Scienza
freno biologico •
Hormuz riapre, ma c'è un nuovo nemico che rallenta il commercio globale: i crostacei
Dopo mesi di blocco nel Golfo Persico, le navi sono ricoperte di "biofouling": cozze, alghe e barnacoli, minuscoli cirripedi che si attaccano agli scafi e aumentano consumi e costi. Migliaia di superpetroliere richiedono costose operazioni di pulizia subacquea per tornare operative

Piccolo crostaceo marino dell'ordine dei Cirripedi, il barnacolo o balano è un esserino che tra gli zoologi è famoso per avere il pene più lungo di tutto il mondo animale: fino a 10 volte i 5-10 centimetri del suo corpo. Poiché è ermafrodita e vive ancorato immobile agli scogli, gli serve per raggiungere i vicini e garantire la riproduzione. In inglese dà il nome alla barnacle goose, in italiano oca facciabianca, per una leggenda medievale secondo cui si trasformava appunto nell'uccello. Ma al di là della scienza e del mito, adesso rischia di passare alla Storia come l'ostacolo che rischia di rallentare la riapertura dello Stretto di Hormuz e anche la ripresa dell'economia mondiale più ancora della schermaglia tra Trump e il regime iraniano.
Il problema lo ha ora raccontato la Cnn. Poiché a differenza di altri crostacei da adulto vive ancorato in modo permanente a superfici dure, non solo si può attaccare a scogli o banchine, per passare poi la vita a cibarsi filtrando l'acqua. Anche gli scafi delle navi vanno per lui benissimo. E, appunto, nei quattro mesi in oltre 600 petroliere rimaste intrappolate nel Golfo Persico dal blocco dello Stretto sono state ferme, i loro scafi si sono appunto riempiti: non solo di barnacoli ma anche di altri cirripedi, cozze, patelle, alghe e altra fauna e flora che vive in acque marine calde. Prima di poter rimettere le imbarcazioni in navigazione, tutto ciò dovrà essere rimosso da grandi squadre di sommozzatori con un titolo di lavoro poco attraente: “addetti alla pulizia degli scafi”.
Nell'industria marittima c'è addirittura un apposito termine gergale per indicare la fauna che si accumula sulle navi: biofouling. Le superpetroliere sono lunghe più di 300 metri e larghe, in orizzontale, circa 45 metri. Questo significa che bisogna pulire circa 14.000 metri quadrati di fondale. E squadre di cinque o sei sommozzatori dovranno impiegare dalle quattro alle cinque ore per rimuovere i residui biologici da ciascuna nave. “Il lavoro è semplice e non complicato, ma queste navi sono semplicemente troppo grandi per essere pulite da singoli sommozzatori”, ha ricordato Brian McCauley: proprietario di una McCauley Mooring and Diving, che offre servizi di pulizia del fondale. Gli addetti alla pulizia degli scafi utilizzano normalmente una specie di lancia per raschiare via il biofouling. Quando però è particolarmente ostinato, come spesso accade con i cirripedi, possono essere costretti a utilizzare levigatrici elettriche o idropulitrici a pressione, alimentate da un generatore di bordo. Così devono però fare attenzione a non graffiare la vernice e il rivestimento speciale della nave, che contribuiscono a prevenire l'accumulo di biofouling. Un rivestimento danneggiato può infatti causare problemi significativi, con conseguenti violazioni delle normative ecologiche e delle clausole relative al biofouling previste dalle compagnie assicurative. Le eliche in particolare possono essere problematiche, perché i rotori spesso devono essere rimossi, puliti e reinstallati, e ciò richiede un notevole sforzo fisico.
L'improvviso aumento della domanda per i loro servizi aveva già permesso alle squadre di pulizia degli scafi di incrementare le proprie tariffe di qualche migliaio di dollari. Ma ora chiedono cifre a cinque zeri per nave, ha detto Aron Sørensen, responsabile ambientale dell'organizzazione internazionale di armatori Bimco. Le navi, come gli aerei, sono infatti progettate tenendo conto della fluidodinamica, e le incrostazioni biologiche ne compromettono seriamente l'equilibrio. Le pareti delle navi incrostate rendono le imbarcazioni significativamente meno efficienti in termini di consumo di carburante e molto più costose da trasportare, soprattutto per il trasporto di petrolio su distanze di migliaia di chilometri, dal Medio Oriente all'Asia o all'Australia. E il carburante già rappresenta circa il 50 per cento delle spese di una nave. La forte incrostazione delle eliche può poi renderle completamente inutilizzabili nel tempo, anche se ciò è più tipico per le imbarcazioni che sono rimaste ancorate per diversi anni. Inoltre, gli organismi marini amano insediarsi all'interno delle valvole di aspirazione, danneggiando i sistemi di raffreddamento delle imbarcazioni.
Le normative marittime impongono comunque alle imbarcazioni di rimuovere i cirripedi e altri organismi incrostanti prima di raggiungere il porto. Tra i cirripedi possono infatti annidarsi diverse specie invasive che causano danni ingenti agli ambienti marini. Inoltre, le compagnie assicurative includono una clausola relativa al trattamento dello scafo, per garantire che le navi che ispezionano siano conformi alle normative e operino nel modo più efficiente possibile.
Non è peraltro una preoccupazione nuova. Secoli fa, le navi da guerra venivano costruite con fondi in rame appunto per impedire ai vermi di perforare il legno e far entrare l'acqua.
Maurizio Stefanini