Anthony Fauci nella trappola dell'antintellettualismo trumpiano

La persecuzione dell'immunologo riguarda quindi molto più del giudizio sulla pandemia: mostra quale sorte attenda ogni istituzione incaricata di opporre la realtà alle esigenze del potere, quando chi governa ritiene di non dover più rispondere a nulla che non sia la propria maggioranza

4 AGO 26
Immagine di Anthony Fauci nella trappola dell'antintellettualismo trumpiano
Anthony Fauci si è presentato il 29 luglio davanti alla Commissione del Senato per la sicurezza interna e gli affari governativi, convocato con un mandato dal suo presidente, il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul. Ha spiegato che avrebbe invocato il Quinto emendamento perché Paul aveva già annunciato pubblicamente l’intenzione di mandarlo "behind bars" e perché l’audizione sembrava costruita per ottenere una frase suscettibile di trasformarsi in una nuova accusa di falsa testimonianza. Ha quindi rifiutato di rispondere a più di cento domande, mentre il suo avvocato veniva espulso dall’aula e Paul annunciava un voto per dichiararlo colpevole di oltraggio al Congresso. La risoluzione figura al primo posto nella riunione della Commissione prevista per il 5 agosto.
La scena potrebbe essere interpretata come l’ultimo episodio dello scontro personale fra due medici che, fin dai primi mesi della pandemia, si sono affrontati davanti alle telecamere del Congresso. Questa lettura coglie un elemento reale, perché Paul ha trasformato il conflitto con Fauci in una causa privata coltivata per anni, con richieste d’incriminazione, rinvii al Dipartimento della giustizia e dichiarazioni nelle quali il risultato finale dell’indagine era già stabilito. Nel luglio 2023 presentò una prima segnalazione penale; nel luglio 2025 la rinnovò, contestando anche la validità della grazia concessa da Joe Biden; nel 2026 ha ottenuto la presidenza della Commissione, ha convocato Fauci, ha diffuso oltre mille pagine dei suoi diari senza oscurarne i dati personali e ha preparato il procedimento per oltraggio.
L’ossessione di Paul riguarda la psicopatologia del potere, ma il suo impiego istituzionale appartiene ormai alla politica americana, perché una parte consistente del Partito repubblicano ha riconosciuto nell’odio contro Fauci una risorsa da gestire a proprio vantaggio. L’immunologo che ha diretto per trentotto anni il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, servendo presidenti repubblicani e democratici e occupandosi di AIDS, antrace, Ebola e Covid, è stato ridotto al volto di tutto ciò che la mobilitazione trumpiana considera ostile, cioè nel volto della competenza che pone limiti alla volontà politica.
Le decisioni assunte durante la pandemia possono essere sottoposte a critica, come possono esserlo i finanziamenti concessi dal National Institutes of Health, i controlli sulle ricerche condotte a Wuhan e le comunicazioni pubbliche di chi ebbe responsabilità tanto grandi. Anche l’incriminazione di David Morens, già consigliere senior del NIAID, per la presunta distruzione e sottrazione di documenti federali rende legittimo chiedere che ogni condotta individuale sia accertata. Un procedimento fondato sul diritto dovrebbe però ricostruire i fatti, distinguere le responsabilità e lasciare che la conclusione segua le prove; qui la colpa di Fauci era stata proclamata prima della convocazione, mentre l’audizione serviva a produrre il materiale necessario a giustificare una pena promessa da tempo.
La questione dell’origine di SARS-CoV-2 rimane aperta, con valutazioni divergenti anche fra le agenzie d’intelligence americane, mentre le prove scientifiche pubblicate continuano a sostenere soprattutto un’origine zoonotica. La distinzione fra la ricerca in grado di modificare alcune proprietà di un virus e la categoria regolatoria delle sperimentazioni particolarmente pericolose ha inoltre alimentato controversie terminologiche che non possono essere risolte scegliendo retroattivamente una definizione per trasformare una risposta in spergiuro. Una sottocommissione della Camera guidata dai repubblicani, dopo avere investigato il tema nel 2024, non trovò prove che collegassero Fauci a un illecito; oltre centocinquanta scienziati e medici hanno ora ricordato che nessuna prova credibile è stata prodotta a sostegno delle accuse più gravi rivoltegli.
Questo non impedisce al procedimento di raggiungere il suo obiettivo, perché l’obiettivo non consiste nel chiarire l’origine della pandemia. La complessità delle evidenze è incompatibile con una macchina politica che ha bisogno di un colpevole riconoscibile e considera ogni esitazione una confessione, ogni mutamento di giudizio una menzogna, ogni discussione fra ricercatori la prova di un accordo segreto. I diari di Fauci mostrano le incertezze che accompagnarono l’esame di un virus appena comparso e che erano state in larga parte già raccontate nelle sue memorie e nelle interviste; selezionate e diffuse da chi aveva promesso di incarcerarlo, quelle stesse incertezze vengono offerte come reperti di un complotto.
L’antintellettualismo trumpiano non è soltanto diffidenza verso gli esperti, perché in realtà nega alla radice che esista un metodo indipendente dal potere per stabilire che cosa sia vero, sostituendo alla verifica la fedeltà e al dissenso tecnico il sospetto di tradimento. La scienza diventa allora una delle fazioni sconfitte, i suoi rappresentanti possono essere trattati come funzionari del regime precedente e l’errore, inevitabile nella gestione di una crisi nuova, acquista retroattivamente natura criminale quando ha contraddetto le preferenze del vincitore.
Fauci è il bersaglio adatto a premiare la schadenfreude di quanti hanno interpretato la pandemia come una congiura delle élite contro il popolo, perché il suo processo permette di convertire anni di risentimento in una punizione visibile, nelle auspicate manette per uno scienziato e in un anticipo di quella Norimberga per la scienza tanto invocata pure dalle nostre parti. Il carcere evocato da Paul costituisce la conclusione narrativa richiesta da una comunità cospirazionista alla quale è stato promesso che, dietro le mascherine, i vaccini e le restrizioni, vi fosse un crimine deliberato. La sofferenza collettiva viene così ricondotta all’azione di un uomo e la sua esposizione alla gogna restituisce ai seguaci l’illusione che le loro credenze abbiano finalmente prevalso sulle istituzioni che le avevano smentite, e che il male, alla fine, sia stato punito, a favore della ragione che essi credono da sempre di aver avuto.
La grazia preventiva concessa dal presidente democratico Joe Biden nel gennaio 2025 mirava esplicitamente a proteggere Fauci da procedimenti ingiustificati e politicamente motivati. La decisione era problematica perché sottraeva anticipatamente un funzionario a possibili accertamenti giudiziari, ma gli eventi successivi hanno mostrato quale pericolo intendesse prevenire. La grazia viene oggi presentata come prova di colpevolezza, mentre Paul sostiene che essa priverebbe Fauci del diritto di non testimoniare; nello stesso tempo, qualsiasi imprecisione pronunciata dopo la grazia potrebbe costituire un nuovo reato non coperto dal provvedimento. L’audizione ha quindi creato la situazione nella quale il silenzio può essere perseguito come oltraggio e la parola può diventare il fondamento di un’accusa di spergiuro. Gli stessi giuristi osservano che la possibilità di incriminare Fauci incontra ostacoli costituzionali ancora irrisolti.
Il messaggio destinato alla comunità scientifica passa attraverso questa trappola. Chi accetta un incarico pubblico deve sapere che nessuna carriera, nessun servizio prestato e nessuna documentazione scientifica potranno proteggerlo quando una maggioranza politica deciderà di trasformarlo nel responsabile di una crisi. Il ricercatore chiamato a consigliare il governo impara che una previsione prudente potrà essere riesaminata anni dopo come prova d’inganno, mentre il funzionario che difende l’autonomia della propria agenzia comprende che il successivo cambio di potere potrà esporlo a un procedimento costruito da chi ha già annunciato la pena.
La democrazia non richiede che gli scienziati governino, ma che il governo incontri limiti esterni alla propria volontà, fra i quali rientrano le prove scientifiche, le competenze professionali e procedure capaci di distinguere l’accertamento dalla ipotesi erronea. Quando il potere politico può scegliere un tecnico detestato, dichiararlo colpevole davanti ai propri sostenitori e usare gli strumenti parlamentari per condurlo verso il carcere, la forza dei fatti viene sostituita dal fatto compiuto del comando. La persecuzione di Anthony Fauci riguarda quindi molto più del giudizio sulla pandemia: mostra quale sorte attenda ogni istituzione incaricata di opporre la realtà alle esigenze del potere, quando chi governa ritiene di non dover più rispondere a nulla che non sia la propria maggioranza – e alla fine, a nulla che non sia la propria volontà.