Scienza
Cattivi Scienziati •
La pseudoscienza può uccidere, ma fa ancora più danni quando avvelena le istituzioni
Se un cittadino incontra la biodinamica nelle università e nelle leggi, l'omeopatia nei master e nel servizio sanitario e una macchina capace di produrre oro nelle sale del Senato, la sua difficoltà nel capire cosa è scienza e cosa no non può più essere spiegata soltanto attraverso la sua ignoranza
3 SET 26

Foto di Sharon Pittaway su Unsplash
Si può continuare a misurare la cultura scientifica degli italiani chiedendo quanti credano all'omeopatia, agli oroscopi, alle scie chimiche o a qualche altra teoria priva di fondamento, ottenendo così informazioni certamente interessanti sul livello di alfabetizzazione scientifica della popolazione, purché non si perda di vista un fenomeno assai più grave: in Italia la pseudoscienza attraversa con notevole facilità università, amministrazioni pubbliche, ordini professionali, tribunali e Parlamento, riuscendo a ottenere da istituzioni governate da persone istruite una parte delle credenziali che non riesce a conquistare attraverso le prove. Quando questo accade, l'ignoranza individuale spiega sempre meno, perché il cittadino al quale chiediamo di riconoscere la scienza dalla sua imitazione incontra professori che insegnano discipline pseudoscientifiche, professionisti che ottengono crediti frequentandone i corsi, giudici che ne accolgono le conclusioni attraverso una perizia e legislatori che ne discutono il riconoscimento; la confusione che osserviamo a valle è stata almeno in parte prodotta a monte.
L'agricoltura biodinamica offre un esempio particolarmente limpido perché ci porta fuori dalla medicina, dove la malattia e il bisogno di cura rendono più facilmente comprensibile la ricerca di soluzioni prive di fondamento. La biodinamica deriva dalle conferenze tenute da Rudolf Steiner nel 1924 e conserva prescrizioni nelle quali entrano influenze cosmiche, preparati ottenuti riempiendo corna bovine di letame e altre procedure legate alla concezione antroposofica del loro autore; ciononostante, nel maggio 2021 il Senato discusse un disegno di legge sull'agricoltura biologica nel quale la biodinamica compariva esplicitamente, ed Elena Cattaneo, senatrice a vita e farmacologa, dovette presentare un emendamento per eliminare quel riferimento, che l'Aula respinse. Nel testo definitivo approvato nel 2022 la parola scomparve, mentre rimase una formulazione generale che consente l'equiparazione al biologico dei metodi che rispettino la normativa europea e nazionale.
Nel gennaio 2023 il trentasettesimo congresso internazionale dell'Associazione per l'Agricoltura Biodinamica si tenne nell'Aula Magna Adalberto Libera dell'Università Roma Tre, con il patrocinio, fra gli altri, del ministero dell'Ambiente, della Regione Lazio e di Roma Capitale; il programma comprendeva esponenti universitari e istituzionali e una lezione magistrale dedicata a "Identità biodinamica, economia e triarticolazione sociale", mentre il preconvegno ospitava interventi su agricoltura biodinamica e medicina antroposofica come "due figlie dell'Antroposofia" e sul ruolo dell'intuizione nella conoscenza scientifica. La teoria di Steiner non aveva bisogno di cambiare per ottenere un diverso statuto sociale, perché bastava cambiare il luogo nel quale veniva presentata: dentro un'aula universitaria, fra docenti e rappresentanti di istituzioni pubbliche, ciò che all'esterno avrebbe richiesto innanzitutto di dimostrare la propria validità poteva cominciare a utilizzare la presenza stessa dell'università come argomento di rispettabilità.
Nell'ottobre 2025 il meccanismo è riapparso in una forma tanto estrema da sembrare costruita apposta per renderlo visibile, quando nella sala Caduti di Nassirya del Senato si tenne, su iniziativa di Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato della Lega, una conferenza dedicata alla cosiddetta "Macchina di Majorana", il dispositivo che secondo i sostenitori di Rolando Pelizza sarebbe stato progettato segretamente da Ettore Majorana e sarebbe capace, fra le altre cose, di produrre energia illimitata, annichilire materia, trasformare materiali comuni in oro e perfino ringiovanire gli esseri viventi, senza che nessuna di queste affermazioni sia mai stata sottoposta a una verifica sperimentale indipendente. Nel gennaio successivo Elena Cattaneo promosse nello stesso Senato una conferenza del CICAP intitolata "La macchina di Majorana, una storia senza prove", proprio per ricostruire la vicenda e chiarire che fotografie, lettere e filmati presentati dai sostenitori non sostituiscono un esperimento controllabile.
La vicenda è quasi una dimostrazione sperimentale del trasferimento di credibilità che avviene quando un'istituzione presta i propri spazi e i propri simboli. Un cittadino non possiede gli strumenti per controllare personalmente la fisica delle particelle, così come non può ripetere una sperimentazione clinica prima di assumere un farmaco, e per orientarsi utilizza indicatori ragionevoli di affidabilità: un'università, un ente di ricerca, un ministero, il Parlamento. Quando una storia sulla trasmutazione della materia viene portata in Senato da una carica istituzionale, quella storia riceve inevitabilmente qualcosa che i suoi sostenitori possono spendere all'esterno come riconoscimento, anche quando nelle formule che accompagnano l'evento si precisa che il Senato non è responsabile delle opinioni espresse.
Lo stesso Rino Liuzzi, in arte "Jupiter", che di mestiere fa l'astrologo, il 5 dicembre 2024 moderò presso l'auditorium del ministero della Salute una conferenza della Lega italiana per la lotta contro i tumori dedicata allo stato dell'arte e alle prospettive future della LILT; un mese dopo, il 4 gennaio 2025, fu invitato su Rai Radio 1 nella trasmissione "Caffè Europa", mentre si parlava del futuro dell'esplorazione spaziale nel cinquantenario dell'Agenzia spaziale europea. Gli astri non diventano capaci di predire gli eventi perché un astrologo entra in un ministero o in una trasmissione del servizio pubblico, mentre l'astrologo diventa molto più difficile da distinguere da un esperto quando due istituzioni alle quali il pubblico attribuisce una funzione di selezione della competenza lo collocano nei propri programmi.
L'università produce un effetto ancora più potente, perché qui la credenziale prende la forma di crediti e titoli. Nell'anno accademico 2025-2026 la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Roma Tor Vergata continua a offrire un master universitario di primo livello in "Medicine naturali e scienze naturopatiche", della durata di un anno e del valore di 60 crediti, esplicitamente presentato come opportunità di aggiornamento professionale; nei programmi e nei bandi collegati a questo percorso sono comparsi omeopatia, omotossicologia, floriterapia di Bach e altre discipline di solidità scientifica estremamente diversa. Studiare l'omeopatia all'università sarebbe perfettamente ragionevole se la si trattasse come oggetto di storia della medicina, sociologia o analisi critica, mentre un master professionalizzante collocato dentro una Facoltà di Medicina produce un segnale differente, perché insegna a utilizzare quelle pratiche e conferisce per questo crediti universitari.
La stessa ambiguità è incorporata nel sistema della formazione continua dei sanitari. La Commissione nazionale per la formazione continua stabilì nel 2017 che gli eventi dedicati alle medicine non convenzionali possono essere accreditati soltanto quando presentano contenuti tecnico-scientifici basati sulle prove di efficacia e sulla medicina fondata sulle evidenze, inserendo però esplicitamente nel perimetro degli eventi accreditabili medicina omeopatica, omotossicologia, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica e medicina antroposofica, oltre a pratiche che pongono problemi scientifici diversi come fitoterapia e agopuntura. La clausola sull'evidence based medicine dovrebbe risolvere la contraddizione, purché l'accreditamento effettivo distingua un corso che insegna a valutare criticamente l'omeopatia da uno che forma alla prescrizione omeopatica; in caso contrario rimane soprattutto il risultato amministrativo visibile, cioè un'attività che produce gli stessi crediti ECM con cui il medico certifica il proprio aggiornamento professionale.
La Toscana ha trasformato questa ambiguità in una politica sanitaria strutturale, dichiarando nel proprio sito istituzionale che agopuntura, medicina tradizionale cinese, omeopatia, fitoterapia e medicina manuale "fanno parte delle cure assicurate dal sistema regionale di sanità"; ancora nell'aprile 2026 la Regione indicava quattro strutture di riferimento per le medicine complementari, fra cui un Ambulatorio di Omeopatia dell'Azienda Usl Toscana Nord Ovest, e nel maggio successivo pubblicava il numero 60 del proprio "Notiziario regionale delle medicine complementari", nel quale figurava fra l'altro un articolo sui vent'anni di esperienza del centro omeopatico di Lucca.
La categoria amministrativa scelta dalla Regione attenua differenze che sul piano scientifico sono decisive, perché la fitoterapia comprende sostanze farmacologicamente attive che possono essere studiate con gli strumenti ordinari della farmacologia, mentre l'omeopatia si fonda sulla legge di similitudine e su preparazioni ottenute attraverso diluizioni e "dinamizzazioni" che la stessa pagina della Regione descrive senza chiarire al lettore la distanza esistente fra questo sistema e le conoscenze della chimica e della farmacologia contemporanee. Il cittadino trova quella descrizione nello stesso portale in cui cerca ospedali, prestazioni e servizi sanitari, cosicché la distinzione fra registrare l'esistenza di una pratica e attribuirle una legittimazione terapeutica diventa sempre più difficile da percepire.
Il disegno di legge S.1251, presentato dal senatore Orfeo Mazzella del Movimento 5 Stelle e tuttora all'esame del Senato, porta questa confusione direttamente nella formulazione normativa, perché richiama il "pluralismo nella scienza", dichiara di riconoscere il "valore terapeutico delle terapie complementari e integrative" e prevede che queste possano rientrare nelle prestazioni del Servizio sanitario nazionale, mentre gli articoli successivi disciplinano commissioni, registri professionali e corsi di formazione. Il valore terapeutico di una pratica appartiene alla categoria delle proposizioni empiriche, perché deve risultare dalla misura di un beneficio rispetto a controlli adeguati; il Parlamento può decidere quali prestazioni finanziare e come organizzarle, mentre il voto di una maggioranza non aggiunge alcun dato a quelli prodotti dagli studi clinici.
Alla produzione accademica, amministrativa e politica della credenziale se ne aggiunge una particolarmente insidiosa, perché deriva dall'autorità della giurisdizione e dal ruolo che la perizia scientifica assume nel processo. Il giudice deve decidere anche questioni nelle quali la soluzione dipende da conoscenze che non possiede personalmente, per cui si affida a consulenti tecnici; se la consulenza seleziona male la letteratura, confonde una successione temporale con un rapporto causale o attribuisce un peso sproporzionato a studi minoritari, l'errore scientifico può entrare nella sentenza e acquisire immediatamente un'autorità nuova. Da quel momento il percorso può chiudersi su sé stesso, perché la sentenza viene citata fuori dall'aula come dimostrazione che un tribunale ha "riconosciuto" quel nesso, quella presunta dimostrazione rafforza la credibilità pubblica degli esperti che l'avevano sostenuta e il precedente può alimentare nuove cause nelle quali vengono presentate perizie analoghe.
Nel 2012 il Tribunale del lavoro di Rimini riconobbe un rapporto causale fra vaccinazione MPR e autismo in un bambino e condannò il ministero della Salute a corrispondere l'indennizzo previsto dalla legge; nel 2015 la Corte d'Appello di Bologna ribaltò la decisione dopo una nuova consulenza tecnica, giudicando scientificamente irrilevanti gli studi utilizzati per sostenere il nesso, fra i quali erano state richiamate anche le ricerche di Andrew Wakefield, il cui articolo sul rapporto fra vaccino MPR e autismo era già stato ritirato e la cui condotta scientifica era stata giudicata gravemente scorretta. Nel frattempo, la sentenza di Rimini aveva avuto grande risonanza sui mezzi di informazione e nei circuiti antivaccinali, perché "un tribunale ha stabilito che il vaccino causa l'autismo" possiede una forza comunicativa enormemente superiore a quella di una revisione epidemiologica che spiega perché quel rapporto non esiste.
Lo stesso circuito si è ripresentato con i telefoni cellulari. Nel 2017 il Tribunale di Ivrea riconobbe come malattia professionale il neurinoma del nervo acustico di un dipendente Telecom che aveva utilizzato intensamente il cellulare per ragioni lavorative, e nel gennaio 2020 la Corte d'Appello di Torino confermò la decisione sostenendo l'esistenza di una "legge scientifica di copertura" capace di sostenere il nesso causale; nello stesso periodo, un rapporto sulle radiofrequenze e i tumori elaborato dall'Istituto superiore di sanità insieme ad altri enti scientifici presentava un quadro delle evidenze che non confermava un aumento dei tumori cerebrali attribuibile all'uso dei cellulari, coerentemente con i risultati del grande studio Interphone.
Qui il punto non riguarda il diritto di un lavoratore a chiedere un indennizzo, che deve essere deciso secondo le regole proprie del processo previdenziale, bensì la migrazione di una conclusione giudiziaria dal diritto alla scienza. Il processo civile può utilizzare criteri probatori e causali costruiti per decidere una controversia fra parti determinate; l'epidemiologia cerca invece di stabilire se un'esposizione modifichi realmente il rischio in una popolazione, attraverso studi che devono controllare confondenti, errori sistematici e fluttuazioni casuali. Quando una sentenza individuale viene trasformata nella frase "i giudici hanno dimostrato che i cellulari causano il cancro", due diversi sistemi di valutazione vengono sovrapposti e l'autorità della magistratura finisce per sostituire quella delle prove scientifiche.
La vicenda Xylella mostra quanto questo circuito possa diventare distruttivo anche lontano dalla medicina. Nel dicembre 2015 la Procura di Lecce dispose il sequestro preventivo degli ulivi interessati dal piano di contenimento del batterio e iscrisse nel registro degli indagati dieci persone, fra cui ricercatori del CNR, docenti universitari e il commissario straordinario Giuseppe Silletti; il provvedimento bloccò di fatto le eradicazioni previste dal piano, mentre l'impianto accusatorio metteva in discussione anche i presupposti scientifici che attribuivano a Xylella fastidiosa un ruolo centrale nel disseccamento. Nel 2019 l'inchiesta fu archiviata quanto alle accuse di diffusione della malattia e nel febbraio 2026 il gip di Bari ha archiviato anche l'ultimo procedimento a carico dell'ex responsabile del CNR Donato Boscia, riconoscendo che aveva operato in conformità alla normativa europea e nazionale. Nel frattempo, la malattia aveva continuato la propria diffusione nella regione.
Un'inchiesta giudiziaria possiede inevitabilmente una forza che un articolo scientifico non possiede: può sequestrare materiali, fermare un'attività, interrogare persone e trasformare uno scienziato in indagato. Proprio per questo l'ingresso di una ricostruzione scientificamente debole dentro il sistema giudiziario ha conseguenze che superano quelle di qualunque convegno pseudoscientifico, perché l'errore diventa capace di modificare materialmente la realtà sulla quale pretende di pronunciarsi. Se si bloccano gli interventi di contenimento durante un'epidemia vegetale, il tempo trascorso non viene restituito quando l'inchiesta è archiviata; se un ricercatore viene rappresentato per anni come possibile responsabile della diffusione della malattia che sta studiando, l'assoluzione finale non ripristina automaticamente la fiducia pubblica perduta.
Stamina portò il rapporto fra tribunali, politica e pseudoscienza ancora più avanti. A partire dal 2012 diversi giudici ordinarono agli Spedali Civili di Brescia di proseguire o somministrare le infusioni richieste dai pazienti, mentre AIFA aveva già contestato aspetti fondamentali della produzione e della caratterizzazione delle cellule; nel 2013 il Parlamento intervenne consentendo la prosecuzione di alcuni trattamenti e aprendo la strada a una sperimentazione finanziata con fondi pubblici. Una procedura che non aveva prodotto le evidenze normalmente richieste a una terapia avanzata riuscì così a ottenere in sequenza la credenziale di un ospedale pubblico, quella di numerosi provvedimenti giudiziari e infine quella della legge, ciascuna delle quali veniva utilizzata per rendere più difficile il ritorno alla domanda originaria su quali prove esistessero realmente.
Il meccanismo può essere chiamato riciclaggio epistemico, perché una credenziale ottenuta per ragioni amministrative, professionali, giudiziarie o politiche viene reimmessa nel dibattito come se costituisse una prova scientifica. La registrazione di un prodotto viene citata come riconoscimento della sua efficacia, un master come riconoscimento universitario della disciplina che insegna, una sentenza come dimostrazione di causalità e la presenza in Parlamento come prova che una teoria meriti almeno di essere considerata sullo stesso piano delle altre; dopo alcuni passaggi la pratica pseudoscientifica dispone di una biografia istituzionale abbastanza ricca da poterla utilizzare contro chi chiede ancora i dati. La forza di questa procedura dipende dal fatto che ogni singolo atto può essere perfettamente regolare entro il proprio perimetro, mentre la somma degli atti produce un risultato che nessuno sembra avere formalmente deciso.
L'elevata istruzione delle persone coinvolte protegge molto meno di quanto siamo abituati a supporre, poiché conoscere bene una disciplina richiede competenze diverse da quelle necessarie per riconoscere una costruzione pseudoscientifica quando questa ha imparato a imitare la struttura sociale della scienza. Un medico può essere un eccellente clinico e non saper valutare adeguatamente una letteratura selezionata in modo tendenzioso; un magistrato può applicare impeccabilmente il codice e dipendere interamente dal proprio consulente quando deve comprendere un rapporto epidemiologico; un professore può difendere la presenza di una teoria priva di fondamento nella propria università invocando la libertà accademica, senza distinguere fra la libertà di studiarla e la credenziale conferita insegnandola professionalmente. La frammentazione delle responsabilità permette a ciascuno di occuparsi correttamente del proprio pezzo mentre nessuno risponde più della qualità epistemica del risultato finale.
Qualche volta le conseguenze di questa confusione sono irreversibili nel senso più semplice della parola. Francesco Bonifazi aveva sette anni quando, nel maggio 2017, morì dopo che un'otite batterica era stata trattata per giorni con soli rimedi omeopatici; il medico Massimiliano Mecozzi fu condannato per omicidio colposo in primo grado e in appello, e nel gennaio 2025 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a tre anni. L'omeopatia, in questo caso, non costituisce una curiosità epistemologica né una questione di libertà culturale, perché la sostituzione di una terapia efficace con una pseudoterapia ha accompagnato il deterioramento di una malattia curabile fino all'encefalite e alla morte.
La disinformazione sui vaccini produce danni con una dinamica meno facilmente attribuibile al singolo propagandista, ma osservabile a livello di popolazione: nel biennio 2017-2018 l'Italia registrò 8.078 casi di morbillo e tredici decessi, mentre l'Istituto superiore di sanità indicò come causa principale delle due ondate epidemiche le basse coperture vaccinali accumulate negli anni; quasi l'89 per cento dei casi con stato vaccinale noto riguardava persone non vaccinate. Una sentenza che attribuisce erroneamente l'autismo al vaccino MPR entra inevitabilmente nello stesso ambiente informativo nel quale le famiglie devono decidere se vaccinare, e la sua successiva smentita scientifica possiede una capacità assai minore di circolare rispetto alla notizia iniziale.
La morte rappresenta l'esito più immediatamente riconoscibile della pseudoscienza, mentre il danno più vasto comincia quando le sue procedure penetrano nelle istituzioni che una società utilizza per stabilire quali informazioni meritino fiducia. Nessun cittadino può controllare personalmente la sicurezza di un ponte, ripetere una sperimentazione farmacologica o sequenziare il genoma di un batterio prima di accettare una diagnosi; una società complessa funziona perché distribuisce la conoscenza e costruisce istituzioni alle quali attribuisce il compito di verificarla. Se università, amministrazioni, tribunali e Parlamento smettono di distinguere con sufficiente continuità fra l'esistenza sociale di una convinzione e la sua validità scientifica, viene compromesso proprio questo sistema di fiducia delegata.
La conseguenza riguarda direttamente la democrazia, perché una democrazia può sopportare il conflitto fra interessi e valori soltanto finché rimane disponibile un terreno sufficientemente comune sul quale stabilire che cosa sia accaduto e quali siano gli effetti prevedibili delle diverse decisioni. Si può discutere democraticamente se finanziare una terapia efficace, quanto spendere per contenere una malattia delle piante o quale livello di rischio industriale considerare accettabile; se il rapporto fra terapia ed efficacia, fra batterio e malattia o fra esposizione e tumore diventa a sua volta materia da stabilire attraverso maggioranze parlamentari, sentenze o appartenenze politiche, il conflitto smette di riguardare ciò che vogliamo fare della realtà e comincia a riguardare quale realtà ciascun gruppo abbia diritto di proclamare.
Per questa ragione sarebbe pericolosissimo rispondere trasformando la cattiva scienza in un reato o affidando allo Stato il compito di certificare quali teorie siano scientificamente corrette. Il rischio opposto è già visibile negli Stati Uniti, dove Donald Trump, presidente repubblicano, ha firmato nel maggio 2025 l'Executive Order 14303, "Restoring Gold Standard Science", imponendo alle agenzie federali di adeguare le proprie attività scientifiche a criteri definiti dall'esecutivo; molti dei principi elencati nel testo, come riproducibilità, trasparenza, falsificabilità e dichiarazione delle incertezze, appartengono senza difficoltà alla buona pratica scientifica, mentre il passaggio istituzionalmente delicato consiste nel conferire al potere politico il ruolo di definire e far applicare dall'alto lo standard al quale dovrà conformarsi la scienza delle agenzie federali.
La difesa dalla pseudoscienza richiede quindi qualcosa di più difficile e meno spettacolare di una polizia della verità: università, ordini, amministrazioni, magistratura e politica devono assumersi la responsabilità del significato delle credenziali che producono, mantenendo la distinzione fra il diritto di sostenere qualsiasi idea e il diritto di ottenere per quell'idea il marchio di un'istituzione scientifica o pubblica. La libertà accademica protegge lo studio dell'omeopatia, non obbliga una Facoltà di Medicina a insegnarla come terapia; il pluralismo politico protegge chi crede nella biodinamica, senza rendere scientificamente equivalenti i preparati di Steiner e l'agronomia sperimentale; l'accesso alla giustizia garantisce a chiunque il diritto di chiedere un risarcimento, senza trasformare il tribunale nel luogo nel quale si stabilisce per la comunità scientifica se un cellulare provochi un tumore.
Quando nel 2023 l'Università di Catania cancellò una giornata intitolata "La realtà dell'omeopatia", prevista nel Dipartimento di Scienze del farmaco, il rettore Francesco Priolo non proibì agli omeopati di esporre le proprie convinzioni e non stabilì per decreto quale teoria fosse vera: decise semplicemente quale contenuto il proprio dipartimento avrebbe accreditato con il nome dell'università.
La pseudoscienza può dunque uccidere, come accade quando una pseudoterapia sostituisce una cura efficace, ma possiede una capacità di danno ancora maggiore quando avvelena lentamente le istituzioni, perché da quel momento comincia a distruggere il meccanismo attraverso il quale milioni di persone, necessariamente incapaci di verificare da sole ogni affermazione specialistica, decidono di chi fidarsi. Se un cittadino incontra la biodinamica nelle università e nelle leggi, l'omeopatia nei master e nel servizio sanitario, una macchina capace di produrre oro nelle sale del Senato e una causalità scientificamente infondata dentro una sentenza, la sua difficoltà nel separare scienza e pseudoscienza non può più essere spiegata soltanto attraverso la sua ignoranza. Gli abbiamo insegnato che il marchio istituzionale e la qualità delle prove possono essere separati, e quando questa lezione viene appresa fino in fondo non si perde soltanto fiducia nella scienza: si perde la possibilità di distinguere l'autorità che deriva dal controllo dei fatti da quella che deriva dal potere di pronunciarli. Una democrazia nella quale questa distinzione diventa stabilmente incerta rimane formalmente capace di votare, legiferare e giudicare, mentre perde progressivamente la capacità di decidere sulla stessa realtà.

