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La caccia come faglia valoriale
Diversi studi identificano due modelli di approccio alla vita della fauna selvatica, uno basato sul ruolo della specie nell'ecosistema, un altro che mette al centro l'animale. Molto spesso, lo scontro tra posizioni diverse mette in secondo piano i dati empirici, fondamentali per prendere decisioni
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Quando si discute di caccia, quasi tutto viene ricondotto ai dati: quanti animali vengono abbattuti, quanto incidano i prelievi sulla consistenza delle popolazioni, se i cacciatori svolgano una funzione utile nella gestione della fauna. La speranza implicita è che una conoscenza più precisa possa sciogliere il conflitto. Eppure le controversie continuano anche nei casi in cui le parti accettano le stesse stime, perché ciò che le divide non coincide interamente con la descrizione dei fatti. Un dato può mostrare che una popolazione rimane stabile nonostante il prelievo. Da questa constatazione non segue ancora che la caccia debba essere consentita. Per arrivare a quella conclusione occorre ritenere che la conservazione della popolazione rappresenti il criterio decisivo e che la morte degli individui abbattuti non abbia un peso sufficiente a modificare il giudizio. Chi considera moralmente rilevante il singolo animale continuerà invece a chiedere quale interesse giustifichi la sua uccisione. Il disaccordo sopravvive alla convergenza sui fatti perché nasce dal modo in cui quei fatti vengono inseriti in una valutazione.
La ricerca sulle relazioni fra esseri umani e fauna ha individuato da tempo questa struttura. Uno dei modelli più utilizzati è quello delle wildlife value orientations, che descrive gli orientamenti attraverso i quali le persone attribuiscono significato agli animali selvatici e valutano le politiche che li riguardano. Le due dimensioni principali vengono chiamate domination e mutualism. La prima esprime una concezione nella quale gli interessi umani hanno priorità e la fauna può essere utilizzata quando esiste uno scopo socialmente riconosciuto. La seconda attribuisce agli animali un valore meno dipendente dall’utilità per l’uomo e tende a estendere verso di essi obblighi di cura. Un’indagine condotta negli Stati Uniti su 43.949 persone ha mostrato che queste orientazioni influenzano quanto le persone siano favorevoli all’uccisione dei lupi per controllarne il numero e quanto sia probabile che pratichino la caccia. Gli autori hanno inoltre rilevato una maggiore diffusione del mutualismo nei contesti più urbanizzati, dove il rapporto quotidiano con la fauna non si basa più in modo prevalente sull’utilizzo diretto degli animali. L’aumento dell’istruzione e del reddito si associa allo stesso spostamento. La trasformazione descritta nello studio riguarda dunque il posto attribuito alla fauna nell’ordine sociale, che tende a passare dalla condizione di risorsa a quella di componente di una comunità verso la quale si riconoscono responsabilità.
L’importanza che questi orientamenti hanno nel determinare le opinioni delle persone diventa particolarmente evidente quando la misura proposta comporta l’uccisione. In uno studio di Jacobs, Vaske e Sijtsma, dominazione e mutualismo spiegavano fra il 35 e il 42 per cento della variabilità nell’accettazione della caccia, mentre avevano un potere predittivo assai più contenuto davanti alla contraccezione animale. Il dato suggerisce che l’orientamento valoriale intervenga con maggiore forza quando il danno inflitto non è reversibile. Davanti a una misura che riduce una popolazione senza uccidere gli animali già presenti, persone collocate in posizioni morali diverse possono arrivare più facilmente alla stessa conclusione; quando l’intervento consiste nell’abbattimento, la diversa attribuzione di valore all’individuo diventa determinante. La stessa dinamica è stata osservata nelle brughiere inglesi, dove il conflitto fra la gestione venatoria orientata alla caccia della pernice bianca scozzese e le politiche di conservazione volte a proteggere l’albanella reale oppone da anni gruppi che condividono lo stesso territorio. I partecipanti legati agli sport venatori mostravano in prevalenza un orientamento utilitaristico, mentre gli aderenti alle organizzazioni di protezione degli uccelli risultavano più vicini al mutualismo. Le preferenze sulle misure da adottare seguivano questa differenza. Gli autori osservavano che un aumento della conoscenza ecologica non sarebbe bastato a comporre la controversia, poiché il dissenso riguardava il significato attribuito agli animali coinvolti e il tipo di intervento ritenuto moralmente ammissibile.
Un’indagine svolta nell’Italia centrale su 352 agricoltori ha fornito un riscontro compatibile. Il mutualismo era associato a una maggiore tolleranza verso tutti i gruppi animali considerati, mentre la dominazione prevedeva l’uccisione illegale nel caso della volpe. Il rapporto fra valori e comportamento cambiava quindi secondo la specie, perché l’orientamento generale viene applicato a un animale concreto, la cui immagine dipende dall’esperienza locale e dal danno che gli viene attribuito. La contrapposizione fra dominazione e mutualismo permette di comprendere perché la caccia assuma la forma di una faglia valoriale, e non è invece semplicemente un contrasto fra persone sensibili e persone indifferenti. Il primo sistema considera l’uomo come il soggetto al quale spetta decidere l’uso della fauna, entro limiti che possono essere anche severi. Il secondo ritiene che gli animali entrino nella valutazione come portatori di interessi propri, per cui la loro uccisione richiede una giustificazione che non può consistere soltanto nell’assenza di un danno alla specie. Nel sistema gerarchico-gestionale, la protezione della fauna è pienamente compatibile con il suo utilizzo. Gli animali vengono tutelati perché una popolazione vitale costituisce una parte importante dell’ambiente umano e perché la sua scomparsa può produrre conseguenze indesiderabili. L’oggetto principale della gestione è la popolazione, che deve rimanere entro condizioni considerate favorevoli. La morte del singolo individuo viene valutata all’interno di questo quadro e non rappresenta, da sola, una ragione sufficiente per vietare il prelievo. La sofferenza dell’animale non viene necessariamente ignorata. Può tradursi in regole rivolte a ridurre i ferimenti e in una condanna delle pratiche che provocano un dolore ritenuto eccessivo. Ciò che rimane stabile è l’idea che l’animale possa essere ucciso per un interesse umano, anche ludico, purché la modalità dell’abbattimento rispetti i criteri stabiliti e la popolazione non venga compromessa. L’etica venatoria, in questa cornice, riguarda soprattutto la correttezza della pratica. Il beneficio invocato può consistere nel consumo della carne oppure nella riduzione di un danno; tuttavia, la caccia ricreativa aggiunge un problema, perché lo scopo non coincide con una necessità evidente. Chi aderisce al sistema gerarchico-gestionale può comunque ritenere che il piacere legato alla pratica abbia un valore sufficiente, soprattutto quando esso si inserisce in una forma di vita riconosciuta dalla comunità. L’attività rimane quindi lecita finché non supera i limiti fissati dalla gestione.
Questa concezione può includere un rapporto intenso con la natura. Molti cacciatori conoscono gli ambienti che frequentano e partecipano alla conservazione degli habitat. Il fatto che siano disposti a uccidere un animale non implica che lo considerino privo di valore, poiché il loro giudizio dipende dalla possibilità di conciliare l’uso del singolo con il mantenimento della popolazione. L’animale viene rispettato all’interno di una relazione che ammette il prelievo. Il sistema della comunità morale estesa attribuisce invece rilievo diretto all’individuo. La capacità di provare dolore rende l’animale portatore di un interesse a non subire sofferenza, mentre il suo comportamento orientato alla sopravvivenza permette di riconoscergli un interesse a continuare a vivere. La popolazione rimane importante, ma non assorbe il valore dei singoli organismi che la compongono. Da questa premessa deriva una diversa valutazione della sostenibilità. Una popolazione può rimanere numericamente stabile anche quando ogni anno vengono abbattuti molti individui. Dal punto di vista demografico, il prelievo può risultare compatibile con la conservazione. Dal punto di vista morale, resta da stabilire se il beneficio ottenuto sia sufficiente a giustificare quelle morti. La caccia praticata per impedire un rischio grave può essere accettata anche all’interno di una morale estesa, qualora il danno non possa essere evitato con mezzi meno lesivi. La caccia ricreativa incontra una difficoltà maggiore, perché il vantaggio riguarda principalmente chi la pratica. Il giudizio dipende allora dal peso che si attribuisce a quel piacere rispetto al danno inflitto all’animale. Chi considera quest’ultimo moralmente rilevante tenderà a richiedere una ragione più forte.
La differenza si manifesta in modo particolarmente chiaro nell’onere della prova. Per chi assume la liceità dell’uso della fauna, la caccia può continuare finché non venga dimostrato che produce un danno non accettabile. La richiesta di vietarla deve quindi essere sostenuta dalla prova di un declino o di un’altra conseguenza grave. Chi attribuisce agli animali un interesse autonomo parte da una presunzione diversa: l’uccisione deve essere giustificata da chi intende praticarla. Molte controversie tecniche nascono da questa divergenza senza dichiararla. Una parte domanda se esistano prove sufficienti del danno prodotto dalla caccia, perché ritiene che in loro assenza la pratica debba restare consentita. L’altra chiede se sia stata dimostrata la necessità del prelievo, poiché considera insufficiente la semplice mancanza di effetti sulla consistenza della specie. Le domande si rivolgono a oggetti diversi e assegnano in modo opposto il rischio dell’incertezza.
Il modello delle wildlife value orientations non divide però la società in due blocchi omogenei. Dominazione e mutualismo possono coesistere nella stessa persona con intensità differenti. La ricerca distingue infatti anche i pluralisti, che riconoscono agli animali una certa rilevanza morale e continuano ad ammetterne l’uso. Esistono inoltre persone poco interessate alla fauna, la cui posizione non deriva da una preferenza per la dominazione, ma da una distanza generale rispetto al problema. Queste posizioni intermedie spiegano perché molti cacciatori non si riconoscano nella rappresentazione che ne fanno gli oppositori. Essi possono ritenere di avere obblighi verso gli animali e considerare l’abbattimento compatibile con tali obblighi. La loro morale include il dovere di evitare una sofferenza prolungata e può attribuire grande importanza alla conservazione. Ciò che non accetta è che il valore dell’animale comporti necessariamente il divieto di ucciderlo.
Anche fra gli oppositori della caccia esistono differenze rilevanti. Alcuni concentrano il giudizio sulla sofferenza e potrebbero accettare un abbattimento quando esso evita un danno maggiore. Altri riconoscono all’animale una protezione contro l’uccisione che non dipende dal bilancio delle conseguenze. Chi assume come riferimento l’ecosistema può infine ammettere interventi letali quando ritiene che siano necessari a preservarne il funzionamento. La convergenza contro la caccia ricreativa può quindi nascere da fondamenti morali non coincidenti.
La letteratura mostra che il movente attribuito al cacciatore influisce in modo rilevante sull’accettabilità della pratica. Uno studio condotto in sei paesi europei e africani ha rilevato che la caccia di sussistenza riceveva valutazioni diverse da quella praticata per trofeo. Anche la necessità gestionale modificava il giudizio. Cacciatori e oppositori condividevano spesso la condanna delle forme considerate eccessive, segno che il conflitto non elimina ogni criterio comune. La stessa dipendenza dal contesto compare fra gli studiosi di conservazione. In un’indagine su 2.315 ricercatori, il giudizio sulla caccia al trofeo risultava associato all’impostazione morale adottata e alla valutazione degli effetti sugli animali. Il fattore più importante riguardava però le conseguenze per le comunità locali. Anche in un gruppo professionalmente competente, dunque, la conoscenza scientifica non conduceva a una conclusione uniforme, perché gli stessi effetti venivano pesati secondo priorità differenti. Alla divergenza morale si aggiunge l’identità sociale. La caccia può rappresentare una parte importante della storia familiare e del rapporto con il territorio. Il suo divieto viene allora percepito come una svalutazione di chi la pratica. Dalla parte opposta, la protezione degli animali può diventare un elemento centrale dell’identità personale, per cui ogni concessione viene vissuta come un cedimento su un principio. Uno studio sui conflitti interni al mondo della conservazione ha mostrato che il giudizio sugli obblighi verso la fauna dipendeva dall’orientamento valoriale e dall’identificazione con gruppi legati alla caccia o ai diritti animali. L’appartenenza condiziona il modo in cui vengono interpretati gli argomenti, poiché la valutazione della loro attendibilità risente della fiducia accordata a chi li presenta.
Manfredo e colleghi hanno descritto una reazione culturale che compare negli Stati americani dove il mutualismo è diventato più diffuso. Le persone legate alla cultura venatoria tradizionale mostrano in quei contesti una minore fiducia nelle agenzie pubbliche, soprattutto quando le percepiscono come espressione del cambiamento sociale in corso. Il sostegno alle norme costituzionali che proteggono il diritto di caccia cresce come risposta alla perdita di legittimità avvertita dal gruppo. La sfiducia investe inevitabilmente anche i dati. Una stima proveniente da un’associazione ambientalista può essere respinta dai cacciatori prima ancora che ne venga esaminato il metodo. Lo stesso accade, in direzione inversa, per i dati raccolti dalle organizzazioni venatorie. In tali condizioni, nuove informazioni possono alimentare il conflitto, perché vengono incorporate in una disputa sull’autorità delle fonti. Da questo non segue che i dati siano irrilevanti. Il loro ruolo consiste nel verificare le premesse fattuali usate per giustificare una decisione. Se la caccia viene presentata come necessaria per conservare un habitat, occorre dimostrare che produca davvero quell’effetto. Se viene accusata di portare una specie al declino, la stessa affermazione deve essere sottoposta a controllo. La scienza non stabilisce quale interesse debba prevalere, ma può mostrare che una politica non realizza lo scopo invocato.
Il potere delle prove dipende quindi dalla forma dell’argomento. Chi ritiene la caccia lecita in ogni circostanza difficilmente cambierà posizione davanti a uno studio sui suoi effetti. Chi la ammette perché la considera utile alla gestione dovrà invece rivedere il proprio giudizio qualora quell’utilità non venga confermata. Allo stesso modo, chi la rifiuta perché presume che ogni prelievo causi un declino dovrà correggere la propria valutazione quando i dati mostrino una popolazione stabile. Le evidenze possono anche rivelare che una misura produce conseguenze incompatibili con i valori dichiarati da chi la sostiene. Un intervento può essere descritto come selettivo e colpire in realtà altri animali. Un programma di controllo può avere un’efficacia così bassa da non giustificare i costi che impone. Il dato scientifico non sceglie il fine, ma impedisce di attribuire a una pratica risultati che non possiede.
I dati non parlano da soli, come si suol dire: essi acquistano significato entro un sistema che stabilisce quali conseguenze contino. Questo non ne riduce tuttavia l’importanza, perché senza una descrizione affidabile degli effetti il giudizio morale si applica a una realtà immaginaria. La decisione richiede conoscenza empirica, mentre la direzione della scelta deriva dai valori. La faglia valoriale del resto attraversa il concetto stesso di conservazione. Per il sistema gerarchico-gestionale, conservare significa mantenere una fauna utilizzabile senza esaurirla. Per la comunità morale estesa, la conservazione comprende anche il modo in cui vengono trattati gli individui. La stessa popolazione stabile può quindi rappresentare un successo per il primo sistema e lasciare irrisolto il problema per il secondo.
La caccia ricreativa rende questa differenza particolarmente visibile perché il beneficio ludico è facilmente separabile dalla necessità. Quando l’uccisione serve a evitare un pericolo grave, le posizioni possono avvicinarsi. Quando lo scopo consiste nell’esperienza del cacciatore, il giudizio dipende quasi interamente dal valore attribuito a quell’esperienza rispetto alla vita dell’animale. Quella descritta è l'esperienza diretta che sto vivendo in questo periodo di discussione del DDL caccia. Nel confronto pubblico in cui sono coinvolto, mi trovo a presentare dati e analisi che, a seconda dei casi, vengono valutati acriticamente a supporto di una posizione e contraria all'altra. Indipendentemente dalla direzione delle conclusioni, la reazione è spesso la stessa: i dati non vengono realmente discussi. La conversazione si sposta altrove, si irrigidisce su posizioni già definite, e diventa evidente che ciò che è in gioco non è la loro attendibilità o interpretazione, ma il sistema di valori entro cui vengono letti. Una possibile via d’uscita consiste nell'accompagnare i dati con il rendere esplicita fin dall’inizio la diversa scala valoriale degli interlocutori. Questo significa riconoscere che chi difende la caccia può attribuire priorità alla gestione delle popolazioni e alla legittimità dell’uso umano della fauna, mentre chi la contesta può partire dal valore morale dell’individuo animale. Portare alla luce questa differenza non serve a relativizzare tutto, ma a chiarire su quale terreno si sta discutendo e a evitare che il confronto venga continuamente spostato su un piano che nessuna delle parti considera davvero decisivo.
In termini pratici, ciò implica spostare il confronto su un terreno meno sterile: una volta riconosciuta l’esistenza di sistemi valoriali incompatibili, il primo passo non è stabilire chi abbia ragione in astratto, ma individuare un obiettivo minimo di conservazione che possa essere condiviso. Occorre chiarire quale stato delle popolazioni e degli ecosistemi si intenda garantire come soglia non negoziabile, e in che modo questo obiettivo debba essere bilanciato con interessi esterni alla conservazione, come quelli agricoli o pastorali. È su queste condizioni di base che può aprirsi uno spazio di confronto fra le componenti meno rigide delle diverse posizioni. Solo dopo aver definito tali criteri comuni diventa sensato discutere della compatibilità di specifiche attività e strumenti, e farlo sulla base di analisi scientifiche adeguate: quando queste mancano, dovrebbero essere prodotte prima di autorizzare interventi, prima di delegare decisioni a livelli territoriali frammentati, e prima di attribuire alla caccia benefici o danni che non siano stati verificati. Certo, chi ritiene ingiustificato l'abbattimento per fini ricreativi di un animale non sarà mai convinto; ma si può tollerare di non essere d'accordo sul punto etico, e invece preoccuparsi di un obiettivo maggiore, quello della preservazione simultanea di ecosistema, sistema agricolo e pastorale, senza che i progetti di legge e i regolamenti siano dominati da improvvisazione, elettoralismo e slogan?