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Come l'archeogenetica può aiutarci a produrre antibiotici più efficaci
Studiare il genoma dei nostri antenati è un modo per recuperare le difese molecolari contro patogeni pericolosi per la nostra specie. I risultati di uno studio basato sui peptidi
di
2 DEC 22

(foto Unsplash)
L’ibridazione fra Homo sapiens e altre specie umane ha variamente influenzato la nostra capacità di rispondere a diversi patogeni. Per esempio, come discusso anche su queste pagine, alcune varianti genetiche che la nostra specie ha probabilmente intercettato incrociandosi con i Neanderthal sono risultati essere un fattore che predispone a una maggiore severità dei sintomi causati da sars-cov-2. Tuttavia, è possibile anche chiedersi se, con l’estinzione delle specie più antiche fra quelle a noi vicine, non si siano perdute informazioni genetiche che sarebbero state utili a combattere i patogeni. In altre parole, ci si può porre questa domanda: è possibile che nel dna di altre specie umane fossero codificate le difese molecolari contro patogeni importanti per la nostra specie, difese che magari noi non possediamo nella stessa misura o comunque che siano diverse da quanto si osserva nella nostra specie?
Ora, grazie a uno studio di frontiera pubblicato per il momento come semplice preprint, può darsi che si sia trovato insieme un metodo per rispondere a questa interessante domanda e una prima, parziale risposta. Tutto è partito con uno studio pubblicato l’anno scorso, grazie al quale un gruppo di ricercatori ha potuto dimostrare la presenza di oltre 2000 peptidi antibiotici codificati dal moderno dna umano – cioè di oltre 2000 piccoli frammenti proteici, in grado di agire più o meno efficacemente come antibatterici.
Ora, gli stessi ricercatori hanno identificato altri sei peptidi antibiotici codificati nell'antico dna estratto da Neanderthal e da una differente specie, l’uomo di Denisova, i quali non sono presenti negli esseri umani moderni.
Grazie ad un algoritmo di intelligenza artificiale, i ricercatori hanno innanzitutto predetto il modo in cui, a partire dalle proteine prodotte dal genoma dei nostri progenitori, si sarebbero potuti generare peptidi antimicrobici, sulla base di certe proprietà che tali peptidi devono avere per essere generati e per mostrare tale attività. Hanno così identificato 69 potenziali peptidi antibiotici ottenibili dagli antichi genomi.
Grazie ad un algoritmo di intelligenza artificiale, i ricercatori hanno innanzitutto predetto il modo in cui, a partire dalle proteine prodotte dal genoma dei nostri progenitori, si sarebbero potuti generare peptidi antimicrobici, sulla base di certe proprietà che tali peptidi devono avere per essere generati e per mostrare tale attività. Hanno così identificato 69 potenziali peptidi antibiotici ottenibili dagli antichi genomi.
I ricercatori hanno quindi ordinato i peptidi a un'azienda in grado di produrli. Provando in vitro la loro attività contro diversi tipi di batteri, ne hanno potuto verificare l’azione antibiotica; 6 peptidi, in particolare, sono stati caratterizzati per la prima volta, e risultano essere dei nuovi antibiotici, mai prima descritti. Di questi, tre provenivano da uomini di Neanderthal e tre da Denisovani, e ciascuno era attivo contro almeno una specie di batterio, tra cui Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa – che causa infezioni ospedaliere polmonari e del sangue – e Acinetobacter baumannii, in grado di causare gravi infezioni in persone immunosoppresse.
Inoltre, uno dei peptidi da Neanderthal ha funzionato anche contro lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, o MRSA, un superbatterio ben noto perché resistente a diversi antibiotici ampiamente utilizzati. Esaurite le prove in vitro, si è passati ai test in animale. Nei topi, due peptidi di Denisova sono risultati attivi contro le infezioni della pelle da P. aeruginosa e uno di Neanderthal contro quelle da A. baumannii. Le molecole testate hanno ridotto i livelli batterici di almeno tre ordini di grandezza ed erano efficaci quanto un peptide antimicrobico clinicamente approvato, la polimixina B.
Inoltre, uno dei peptidi da Neanderthal ha funzionato anche contro lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, o MRSA, un superbatterio ben noto perché resistente a diversi antibiotici ampiamente utilizzati. Esaurite le prove in vitro, si è passati ai test in animale. Nei topi, due peptidi di Denisova sono risultati attivi contro le infezioni della pelle da P. aeruginosa e uno di Neanderthal contro quelle da A. baumannii. Le molecole testate hanno ridotto i livelli batterici di almeno tre ordini di grandezza ed erano efficaci quanto un peptide antimicrobico clinicamente approvato, la polimixina B.
A questo punto, abbiamo una prima dimostrazione di come l’archeogenetica possa recuperare informazione genomica utile alla nostra specie, nel caso specifico sotto forma di antiche molecole attive che, a causa dell’estinzione delle specie che ne erano dotate, non sono più disponibili negli organismi viventi, ma che possono essere facilmente ricreate in laboratorio grazie alle moderne tecniche di sintesi e biologia molecolare. I nostri parenti più prossimi e più recenti si sono estinti, per ragioni ancora non perfettamente chiarite; ma è ben probabile che essi, insieme a chissà quante altre specie anche non necessariamente imparentate con la nostra, avessero sviluppato adattamenti molecolari che potrebbero tornare ben utili anche a noi Sapiens. L’informazione contenuta negli antichi genomi, recuperata e unita all’informazione prodotta dalla nostra cultura, può ancora essere vantaggiosa, se riusciremo a mantenere in piedi le condizioni culturali, sociali, di mercato e di democrazia liberale indispensabili allo scopo.