L'analfabetismo sanitario che la politica non vuole affrontare

Il medico "di regime", lo scienziato "schiavo di Big Pharma", il ricercatore "venduto", il vaccino "imposto", l'istituzione sanitaria "che vuole controllarci". Perché una classe dirigente che alimenta la diffidenza verso la scienza mette a rischio la democrazia
21 AGO 26
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C'è un analfabetismo di cui si parla troppo poco: quello sanitario. Non significa soltanto non conoscere il nome di una malattia o non comprendere un referto medico. Significa soprattutto non possedere gli strumenti minimi per distinguere una prova scientifica da un'opinione, un rischio reale da una leggenda, una raccomandazione di salute pubblica da una presunta "libertà" individuale. E il prezzo di questa ignoranza non lo paga soltanto chi ne è vittima. Lo paghiamo tutti.
Non vaccinarsi quando una vaccinazione è raccomandata, rinunciare agli screening oncologici, fumare, abusare di alcol, condurre una vita completamente sedentaria: sono comportamenti che possono aumentare il rischio di malattie e, su scala collettiva, alimentare il peso delle patologie croniche sul sistema sanitario. L'Organizzazione mondiale della sanità individua proprio nel tabacco, nell'uso dannoso di alcol e nell'inattività fisica alcuni dei principali fattori di rischio modificabili per le malattie cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie croniche e il diabete. E sottolinea che prevenire queste patologie non significa soltanto salvare vite, ma anche ridurre i costi economici e la pressione sui sistemi sanitari.
Persino una cosa apparentemente semplice come muoversi di più ha conseguenze enormi. L'Oms stima che, se l'inattività fisica non verrà ridotta, il suo costo per i sistemi sanitari mondiali potrebbe arrivare a circa 300 miliardi di dollari nel periodo 2020-2030.
Questo dovrebbe essere uno dei pilastri di qualunque politica seria: la prevenzione non è un lusso, è una delle forme più intelligenti di investimento pubblico.
Eppure la prevenzione è spesso la prima vittima dell'analfabetismo sanitario. Il tumore viene affrontato quando è già comparso, anziché cercare di intercettarlo precocemente attraverso gli screening appropriati. La vaccinazione viene trasformata in una questione ideologica anziché essere valutata sulla base delle evidenze disponibili. Il fumo viene considerato una semplice abitudine personale, dimenticando che la sua diffusione produce conseguenze sanitarie ed economiche enormi. L'alcol viene spesso sottratto alla discussione sui rischi perché culturalmente accettato.
Il problema, naturalmente, non è colpevolizzare il singolo cittadino. Le persone non scelgono le proprie condizioni di salute nel vuoto: contano il reddito, l'istruzione, l'ambiente in cui si vive, la possibilità concreta di accedere alle cure e alla prevenzione, oltre alle pressioni commerciali e sociali. Proprio per questo la responsabilità della politica è decisiva: creare le condizioni perché comportamenti salutari siano più facili e accessibili, non limitarsi a rimproverare chi non riesce ad adottarli.
C'è poi un secondo livello, ancora più inquietante: l'analfabetismo scientifico.
Lo abbiamo visto durante e dopo la pandemia, quando una parte del dibattito pubblico ha trasformato scienziati, epidemiologi e istituzioni scientifiche in bersagli politici. Un caso emblematico è quello di Anthony Fauci. Si può certamente discutere delle sue decisioni, delle strategie adottate durante la pandemia, delle comunicazioni pubbliche e degli eventuali errori: la scienza non è infallibile e nessuno scienziato dovrebbe essere sottratto alla verifica critica.
Ma una cosa è la critica fondata sulle evidenze; un'altra è trasformare uno scienziato in un nemico politico perché le sue conclusioni sono diventate scomode.
Fauci non è semplicemente "un medico televisivo". È stato direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases dal 1984 al 2022, ha guidato programmi di ricerca su HIV/AIDS, tubercolosi, malaria, Ebola, Zika e altre malattie infettive ed è membro della National Academy of Sciences e della National Academy of Medicine. Ha inoltre ricevuto la Presidential Medal of Freedom.
Questo non significa che Fauci abbia sempre avuto ragione. Significa che il suo curriculum scientifico dovrebbe imporre serietà nel giudizio, non adorazione ma nemmeno demonizzazione. La scienza non si difende trasformando gli scienziati in santi; si difende pretendendo prove, metodo, trasparenza e capacità di correggere gli errori. Ed è qui che la questione diventa politica.
Una democrazia ha bisogno di cittadini informati. Un cittadino che conosce la differenza tra una correlazione e una causalità, che sa cosa significa rischio relativo, che comprende perché esistono gli screening, che sa leggere criticamente una ricerca scientifica e che distingue un esperto da un ciarlatano è molto più difficile da manipolare.
Al contrario, un elettorato impaurito, disinformato e privo degli strumenti per valutare le evidenze è straordinariamente vulnerabile alla propaganda.
E' legittimo, quindi, interrogarsi su una politica che preferisca alimentare la diffidenza verso la scienza anziché investire nell'educazione scientifica e sanitaria. E sarebbe sbagliato trasformare questa critica in un'accusa indistinta contro "la destra" nel suo complesso: esistono posizioni e sensibilità differenti all'interno di tutti gli schieramenti. Ma è altrettanto legittimo denunciare quando, soprattutto in alcune aree della destra politica e populista, la sfiducia verso esperti, istituzioni scientifiche e sanità pubblica viene utilizzata come strumento di mobilitazione elettorale. Perché governare cittadini informati è più difficile.
Bisogna spiegare i dati. Bisogna ammettere gli errori. Bisogna rendere conto delle decisioni. Bisogna confrontarsi con esperti indipendenti. Bisogna investire nella scuola e nella prevenzione. Bisogna dire ai cittadini che alcune scelte hanno conseguenze non soltanto individuali, ma collettive.
È molto più semplice, invece, costruire un nemico: il medico "di regime", lo scienziato "schiavo di Big Pharma", il ricercatore "venduto", il vaccino "imposto", l'istituzione sanitaria "che vuole controllarci". È una narrazione politicamente efficace perché trasforma problemi complessi in storie elementari, con buoni e cattivi, vittime e persecutori. Ma la realtà non funziona così. Un sistema sanitario pubblico non può vivere soltanto di ospedali, pronto soccorso, farmaci costosi e terapie sempre più complesse. Ha bisogno di cittadini messi nelle condizioni di prevenire le malattie, riconoscerle precocemente e prendere decisioni basate sulle migliori evidenze disponibili.
L'alternativa è continuare a spendere enormi risorse per curare ciò che, almeno in parte, avremmo potuto prevenire. L'Oms sottolinea proprio che interventi precoci sulle malattie non trasmissibili possono ridurre la necessità di trattamenti più costosi e rappresentare investimenti economicamente vantaggiosi. La vera libertà, allora, non è la libertà dell'evidenza scientifica. È la libertà di conoscere.
E una società nella quale la conoscenza scientifica viene svalutata, la prevenzione derisa e l'esperto trasformato automaticamente in un nemico non è una società più libera. È una società più fragile, più costosa e, soprattutto, più facilmente manipolabile.
Difendere la sanità pubblica significa anche difendere la cultura scientifica. Perché ogni volta che l'ignoranza sanitaria prende il posto dell'evidenza, alla fine il conto arriva: nelle vite delle persone, negli ospedali e nelle casse dello stato.
Matteo Bassetti è professore ordinario Malattie infettive Università di Genova