Pechino scopre che la grande scienza ha bisogno di controlli, non solo di classifiche

Geng Hongwei, conosciuto online come “Student Geng”, ha denunciato anomalie in lavori biomedici firmati da ricercatori cinesi di alto profilo. Le sue accuse hanno portato a sanzioni contro quattro accademici senior. Ma il caso racconta soprattutto il fallimento di una valutazione fondata solo sui numeri

16 GIU 26
Immagine di Pechino scopre che la grande scienza ha bisogno di controlli, non solo di classifiche

(foto Getty Images)

La Cina è ormai una potenza scientifica. Pubblica molto e investe molto; in alcune tecnologie strategiche ha smesso da tempo di occupare la posizione dell’inseguitore, perché produce ricerca competitiva, costruisce infrastrutture di grande scala e concentra risorse su programmi nazionali che incidono direttamente sull’equilibrio scientifico globale. Dentro questa crescita, che sarebbe sbagliato liquidare come espansione puramente quantitativa, si è sviluppato un problema di integrità di dimensioni enormi, visibile nelle ritrattazioni, nelle manipolazioni dei dati e nel mercato delle fabbriche di articoli scientifici, cioè nelle imprese clandestine che fabbricano articoli scientifici per ricercatori sottoposti a una pressione di pubblicazione ormai patologica.
La radice del problema sta nel modo in cui la produzione scientifica è stata trasformata in criterio amministrativo di selezione. Per anni, in molte università cinesi, pubblicare su una rivista internazionale di fascia alta ha pesato sulla possibilità di ottenere fondi, avanzare nella carriera, accedere a programmi nazionali e restare dentro il circuito accademico. La bibliometria, nata come strumento rozzo per riassumere una parte dell’attività scientifica, è diventata un meccanismo di sopravvivenza professionale. Quando l’articolo scientifico vale come certificato burocratico, il ricercatore viene spinto a produrre il segnale che il sistema riconosce, e una parte della comunità, soprattutto nelle zone più esposte alla competizione, finisce per adattarsi al segnale prima ancora che al contenuto conoscitivo che quel segnale dovrebbe rappresentare.
Questo non diminuisce il valore della scienza cinese migliore, che esiste e in molti campi è ormai di primo livello. Spiega però perché un sistema capace di produrre ricerca autentica possa generare, nello stesso movimento, una quantità rilevante di letteratura contaminata. La frode prospera quando il premio associato alla pubblicazione supera il costo percepito della manipolazione, e quando la verifica dei dati resta più debole della necessità di presentare risultati rapidi, coerenti, utilizzabili per la prossima domanda di finanziamento o per la prossima promozione. In un ambiente costruito così, il laboratorio che controlla davvero i dati paga un costo di tempo, mentre il laboratorio che li forza o li compra può apparire più produttivo fino al momento dello scandalo.
Le fabbriche di articoli scientifici sono la forma industriale di questa distorsione. Offrono a pagamento un prodotto che imita la forma esterna della scienza: un manoscritto, una figura sperimentale, una storia biologica plausibile, una sequenza di risultati abbastanza ordinata da superare una revisione debole. Il loro mercato cresce perché intercetta una domanda reale, creata da carriere fondate su soglie bibliometriche rigide. Ogni nuovo controllo editoriale modifica il prodotto fraudolento successivo: le immagini vengono ritoccate con maggiore cautela quando i programmi informatici imparano a riconoscere i ricicli, i dati simulati diventano meno grossolani quando gli editori cercano distribuzioni improbabili, i testi vengono variati quando la serialità linguistica diventa un indizio. La frode organizzata si comporta come un’attività economica sottoposta a selezione tecnica, e proprio per questo la repressione, pur necessaria, tende a inseguire un bersaglio che cambia forma.
Pechino ha compreso che la questione tocca la credibilità internazionale del proprio sistema scientifico. Nature ha raccontato nel febbraio 2026 il nuovo irrigidimento delle misure cinesi contro le violazioni dell’integrità scientifica, con la possibilità di punire anche le università che non indagano o non sanzionano ricercatori coinvolti in casi gravi. La misura segue la creazione di una banca dati nazionale degli articoli ritirati per violazioni serie e segnala uno spostamento importante della responsabilità, perché il singolo autore resta al centro del caso disciplinare, mentre l’istituzione entra finalmente nel perimetro del controllo. Una frode scientifica pubblicata raramente è soltanto il gesto isolato di chi ha manipolato una figura o inventato un risultato; quasi sempre presuppone supervisione debole, accesso opaco ai dati grezzi, gerarchie interessate a difendere il prestigio del gruppo e procedure interne incapaci di fermare il lavoro prima dell’invio alla rivista.
L’inasprimento delle sanzioni può produrre un effetto utile, perché aumenta il costo della frode e costringe le università a reagire quando un caso diventa pubblico. Resta però una correzione parziale, finché la pubblicazione conserva un valore amministrativo sproporzionato rispetto alla qualità effettiva del lavoro. La sanzione arriva dopo che l’articolo scientifico è entrato nella letteratura, ha generato citazioni, ha consumato tempo di revisori, lettori e ricercatori che lo hanno preso sul serio. La prevenzione richiede controlli diversi, collocati prima della pubblicazione e dentro il laboratorio: dati grezzi accessibili, verifiche interne reali, tracciabilità delle immagini, responsabilità effettiva degli autori corrispondenti, valutazioni di carriera meno dipendenti dal nome della rivista. Senza questo passaggio, il sistema continuerà a punire alcuni casi emersi mentre lascia intatto il meccanismo che rende vantaggioso rischiare.
Una vicenda recente raccontata in questi giorni ancora da Nature mostra in modo particolarmente chiaro come queste tensioni si manifestino oggi nella ricerca cinese. Da un lato c’è un sistema che sta cercando di rafforzare i controlli e difendere la propria credibilità internazionale; dall’altro emergono nuove forme di vigilanza informale, nate fuori dalle strutture accademiche tradizionali, che mettono sotto pressione università e ricercatori. In questo contesto si colloca il caso di Geng Hongwei. Geng, conosciuto online come “Student Geng”, è un ex dottorando in biomedicina della Beihang University che, dopo avere lasciato il dottorato, ha iniziato a pubblicare video in cui esaminava lavori biomedici firmati da ricercatori cinesi di alto profilo. Secondo Nature, le sue segnalazioni hanno riguardato anomalie nei dati e nelle immagini di articoli pubblicati anche in riviste del gruppo Springer Nature, e hanno portato a indagini rapide da parte di alcune istituzioni. Quattro accademici senior sono stati sanzionati dopo le sue accuse. Il significato della vicenda va oltre i singoli casi contestati, perché mette in evidenza una segnalazione tecnica capace di uscire dalla marginalità, raggiungere un pubblico vasto e imporre alle università un tempo di risposta molto più breve di quello normalmente prodotto dalle procedure interne.
Geng ha lavorato su articoli già pubblicati, ha indicato anomalie verificabili e ha reso pubblica l’analisi in una forma comprensibile anche fuori dal piccolo circuito degli specialisti di integrità scientifica. In questo modo ha aumentato il costo del silenzio istituzionale. Quando una segnalazione resta chiusa nei canali amministrativi, l’università conserva il controllo quasi completo del ritmo dell’indagine; quando la segnalazione diventa pubblica e documentata, il prestigio dell’istituzione viene legato alla qualità della sua risposta. La differenza è decisiva, soprattutto in un sistema dove la gerarchia accademica pesa molto e dove la reputazione del gruppo può scoraggiare controlli indipendenti.
Il ruolo di Geng andrà giudicato sulla solidità delle singole accuse, perché nessun segnalatore può sostituire un’istruttoria accurata, né un video virale può diventare criterio di verità scientifica. Il valore del caso sta nella pressione documentale che ha prodotto. Ha mostrato che anche in un sistema fortemente gerarchico un’analisi tecnica può costringere istituzioni potenti a muoversi, purché le anomalie siano formulate in modo chiaro e il costo pubblico dell’inazione diventi superiore al costo della sanzione. Questa è forse la parte più interessante della vicenda cinese: il controllo dall’alto, voluto dal ministero, incontra un controllo dal basso, costruito da chi legge gli articoli scientifici, guarda le figure, confronta i dati e porta il risultato fuori dai luoghi protetti della reputazione accademica.
La lezione supera il caso cinese. La bibliometria ha assunto ovunque un ruolo eccessivo, anche se in Cina ha raggiunto una scala più dura e visibile per la combinazione di crescita scientifica, competizione istituzionale e centralità politica della ricerca. Quando la qualità viene misurata attraverso segnali manipolabili, una parte del sistema manipolerà quei segnali. Quando la pubblicazione decide la carriera, l’articolo scientifico diventa una merce. Quando l’articolo scientifico diventa una merce, qualcuno costruisce un mercato per produrlo artificialmente.
La Cina sta cercando di difendere la propria ascesa scientifica da una contaminazione che ne minaccia la credibilità. Il caso Geng mostra che questa difesa può passare anche da figure esterne alle catene gerarchiche ufficiali, purché capaci di trasformare il sospetto in analisi verificabile. La partita decisiva resta a monte: ridurre il valore burocratico della pubblicazione, controllare i dati prima dello scandalo, proteggere chi segnala anomalie fondate e rendere costosa la frode quando può ancora essere fermata, prima che diventi un altro articolo da ritrattare.
In Cina, forse, si migliorerà ulteriormente; ma in Italia, si sa, preferiamo conservare le cose come stanno, ANVUR in testa, e continuare a far finta che la bibliometria funzioni come criterio di valutazione.