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Gli scienziati pensionano lo scenario climatico più cupo dell'ultimo decennio
Capire perché lo avevano costruito, e perché averlo reso improbabile è una buona notizia, dice qualcosa anche su come ragioniamo del rischio. Elogio del caso peggiore
29 MAG 26

Foto di Kelly Sikkema su Unsplash
Un ingegnere che progetta una diga la dimensiona sulla piena millenaria, l'evento che con ogni probabilità non vedrà mai in tutta la carriera. Lo fa perché il costo di sbagliare per difetto — una città sott'acqua — supera di ordini di grandezza quello di qualche metro di cemento in più. Lo stesso vale per l'attuario che fissa le riserve di una compagnia, per la banca centrale che immagina lo shock peggiore in uno stress test. Il caso peggiore è uno strumento di lavoro. Serve a tracciare il confine, a sapere dove finisce il possibile (a probabilità piccola a piacere) prima di decidere quanto investire per difendersene. Chi lo confonde con una previsione ha già sbagliato mestiere.
Per circa quindici anni la climatologia ha avuto il suo confine del rischio, e si chiamava RCP8.5, poi ribattezzato SSP5-8.5. Era lo scenario che immaginava un forzante radiativo di 8,5 watt per metro quadro al 2100 e un riscaldamento dell'ordine dei 4,4 gradi rispetto all'era preindustriale: l'estremo superiore di una famiglia di traiettorie costruite per coprire l'intera gamma degli esiti possibili, anche i più improbabili. Lo ha citato qualche migliaio di studi, l'hanno usato banche centrali per gli stress test, governi per i piani di adattamento, assicurazioni per tarare le polizze. È diventato, insomma, lo scenario di riferimento.
Il mese scorso un gruppo internazionale guidato da Detlef van Vuuren, nel disegno dei nuovi scenari CMIP7 per il prossimo rapporto IPCC, lo ha formalmente pensionato. La motivazione è asciutta: i livelli di emissione altissimi che quello scenario incorporava sono diventati implausibili alla luce del crollo dei costi delle rinnovabili, dell'emergere di politiche climatiche concrete e dei trend reali delle emissioni. Tradotto in numeri: uno studio basato su un grande insieme di proiezioni colloca intorno allo 0,5 per cento la probabilità di superare quel forzante di 8,5 watt al 2100, con una mediana ferma a 5,1. Il nuovo scenario "alto" proietta un riscaldamento vicino ai 3,3 gradi, con un intervallo tra 2,5 e 4,4.
Vale la pena ripeterlo: questa è una buona notizia, e di quelle vere. Il climatologo Chris Smith l'ha riassunta con una formula efficace: nel 2010 RCP8.5 era un futuro possibile; lo abbiamo reso impossibile noi, piegando abbastanza la curva delle emissioni da espellerlo dallo spazio del credibile. Il bordo superiore si è abbassato perché il mondo ha cominciato a muoversi. Pochi successi recenti hanno una genealogia così precisa.
Resta la domanda che alimenta la polemica: se quello scenario era così improbabile, perché ci abbiamo messo tanto a dirlo? La critica è legittima e ha una storia documentata. Già nel 2017 Justin Ritchie e Hadi Dowlatabadi mostravano che RCP8.5 poggiava su un'espansione quintupla del carbone mondiale, al punto da immaginare automobili alimentate con derivati liquidi del carbone a fine secolo: un'ipotesi che definirono eccezionalmente improbabile. Nel 2020 Zeke Hausfather e Glen Peters, su Nature, avvertivano che lo scenario veniva spacciato per business as usual, per la rotta su cui l'umanità era incamminata, e che era ora di smettere. Roger Pielke Jr. ripete da anni che la correzione è arrivata con nove anni di ritardo, e ha ragione a contarli.
Il guaio, però, sta tutto in quel business as usual. La critica fondata colpiva l'uso che se ne faceva, e lasciava intatta la legittimità dello scenario in quanto tale. RCP8.5 era nato come limite superiore, come la piena millenaria dell'ingegnere, e qualcuno lo ha promosso a profezia certa: lo ha letto come la traiettoria di default, il destino verso cui andavamo salvo conversione. Da lì la catena dei titoli sui campi rovinati e sulle morti da caldo calibrati sull'estremo, quando l'estremo era per costruzione l'angolo più cupo e il meno probabile del ventaglio di casi peggiori. Un errore di categoria, scambiare il bordo per il centro, travestito da prudenza.
L'aspetto quasi comico è che oggi lo stesso errore viene commesso dal lato opposto. Quando Donald Trump esulta sostenendo che il comitato climatico dell'Onu avrebbe ammesso che le proprie proiezioni erano sbagliate, "WRONG, WRONG, WRONG", sta facendo esattamente ciò che rimproveriamo al catastrofista: tratta il pensionamento di un limite superiore come la confutazione dell'intero edificio. Il catastrofista legge il caso peggiore come fato; il negazionista legge la sua ritirata come prova della truffa, invece che come il riaggiustamento derivato proprio dal fatto di aver agito – con tutte le lentezze e i difetti del mondo, certo, ma agito. Due fazioni che si detestano e condividono lo stesso analfabetismo statistico, l'incapacità di distinguere l'estremo di una distribuzione dal suo valore atteso.
Perché il pensionamento del caso peggiore dice una cosa precisa, e solo quella: lo spazio del possibile si è ristretto dall'alto. Si è ristretto anche dal basso, peraltro, e questa parte fa meno notizia: la traiettoria più ottimistica dei nuovi scenari fatica a immaginare un picco sotto i 1,7 gradi, il che certifica che l'obiettivo del grado e mezzo è ormai fuori portata nel breve e medio termine. Il baricentro della distribuzione si colloca oggi tra i 2,5 e i 3 gradi, e chi crede che sia una passeggiata dovrebbe ricordare che a quelle temperature si va incontro alla perdita della gran parte delle barriere coralline, a centinaia di milioni di persone in più esposte alla scarsità d'acqua, a danni da alluvione che triplicano in assenza di adattamento. C'è perfino chi, come lo stesso Pielke, sospetta che il nuovo scenario "medio" sieda ancora sopra una vera traiettoria a politiche correnti, visto che le emissioni osservate viaggiano più in basso di quanto i modelli assumano. Il dibattito, lungi dal chiudersi, si sposta sul centro della distribuzione, dove peraltro è sempre stato il posto giusto per discuterne.
E qui torna l'ingegnere. La ragione per cui continua a costruire la diga per la piena che probabilmente non arriverà è che non conosce con precisione infinita il fiume. Allo stesso modo, anche fissata una traiettoria di emissioni, resta l'incertezza su quanto il pianeta si scaldi per ogni tonnellata: il modo in cui nuvole, ghiacci e vapore acqueo reagiscono al riscaldamento apre un ventaglio di esiti ampio perfino dentro uno scenario medio. Finché quell'incertezza esiste, chiedersi quanto in alto possa al massimo arrivare il livello del mare o il riscaldamento medio globale mantiene tutto il suo senso. Pensionare RCP8.5 come previsione è stato corretto, e tardivo. Pensionare la disciplina del chiedersi qual è il peggio che può capitare sarebbe l'unico vero errore irreparabile. Il caso peggiore va maneggiato per quel che è: un attrezzo. Una profezia gridata e l’idea che sia una truffa sono due modi diversi di rompere lo stesso attrezzo. Sapere a che cosa serve è, in fondo, tutta la differenza tra l'allarmismo e il menefreghismo, da un lato, e la prudenza, dall’altro..