(foto LaPresse)

cattivi scienziati

Manuale per difenderci dai titoli allarmistici su vaccini ed effetti collaterali

Enrico Bucci

Quando i giornali riporteranno i casi di infezione di persone vaccinate, dovremo ancora una volta essere preparati a guardare non ai numeri assoluti, ma alle percentuali

Ogni vaccino, come ogni farmaco, in casi molto rari può procurare una reazione allergica molto forte, che procede fino a quello che si chiama choc anafilattico. Queste reazioni, dal momento che stiamo vaccinando milioni di persone al mese nel mondo, molto probabilmente diverranno ben visibili al grande pubblico perché i media le riporteranno con estrema rapidità, e il numero degli articoli sui giornali e dei servizi televisivi sembrerà molto più alto, perché vaccinandosi tantissimi individui nello stesso lasso di tempo, in un mese occorreranno molti più eventi avversi del solito. La percezione del pubblico, cioè, sarà alterata dall’ennesimo bombardamento mediatico, che della bassa frequenza di eventi avversi riporterà solo il numeratore e non il denominatore costituito da milioni e milioni di dosi di vaccino somministrate. Dunque, prepariamoci: le notizie di eventi avversi rari ci saranno e saranno fornite non appena questi cominceranno a verificarsi. Quando arriveranno queste notizie, il pubblico dovrà immediatamente porsi una domanda: quante sono state le vaccinazioni effettuate, perché si potessero osservare quegli eventi avversi? Possiamo fare questo esercizio immediatamente.

 

Al 19 dicembre, negli Stati Uniti erano state riportate 6 reazioni anafilattoidi al vaccino Pfizer/BioNTech; nessun altro evento anafilattoide è stato segnalato nei due giorni successivi, quando le dosi somministrate erano arrivate a 614.117. Questo significa che la frequenza di tali reazioni è risultata inferiore a 1 su 100.000 dosi di vaccino somministrate. Questo numero dovrebbe aiutarci a capire facilmente due cose. Innanzitutto, i dati sulla prova clinica di fase 3 non hanno riportato questo tipo di reazione non perché fosse stata artatamente nascosta dagli sperimentatori, ma perché le prove cliniche si svolgono su un numero di persone minore di 100.000 e hanno generalmente la capacità di rivelare con sufficiente robustezza statistica eventi avversi nell’ordine di 1 su 10.000. In secondo luogo, considerando la frequenza di complicazioni gravi dovute a Sars-CoV-2, dovrebbe essere evidente che il rischio di reazione anafilattoide da vaccino è molto, molto meno importante. Oltre agli effetti collaterali, naturalmente, sarà importante monitorare anche l’efficacia dei nuovi vaccini. Per quello di Pfizer/BioNTche, per esempio, già sappiamo dagli studi clinici che esso funziona al più nel 95 per cento delle persone; questo significa che possiamo attenderci che almeno in una persona su venti il vaccino non sia efficace.

 

Dunque, quando cominceranno a esserci gli articoli di giornale che riporteranno casi di infezione di persone vaccinate, che potrebbero aversi prima di raggiungere l’immunità di gregge, dovremo ancora una volta essere preparati a fare lo stesso esercizio che abbiamo appena fatto per gli effetti collaterali: non guardare ai numeri assoluti, ma alle percentuali, e magari dovremmo chiederci se quella persona avesse sviluppato anticorpi (cioè sarebbe bene fare un test sierologico a qualche tempo dal vaccino). Prepariamoci mentalmente, quindi: i titoli dei giornali si riempiranno come al solito per ogni evento avverso o reinfezione, ma noi dovremmo essere cognitivamente vaccinati a ricevere queste informazioni nel modo corretto.