Ridurre i fondi a Horizon Europe significa perdere terreno nella competizione internazionale

I governi europei vorrebbero definanziare il programma con cui l’Unione assegna fondi a progetti scientifici. Questa posizione indica già quale valore attribuiscano alla ricerca, ma significa anche accrescere la probabilità che l’Europa debba domani comprare altrove le soluzioni che non avrà contribuito a sviluppare

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La maggior parte della ricerca svolta nell’Unione europea viene finanziata dai singoli Stati, ma il principale strumento comune è Horizon Europe, il programma attraverso il quale l’Unione assegna fondi a progetti scientifici selezionati mediante valutazione competitiva. Con una dotazione di 93,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, Horizon finanzia la ricerca di base attraverso lo European Research Council e sostiene programmi nei quali istituzioni di diversi paesi collaborano su problemi che difficilmente potrebbero essere affrontati entro una dimensione soltanto nazionale. Per molti gruppi europei, ottenere uno di questi finanziamenti decide se una ricerca potrà essere realizzata e con quale continuità.
Il 15 luglio i rappresentanti dei governi dell’Unione europea hanno concordato la posizione con cui il Consiglio affronterà il negoziato sul bilancio comunitario per il 2027, riducendo di 231,5 milioni di euro lo stanziamento che la Commissione aveva proposto per Horizon Europe. Il programma, al quale la Commissione aveva destinato 12,8 miliardi per il 2027, scenderebbe così a circa 12,6 miliardi; la riduzione colpirebbe soprattutto il settore della salute, che perderebbe 74,5 milioni, mentre altri 15,9 milioni verrebbero sottratti complessivamente allo European Research Council e alle infrastrutture scientifiche. Il Parlamento europeo potrà modificare questi importi durante la trattativa che dovrà concludersi entro novembre, ma la posizione assunta dai governi indica già quale valore essi attribuiscano alla ricerca quando devono stabilire le priorità di spesa. La somma sottratta a Horizon Europe equivale all’1,8 per cento dello stanziamento proposto dalla Commissione e porterebbe il programma al di sotto dei circa 13 miliardi assegnati nel bilancio 2026, determinando una contrazione nominale che l’inflazione renderebbe più severa in termini reali. La decisione acquista inoltre un significato più ampio se viene collocata nella sequenza degli ultimi negoziati, perché già durante la preparazione del bilancio 2026 il Consiglio aveva chiesto di sottrarre 211 milioni a Horizon Europe, prima che il Parlamento riuscisse a capovolgere l’esito della trattativa e a ottenere venti milioni in più rispetto alla proposta iniziale della Commissione.
La stessa tendenza compare nel confronto sul bilancio pluriennale 2028-2034, dal quale dipenderà la consistenza del prossimo programma quadro europeo per la ricerca. Il rapporto Draghi, dopo avere descritto la perdita di competitività dell’Unione rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, aveva raccomandato di portare a 200 miliardi il finanziamento settennale del programma; la Commissione ne ha proposti 175, mentre la presidenza cipriota del Consiglio ha indicato 167,9 miliardi, riducendo del 4 per cento anche quella cifra. I singoli importi sono ancora oggetto di negoziato, ma la direzione impressa dai governi rimane stabile e mostra come la ricerca, pur essendo continuamente richiamata nei documenti sull’autonomia europea, venga considerata una delle voci sulle quali recuperare margini finanziari. Questa scelta interviene su un sistema che già dispone di risorse molto inferiori alla qualità della ricerca presentata. Secondo la valutazione intermedia pubblicata dalla Commissione Europea, nei primi tre anni di Horizon Europe quasi sette proposte giudicate di alta qualità su dieci sono rimaste senza finanziamento, sebbene avessero superato la soglia stabilita dagli esperti, e per sostenere tutti i progetti ritenuti meritevoli sarebbero stati necessari altri 82 miliardi di euro. La riduzione proposta dal Consiglio restringerebbe ulteriormente una selezione che già esclude la maggioranza dei progetti valutati positivamente, disperdendo anche il lavoro impiegato per elaborarli e sottoporli a un esame scientifico molto oneroso.
La stessa valutazione stima che ogni euro investito attraverso Horizon Europe possa generare, nell’arco di venticinque anni, fino a undici euro di prodotto interno lordo aggiuntivo. Un intervallo così lungo dipende dalla natura della ricerca, poiché tra la formulazione di un’idea e la sua trasformazione in una tecnologia utilizzabile possono trascorrere decenni, durante i quali devono formarsi le persone e maturare le conoscenze necessarie. Quando il finanziamento viene interrotto, la perdita riguarda quindi una capacità che richiederà molti anni per essere ricostruita, ammesso che chi è stato costretto ad abbandonare un progetto sia ancora disponibile a riprenderlo. Il rapporto Draghi ha collegato questa debolezza alla frammentazione politica dell’Unione. Nel complesso, i governi europei destinano alla ricerca pubblica una quota del prodotto interno lordo paragonabile a quella degli Stati Uniti, ma soltanto un decimo di tale spesa viene gestito a livello comunitario, mentre negli Stati Uniti la componente federale permette di concentrare finanziamenti ingenti su programmi che hanno la dimensione necessaria per competere sul piano mondiale. Horizon Europe rappresenta il principale strumento con cui l’Europa può superare i confini nazionali e scegliere i progetti all’interno di un’unica competizione scientifica; ridurne il bilancio significa quindi indebolire proprio il livello al quale l’Unione potrebbe compensare la dispersione delle proprie risorse.
La struttura del bilancio europeo contribuisce a spiegare questa vulnerabilità. I fondi agricoli e quelli destinati alla coesione permettono a ogni governo di prevedere quale quota ritornerà entro i propri confini, mentre un progetto di ricerca finanziato in uno Stato può produrre il risultato più importante altrove, anche quando la conoscenza generata diventa utilizzabile nell’intera Unione. Nel negoziato tra governi, che tende a misurare il vantaggio nazionale immediato, il finanziamento scientifico appare perciò meno remunerativo, sebbene proprio la sua natura sovranazionale costituisca il maggiore valore aggiunto di Horizon Europe. Negli stessi mesi, la National Natural Science Foundation of China, principale agenzia pubblica cinese per il finanziamento competitivo della ricerca di base, ha annunciato che nel 2026 sosterrà 12.000 progetti aggiuntivi attraverso lo Young Scientists Fund di categoria C, aumentando di oltre il 50 per cento il numero dei finanziamenti disponibili. Poiché ciascun progetto riceve 300.000 yuan per una durata di tre anni, l’investimento supplementare raggiungerà 3,6 miliardi di yuan, equivalenti a circa 531 milioni di dollari secondo la stima riportata da Nature. La categoria C, già denominata Young Scientists Fund, è il programma mediante il quale l’agenzia cinese consente ai ricercatori all’inizio della carriera di dirigere un progetto proprio e di acquisire una prima autonomia scientifica. Il finanziamento individuale è contenuto rispetto ai contributi europei più importanti, ma viene assegnato direttamente al giovane responsabile del progetto e gli permette di sviluppare un’idea senza dipendere interamente dall’attività di uno scienziato più anziano. Aumentare di 12.000 unità questa categoria significa ampliare in misura considerevole il numero di giovani ai quali sarà consentito di assumere la responsabilità di una ricerca, costruendo le competenze dalle quali potranno nascere i gruppi scientifici dei prossimi anni.
La competizione per i finanziamenti e per le posizioni accademiche continuerà a essere molto intensa, come osserva Nature, perché l’aumento dei contributi non elimina le pressioni prodotte dalla rapida espansione del sistema universitario cinese. La decisione modifica comunque il numero delle idee che potranno essere esplorate e consente di distribuire il rischio scientifico su una platea molto più ampia. Poiché nessuna agenzia può prevedere quali progetti produrranno una scoperta rilevante, finanziare migliaia di giovani ricercatori significa aumentare la probabilità che emergano risultati inattesi, insieme alla capacità del paese di riconoscerli e svilupparli. Il significato strategico della misura risiede nella fase della carriera alla quale essa è rivolta. La Cina sta investendo nelle persone che dovranno fare ricerca durante i prossimi decenni e accetta di finanziare studi di base il cui impiego industriale può essere ancora ignoto, perché considera la produzione di conoscenza una condizione della propria potenza futura. L’autonomia tecnologica perseguita da Pechino comincia quindi molto prima della fabbrica e riguarda la formazione di una comunità scientifica abbastanza vasta da alimentare continuamente nuovi programmi.
L’aumento dei finanziamenti giovanili si inserisce in una traiettoria nazionale ormai lunga. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, nel 2024 la Cina ha speso 3.613 miliardi di yuan in ricerca e sviluppo, raggiungendo il 2,68 per cento del prodotto interno lordo, mentre la spesa destinata alla ricerca di base è cresciuta nello stesso anno del 10,5 per cento. Per il 2026, il bilancio della National Natural Science Foundation of China porta inoltre a 41,86 miliardi di yuan lo stanziamento destinato al National Natural Science Fund, con un incremento del 6,09 per cento rispetto all’esercizio precedente. Il finanziamento dei 12.000 nuovi progetti appartiene dunque a una politica che sta accrescendo l’investimento e sta dirigendo una parte crescente delle risorse verso la costruzione delle capacità scientifiche future. Il confronto storico con l’Europa mostra la rapidità con cui i rapporti si sono modificati. Nel 2014 la Cina destinava alla ricerca e sviluppo l’1,96 per cento del proprio prodotto interno lordo, mentre l’Unione europea investiva il 2,09 per cento; nel 2024, secondo gli ultimi dati Eurostat, la quota europea era arrivata al 2,24 per cento, mentre quella cinese aveva raggiunto il 2,68. In dieci anni l’intensità di ricerca dell’Unione è quindi cresciuta di appena 0,15 punti percentuali, mentre quella cinese è aumentata di 0,72, superando nel frattempo il livello europeo. L’obiettivo del 3 per cento, fissato dall’Europa oltre vent’anni fa e ribadito in numerosi documenti successivi, continua a restare lontano.
Horizon Europe e lo Young Scientists Fund cinese finanziano attività diverse, per cui gli importi assoluti non possono essere trattati come due voci perfettamente equivalenti; il loro accostamento permette tuttavia di osservare quale risposta venga data, nelle due aree, alla stessa competizione scientifica mondiale. La Cina, che partiva da una posizione più arretrata, aumenta rapidamente l’investimento e allarga l’accesso dei giovani alla ricerca indipendente, mentre i governi europei cercano di ridurre il principale programma comune proprio quando le valutazioni disponibili mostrano che gran parte dei progetti eccellenti resta priva di fondi. La crisi europea nasce da questa contraddizione tra la diagnosi e le decisioni. L’Unione conserva università capaci di produrre ricerca di grande qualità e dispone di procedure competitive che individuano molti più progetti validi di quanti riesca a finanziare, ma il suo bilancio comune resta troppo debole per sostenere una strategia all’altezza della competizione internazionale. Gli Stati continuano a difendere la distribuzione nazionale delle risorse, mentre la ricerca richiede programmi abbastanza grandi da oltrepassare quei confini; il risultato è un continente che riconosce la propria perdita di terreno e, nel momento in cui dovrebbe reagire, riduce gli strumenti necessari per arrestarla.
Il Consiglio giustifica la propria posizione con la necessità di conservare risorse per le crisi internazionali e per gli eventi imprevisti. Ogni crisi futura verrà però affrontata con le conoscenze e con le persone formate negli anni precedenti, poiché le tecnologie necessarie per ridurre la dipendenza energetica o rispondere a una nuova epidemia non possono essere acquistate nel momento in cui diventano urgenti. Sottrarre oggi risorse alla ricerca significa accrescere la probabilità che l’Europa debba domani comprare altrove le soluzioni che non avrà contribuito a sviluppare. Tra alcuni anni potremmo trovarci a discutere della superiorità tecnologica cinese come se fosse il risultato inevitabile delle dimensioni del paese o di una sua particolare attitudine all’innovazione. Le ragioni saranno invece leggibili anche nelle decisioni assunte oggi: mentre la Cina offre a 12.000 giovani in più la possibilità di avviare una ricerca indipendente, i governi europei propongono di restringere un programma che lascia già senza fondi la maggioranza dei progetti giudicati eccellenti.
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