Il sospetto del veleno, la certezza della barbarie

In pochi giorni nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, sono stati rinvenuti dieci lupi privi di vita. La causa della morte è oggetto di accertamento, ma l'ipotesi oggi più accreditata è l'avvelenamento. Se venisse confermata ci troveremo davanti a uno dei gesti più stupidi e più infami che si possano compiere contro la natura

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17 APR 26
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Cinque lupi trovati morti ad Alfedena il 15 aprile, in località San Francesco, nell’area contigua del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise; sul posto sono intervenuti i Guardiaparco e il Nucleo Cinofilo Antiveleno, sono stati rinvenuti resti che possono far ipotizzare la presenza di esche avvelenate, il materiale è stato sequestrato penalmente, la Procura di Sulmona coordina le indagini e le analisi sono state affidate all’Istituto Zooprofilattico di Avezzano. Il Parco, nel comunicato del 16 aprile, indica l’avvelenamento come ipotesi oggi più accreditata, ma non ancora come causa definitivamente accertata; nello stesso comunicato richiama inoltre il recente ritrovamento di altri cinque lupi morti nel territorio di Pescasseroli, anche in quel caso con indagini in corso e primi elementi orientati nella stessa direzione. 
La prima responsabilità, davanti a fatti del genere, è nominare con precisione ciò che si sa e ciò che ancora si deve dimostrare. La causa della morte è oggetto di accertamento. Il quadro morale, invece, è già chiarissimo. Dieci lupi morti in pochi giorni nello stesso comprensorio, con un sospetto tanto grave da attivare immediatamente il nucleo antiveleno, il sequestro penale e gli esami tossicologici, compongono già da soli un’immagine intollerabile: quella di un territorio ferito da una violenza nascosta, torbida, vigliacca, esercitata contro il suo patrimonio faunistico più emblematico. Se l’ipotesi del veleno verrà confermata, e oggi è questa la pista che le autorità considerano più forte, ci troveremo davanti a uno dei gesti più stupidi e più infami che si possano compiere contro la natura. Il veleno non affronta, non governa, non controlla. Si abbandona nel paesaggio come si abbandona una pulsione brutale, con l’idea miserabile che la morte faccia il lavoro che l’intelligenza, la legge e la convivenza richiederebbero di affrontare con strumenti civili. È la scorciatoia dei codardi e degli ottusi: di chi non sa capire la complessità di un ecosistema, non sa stare dentro una regola, non sa sostenere il peso della realtà, e allora la contamina.
L’idiozia di un gesto simile sta tutta nella sua natura cieca. Una possibile esca avvelenata non colpisce soltanto l’animale che qualcuno immagina di avere preso di mira; colpisce ciò che passa, ciò che trova, ciò che si nutre, ciò che consuma resti. Il Parco ha richiamato esplicitamente il pericolo per la fauna nel suo insieme e per specie minacciate come l’orso marsicano, cioè uno dei simboli biologici più preziosi e più vulnerabili dell’Appennino. In Italia, del resto, l’uso e la detenzione di esche o bocconi avvelenati sono oggetto di uno specifico divieto ministeriale, proprio perché si tratta di una pratica intrinsecamente indiscriminata e devastante. Qui cade anche tutta la retorica miserabile con cui, ogni volta, qualcuno prova a sporcare il linguaggio prima ancora dei boschi e dei pascoli. Non si difende un territorio spargendo tossici. Non si gestisce la presenza del lupo disseminando morte. Non si tutela alcuna economia locale colpendo alla cieca la fauna selvatica e mettendo a rischio l’equilibrio ecologico, la credibilità del territorio, il lavoro di chi nel Parco opera ogni giorno, la sicurezza degli animali domestici e la stessa immagine civile delle comunità coinvolte. Chi ricorre a mezzi del genere dichiara una sola cosa: la propria incapacità di vivere in una società fondata su regole, conoscenza e responsabilità.
Per questo lo sdegno non ha nulla di emotivo o di generico: è un giudizio razionale sui fatti. C’è una differenza enorme fra un conflitto reale, che nelle aree dei grandi predatori può esistere e va affrontato con prevenzione, indennizzi, vigilanza, recinzioni, cani da guardiania, regole e politiche pubbliche serie, e l’atto di chi, sottraendosi a tutto questo, sceglie un mezzo illecito, occulto e indiscriminato. Nel primo caso ci si misura con un problema complesso; nel secondo si scivola nella barbarie. E non sarebbe neppure la prima volta. Nel maggio 2023, sempre nell’orbita del Parco, venne denunciata un’altra strage: nove lupi, tre grifoni e due corvi imperiali trovati morti nella zona di Cocullo, quasi sicuramente per bocconi avvelenati. Quando episodi di questo tipo ritornano, non si può più parlare di fatto isolato, di scarto marginale, di incidente morale. Si intravede una linea di continuità, una sottocultura della sopraffazione che considera la fauna un bersaglio e il territorio una superficie su cui rovesciare rancore e ignoranza. 
La verità più semplice, e forse la più dura da scrivere, è che in gesti del genere convivono una violenza arcaica e una stupidità perfettamente contemporanea. Arcaica, perché si pretende di risolvere con la morte cieca ciò che richiederebbe governo, tecnica, pazienza e legalità. Contemporanea, perché questa brutalità viene esercitata dentro un tempo che conosce benissimo il valore ecologico dei grandi predatori, il ruolo della biodiversità, il significato economico e culturale di un’area protetta, e dispone di tutti gli strumenti per agire diversamente. Chi sparge veleno, o chiunque sia responsabile di una sequenza di morti che porta a sospettarlo così fortemente, non è il residuo di un mondo antico: è un soggetto del presente che ha scelto deliberatamente di collocarsi fuori dalla civiltà. Adesso servono analisi rapide, indagini serrate, bonifica accurata delle aree a rischio, uso intensivo delle unità cinofile antiveleno, collaborazione piena di cittadini e operatori del territorio. Ma serve anche un clima pubblico limpido, senza ambiguità, senza ammiccamenti, senza giustificazioni laterali. Su questo punto una comunità si misura da come parla prima ancora che da come punisce. Se si abbassa la voce, se si attenuano i termini, se si comincia a comprendere l’incomprensibile, si apre già uno spazio culturale alla barbarie. Qui quello spazio va chiuso. Con rigore sui fatti, perché la conferma tossicologica deve arrivare. Con durezza sul giudizio civile, perché la vergogna di quanto sta emergendo è già pienamente davanti agli occhi di tutti.