Scienza
divulgatori postmoderni •
Penso dunque sono: Mancuso e la mistica delle piante che soffrono
L'agrobiologo e docente universitario ha sfruttato i risultati delle sue (valide) ricerche per raccontare una versione esoterica dei fenomeni reali. Libertà accademica, per carità, ma può rivelarsi dannosa per gli studenti
8 AGO 26

Foto ANSA
È un luogo comune del pensiero politico che la libertà possa avere un doppio taglio. Anche nel mondo accademico, dove i danni sono ritenuti inferiori. Ma non è vero. La libertà accademica nasce storicamente per proteggere il docente dal potere politico e religioso, non per proteggere l’errore dalla critica scientifica. In realtà, in Italia abbiamo avuto diversi esempi, dal caso Di Bella a Stamina, dalla propaganda anti Ogm a quella per l’embrione umano come persona, dove si invocava la tesi secondo cui accademici che sostenevano posizioni scientificamente infondate si trovavano sullo stesso piano epistemologico di chi presentava dati scientificamente corroborati. “La scienza è divisa”, si diceva, o “Io sono ordinario di scienze agrarie e ho i titoli per dire che gli Ogm sono inutili e pericolosi. Chi dice il contrario non ne sa più di me”. Questi messaggi sono miele per le mosche relativiste. Ci sono casi in cui non sono in gioco controversie pubbliche e uno scienziato qualificato diffonde, per motivi di promozione personale, affermazioni insensate e fuorvianti. Come si qualificano questi? Per esempio, l’agrobiologo Stefano Mancuso racconta in giro, nei libri e nelle conferenze, che le piante hanno un sistema nervoso e una cognizione cosciente fondata sulla memoria e sull’apprendimento. E’ un interessante caso di “clinica” della cultura scientifica divulgativa.
Il nostro è un maestro nell’invenzione di metafore suggestive, ha convinto mezzo mondo occidentale che le piante pensano, comunicano, soffrono, ricordano… forse hanno orientamenti politici. Per il successo si potrebbe provare invidia, ma non per la sua reputazione scientifica. A chi si sforza di essere intellettualmente onesto, fanno poca simpatia coloro che usano le arti retoriche per abbindolare esaltati del pensiero ecologista o persone dedite a credenze tipo new age, ma allo stesso tempo usano le loro competenze tecnico-scientifiche per arginare gli argomenti dei colleghi che provano a sbugiardarli. E’ una conseguenza secondaria o indesiderata della libertà di pensiero? Forse.
Mancuso è davvero un esperto di fenomeni reali, cioè dei segnali elettrochimici o del rilascio di composti volatili in risposta allo stress che modificano la crescita delle radici in funzione di gradienti chimici. A questi fenomeni di segnalazione egli applica un lessico mentalistico senza alcuna giustificazione teorica. Le radici “decidono”. Le foreste “parlano”. Le mimose “imparano”. Il salto logico dall’elettrochimica alla cognizione, che nelle neuroscienze richiederebbe decenni di lavoro sperimentale e definizioni operative rigorose, in Mancuso viene eseguito con la disinvoltura di chi sa che il pubblico dei TED Talk non chiederà i dati grezzi. Mancuso non è ingenuo. Usa le sue capacità per fare l’opposto di ciò che dichiara di fare. Dice di voler diffondere la conoscenza delle piante, ma in realtà diffonde una mistica della botanica che, della scienza, conserva un lessico superficiale e, dell’esoterismo, ha la struttura profonda: il mondo nascosto che solo l’iniziato sa vedere, la verità che la scienza ufficiale non vuole ammettere, la natura che ci parla se solo sappiamo ascoltare.
Lincoln Taiz, uno dei più autorevoli fisiologi vegetali viventi, insieme a una dozzina di colleghi ha pubblicato su Trends in Plant Science una critica sistematica alla cosiddetta “plant neurobiology”, il campo accademico di cui Mancuso è cofondatore e principale animatore. Il loro argomento centrale è brutale: senza sistema nervoso centralizzato, senza neuroni, senza strutture di integrazione dell’informazione paragonabili a quelle animali, applicare concetti come “intelligenza”, “memoria”, “apprendimento” alle piante non è una scoperta coraggiosa, è un abuso terminologico, che oscura invece di illuminare. Le parole nella scienza hanno definizioni operative, non valori poetici. I neurobiologi vegetali, scrivono Taiz e colleghi, “hanno costantemente trascurato il notevole grado di complessità strutturale e funzionale che il cervello ha dovuto evolvere affinché emergesse la coscienza. […] la probabilità che le piante, con la loro relativa semplicità organizzativa e la mancanza di neuroni e di cervelli, possiedano coscienza [è] praticamente nulla”. Gli insetti e i calamari hanno strutture neurali che preludono a una forma di coscienza. Ma per ora le piante coscienti rimangono relegate ai racconti di fantascienza. La colpa morale verso la natura – deforestazione, cambiamento climatico, agricoltura industriale – è un topos emotivo che crea dipendenza. Scoprire che le piante soffrono e comunicano trasforma il lettore in un testimone sensibile di una tragedia cosmica. E’ un forte e psicotropo sedativo dell’ansia collettiva verso scenari percepiti come distopici.
Il vero capolavoro di Mancuso è aver condotto questa operazione all’interno di una carriera accademica rispettabile, con una cattedra, premi internazionali, ma soprattutto una presenza fissa nei festival culturali, dove il pubblico lo applaude senza capire. E’ il modello perfetto del divulgatore postmoderno: abbastanza scientifico da non poter essere liquidato come ciarlatano, abbastanza vago da non poter essere falsificato come scienziato. Una posizione epistemicamente invulnerabile, e quindi privilegiata in contesti pseudoculturali. Qualcuno dirà, ancora: “E allora? Non fa danni”. Dipende. Un professore che insegna, stipendiato con soldi pubblici: cose che di certo non aiuteranno i suoi studenti a farsi un’idea pertinente del mondo vegetale. Qualche danno lo fa.
Ma c’è la libertà accademica! Giustamente, solo la comunità dei pari, attraverso la peer review e la valutazione dei curricula, può difendere la cultura scientifica dal ridicolo e dall’essere un tramite di danno per gli studenti, che sono in una posizione di asimmetria epistemica rispetto al docente. Se le decisioni fossero assunte a livello politico, sarebbe altrettanto possibile vietare l’eliocentrismo. I meccanismi esistono: accreditamento dei corsi, che dovrebbe includere una valutazione esplicita della fondatezza scientifica dei contenuti curriculari e non solo degli aspetti formali; le società scientifiche di settore possono produrre position statement che definiscano ciò che è scientificamente fondato per l’insegnamento; gli ordini professionali, dove esistono, dovrebbero stigmatizzare la formazione che produce professionisti con credenze false su meccanismi empirici. Le accademie dovrebbero esistere non solo per fare lobbying, ma anche per produrre documenti che distinguano tra quanto è scientificamente accertato e quanto è mera retorica fuorviante per chi studia e desidera apprendere ciò che viene prodotto con metodo scientifico. Ma la libertà accademica viene sempre invocata impropriamente come scudo, e le istituzioni raramente hanno il coraggio di distinguere tra la protezione del pensiero critico genuino e quella dell’errore organizzato. Nel frattempo, le piante, ignare di tutto questo, continuano a fare fotosintesi. Non perché abbiano deciso di farlo. Né perché lo ricordino dall’ultima volta. Ma perché hanno enzimi che funzionano in un modo specifico e necessario. E’ meno antropomorfico. Ma è la realtà, secondo i fatti.