere che quelle rivendicazioni inducevano i pazienti in errore. Il Corriere pubblica invece il racconto delle feci vecchie di ventiquattro anni senza fornire al lettore alcuna informazione sullo stato delle conoscenze.
La stessa procedura viene applicata al digiuno. Roia racconta un "record" di quarantanove giorni e spiega che durante il digiuno emicrania, nausea e tachicardia sarebbero provocate da "tossine che finiscono in circolo", contro le quali servirebbe l’agopuntura. Il digiuno è un campo reale di ricerca biomedica e proprio per questo richiede precisione. Gli studi disponibili sui digiuni prolungati descrivono modificazioni metaboliche importanti, perdita di massa magra ed eventi avversi; le revisioni più recenti sottolineano anche la possibilità di alterazioni elettrolitiche, intolleranza ortostatica e problemi nella rialimentazione. La ricerca clinica sul digiuno può produrre indicazioni specifiche per condizioni specifiche. Non fornisce una licenza generale per trasformare quarantanove giorni senza cibo in una terapia raccontata attraverso un aneddoto.
L’intervista raggiunge infine ansia e depressione. Roia afferma che possono essere curate anche con la sua "medicina biologica" e giustifica la risposta ricordando che circa il 90 per cento della serotonina viene dall’intestino. La premessa quantitativa contiene un dato fisiologico reale. La conclusione clinica non ne discende. La serotonina periferica e quella cerebrale costituiscono pool distinti; la serotonina prodotta nell’intestino non attraversa liberamente la barriera ematoencefalica. Il rapporto fra microbiota, intestino e cervello costituisce un settore importante della ricerca contemporanea, con meccanismi assai più complessi della scorciatoia proposta nell’intervista. Anche qui al lettore viene consegnata una spiegazione medica di ansia e depressione priva della necessaria verifica.
Lorenzetto qualche dubbio lo manifesta. Definisce "vago" il termine medicina biologica, ricorda i danni possibili dell’agopuntura e mette sul tavolo penicillina, vaccini, antiretrovirali e chemioterapia. Questi interventi restano dentro la conversazione e vengono assorbiti dalle risposte dell’intervistato. Il controllo giornalistico richiesto da affermazioni sanitarie verificabili avrebbe una natura diversa: prendere l’affermazione, controllare la letteratura, riferire al lettore il risultato. Un giornale può intervistare chiunque. Quando pubblica affermazioni capaci di orientare una persona malata, la loro verifica appartiene al lavoro giornalistico.
La domanda più significativa arriva quasi alla fine: "Vabbè che la medicina non è una scienza esatta, ma a chi dobbiamo credere?". Una frase simile trasforma impropriamente il funzionamento della medicina in una competizione fra credenze. La medicina scientifica non chiede fiducia in un medico contrapposta alla fiducia in un altro. Produce ipotesi, misura risultati, confronta trattamenti, registra eventi avversi e modifica le proprie conclusioni quando cambiano le prove. L’iridologo che afferma di vedere nell’occhio un carcinoma sei anni prima della diagnosi propone una tesi controllabile. Chi sostiene di curare ansia e depressione attraverso una generica "medicina biologica" propone una tesi controllabile. Una grande testata dispone dei mezzi per scoprire che cosa sia accaduto quando tesi di questo genere sono state controllate.
Il Corriere dispone anche di una sezione Salute, nella quale pubblica regolarmente medicina di ottimo livello. Proprio questa circostanza rende difficile liquidare il caso come inevitabile approssimazione di un giornale generalista. La stessa testata possiede le competenze necessarie per applicare criteri elementari di verifica alle affermazioni sanitarie. Evidentemente quei criteri smettono talvolta di operare quando la medicina entra nelle Cronache, nelle interviste personali o nelle rubriche.
L’episodio di Roia si inserisce infatti in un problema editoriale già visibile altrove. Il Corriere ospita stabilmente "Piccole Dosi" di Franco Berrino, collocata fra le sue rubriche di opinione. Nel dicembre 2023 ha pubblicato un articolo intitolato "Kuzu, così si curano esofago, faringe e intestino infiammati", nel quale il reflusso viene descritto anche attraverso le categorie yin e yang della macrobiotica e si afferma, sulla base dell’"esperienza clinica", che poche settimane di kuzu bastano a risolvere il problema. In un altro articolo sulla stitichezza si legge che l’orario migliore per evacuare sarebbe fra le sei e le otto, quando secondo la medicina tradizionale cinese "l’energia dell’intestino crasso" raggiungerebbe il massimo. Sono contenuti pubblicati e indicizzati sotto il marchio del Corriere, accanto alla sua produzione giornalistica scientifica.
L’effetto di questo sistema editoriale è facilmente descrivibile. Un’affermazione che non possiede una validazione scientifica sufficiente acquista comunque una credenziale sociale potentissima. Compare sul quotidiano italiano che per storia, diffusione e autorevolezza occupa una posizione centrale nel sistema dell’informazione. Viene accompagnata dalla fotografia dell’intervistato, dalla sua laurea, dagli incarichi che dichiara e dai casi di successo che racconta. Il giornale aggiunge nel sommario la qualifica di "uno dei massimi esperti". Per un lettore privo degli strumenti necessari a esaminare PubMed, controllare studi diagnostici e valutare una revisione sistematica, questa confezione editoriale pesa enormemente.
Il risultato appare ancora più grave osservando la pagina delle Cronache del Corriere dell’8 settembre. L’intervista al medico che racconta iridologia, residui fecali vecchi di ventiquattro anni e cure biologiche per ansia e depressione compare immediatamente accanto alla storia di Francesco Gianello, morto a quattordici anni per un osteosarcoma dopo che i genitori si erano affidati a un medico seguace delle teorie di Hamer. I periti nominati dalla Corte d’Assise di Vicenza hanno appena depositato una relazione secondo la quale il ragazzo avrebbe potuto essere salvato seguendo i protocolli chemioterapici e chirurgici; il processo è in corso e le responsabilità penali spettano naturalmente ai giudici. Il Corriere racconta accuratamente quella tragedia e, nella stessa pagina, offre una lunga vetrina priva di adeguato controllo scientifico a un altro insieme di teorie mediche estranee alla medicina basata sulle prove. I due casi sono diversi e nessuna equivalenza clinica può essere stabilita. La contraddizione editoriale rimane intatta.
Da anni discutiamo del danno prodotto dalla pseudoscienza quando entra nelle istituzioni. Un grande quotidiano è una di quelle istituzioni, perché contribuisce ogni giorno a stabilire quali persone meritino ascolto e quali affermazioni possano entrare nel discorso pubblico con una patente di rispettabilità. La libertà di parola consente naturalmente a un medico di sostenere l’iridologia, l’omotossicologia o l’esistenza di residui fecali immobili nel colon da ventiquattro anni. La libertà editoriale consente a un giornale di intervistarlo. La qualità dell’informazione si misura nel lavoro compiuto fra queste due libertà e il lettore.
Il Corriere, in questo caso, quel lavoro non lo ha fatto abbastanza. Ha trasformato affermazioni mediche straordinarie in materiale da intervista, affidando la loro valutazione alla battuta successiva del giornalista. Ha definito "uno dei massimi esperti" un medico in relazione a una "medicina biologica" – medicina biologica, perché ormai “bio” è buono a prescindere - che lo stesso intervistato compone con pratiche dal valore scientifico profondamente eterogeneo, alcune delle quali hanno fallito verifiche sperimentali dirette. Ha lasciato che racconti individuali di guarigione occupassero lo spazio in cui avrebbero dovuto comparire dati clinici.
Quando un giornale di questa importanza compie ripetutamente una scelta simile, la pseudoscienza vince senza ostacoli, e il motivo è chiaro: il Corriere della Sera le ha aperto la porta. E Stefano Lorenzetto, l’intervistatore, che ha scritto un “Dizionario delle citazioni sbagliate”, dovrebbe ben sapere di cosa sto parlando.