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Aveva spiegato come facciamo a capire, scegliere, ricordare. Già da neonati

È morto a 83 anni Jacques Mehler (1936-2020), uno dei principali architetti delle moderne scienze cognitive. Mise a punto sottili tecniche, tuttora attuali, per studiare la cognizione in bimbi piccolissimi

13 Febbraio 2020 alle 09:36

Aveva spiegato come facciamo a capire, scegliere, ricordare. Già da neonati

È morto martedì a Parigi all’età di 83 anni, dopo una lunga e debilitante malattia, Jacques Mehler, uno dei principali architetti delle moderne scienze cognitive e protagonista della cosiddetta cognitive revolution. Aveva fondato e poi diretto per oltre quarant’anni la rivista specializzata Cognition il cui impact factor aveva raggiunto 5+.

 

Nato a Barcellona nel 1936 in un’assai agiata famiglia di industriali e di intellettuali, poi trasferitasi in Argentina, Jacques completò gli studi liceali a Buenos Aires, prima di intraprendere e completare a Oxford e allo University College London un dottorato (si pensi) in Chimica organica. Grazie a una speciale borsa di studio (oggi impensabile) riservata a giovani studiosi che volevano cambiare settore di ricerca, andò a Harvard, dove si perfezionò e ottenne un dottorato in Psicologia sotto la guida di George Miller, direttore del primo laboratorio al mondo con il titolo “Cognitive Science”. Fece poi un ulteriore apprendistato in Psicologia dello sviluppo, a Ginevra, con il celebre e compianto Jean Piaget. Una passione, quella della psicologia dello sviluppo, che lo ha accompagnato per il resto della sua vita accademica, ma distanziandosi progressivamente dalla scuola di Piaget. Passò poi a collaborare con Noam Chomsky, al Massachusetts Institute of Technology e, con i suoi coetanei e collaboratori Thomas G. Bever e Jerry Fodor, dette vita a quello che scherzosamente, ma in qualche modo appropriatamente, venne chiamata la santa trinità della psicolinguistica.

  

Per molti anni poi divenne docente alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, a Parigi, dove aveva creato e diretto il laboratorio di scienze cognitive e psicolinguistica (Lscp), per infine trasferirsi alla Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati) a Trieste e passare gli ultimi anni della sua vita fra Trieste, Milano e Parigi. Eletto membro straniero della American Academy of Arts and Sciences e membro della American Association for the Advancement of Science, Jacques è autore o co-autore di numerosissime pubblicazioni e ha, nel corso degli anni, formato un notevole numero di ricercatori, attualmente professori in università e istituti di ricerca in Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Mise a punto sottili tecniche, non invasive, per studiare la cognizione in bimbi piccolissimi, neonati o di pochi mesi. Diventate routine e perfezionate, queste tecniche sono tuttora attualissime. Per esempio la suzione non-nutritiva, ovvero la misura della più intensa frequenza e intensità di suzione che l’infante spontaneamente mostra, quando è in presenza di qualcosa che lo (o la) sorprende e attira l’attenzione. In tal modo, registrando la sorpresa, si verifica, per esempio, quale regola interiorizzata copre una serie di stimoli e quando tale regola viene, invece, percepita come trasgredita.

     

Famosa è la sua teoria delle curve di apprendimento con la forma di una U maiuscola. In altre parole, in numerosi compiti cognitivi, i piccolissimi sono molto bravi, poi la performance cala con l’età, per poi risalire nettamente, di solito adottando una strategia cognitiva diversa da quella iniziale. Le teorie precedenti dell’apprendimento avevano di norma ipotizzato una curva sempre crescente. Basti un esempio, in un tipo di esperimenti originariamente escogitato da Piaget, ma esteso da Mehler a età molto più precoci di quelle studiate da Piaget. Vi sono, poniamo, due insiemi di cinque o sei cioccolatini o caramelle. Vengono disposte, di fronte al bimbo, l’uno in una riga stretta, cioè uno accanto all’altro, ma gli altri, di uguale numero, in una riga più ampia, con spazio tra l’uno e l’altro. Il piccolo sa che può scegliere solo una delle due righe. Piaget aveva ben constatato che i bimbi piccoli scelgono sempre la riga più lunga, immaginando che contenga “più” leccornie, mentre i bimbi più grandi, avendo conquistato la nozione di “conservazione del numero” scelgono una delle due a casaccio. Ebbene, Mehler ha abbassato ulteriormente l’età dei piccoli cui viene amministrato questo test e constatato che anche i piccolissimi, come i nettamente più grandi, scelgono indifferentemente una qualsiasi delle due righe. Appunto, una curva a U. Similmente, il test può essere amministrato con un liquido, uno sciroppo o simile che molto piace al bambino (o alla bambina). Due recipienti identici, con livello di liquido uguale e ben visibile. Uno viene versato in un recipiente alto e stretto, nel quale il livello del liquido è più alto, mentre l’altro viene versato in un ampio boccale, dove il livello del liquido è basso. Stessa storia, nella scelta del recipiente preferito, stessa curva a U.

      

Un’altra tecnica per testare infanti di appena sei o sette mesi, iniziata da Mehler e poi perfezionata, consiste nel registrare e misurare i tempi dello sguardo. Un evento inatteso attira lo sguardo, o addirittura la direzione della testolina, più a lungo di un evento atteso. Per esempio, un pupazzo che appare insieme a una parola, e un diverso pupazzo che appare insieme alla stessa parola, o lo stesso pupazzo abbinato a una diversa parola. Questa tecnica consente, tra l’altro, di misurare la permanenza in memoria di uno stimolo precedente. Se l’evento è memorizzato, non ci sarà sorpresa, quando viene ripresentato, ma, se è stato dimenticato, la sorpresa ci sarà. In tal modo, si studia la spontanea, precoce sensibilità “statistica” degli infanti. A quali regolarità negli stimoli sono sensibili e quali, invece loro sfuggono. In uno dei loro numerosi esperimenti, Mehler e Silvia Benavides-Varela hanno mostrato che gli infanti di sette mesi, ben prima che articolino parole con molte sillabe, memorizzano tali parole facendo attenzione e memorizzando le sillabe iniziale e finale, ma non le sillabe intermedie. A giusto titolo, perché, in quasi ogni lingua, le sillabe iniziali e finali delle parole sono assai più regolari e frequenti delle sillabe intermedie. Queste verranno solo più tardi.

  

Con Núria Sebastián Gallés e Marina Nespor, Mehler ha rivelato che gli infanti sono sensibili non solo alla frequenza statistica dei suoni delle parole, ma anche, a seconda della lingua materna, alle regolarità di struttura e alle loro combinazioni. La loro analisi comparativa dei dati dell’inglese, lo spagnolo, il basco e il catalano ha rivelato le straordinarie, precocissime capacità linguistiche degli infanti.

   

Queste che qui riassumo sono solo un piccolo campionario delle sue ricerche e delle sue idee, perché per ampiezza e profondità, le ricerche di Mehler occuperebbero, e spero che occuperanno, un intero grosso volume. Andranno raccolte, selezionate, aggiornate e ripubblicate. Aspettiamo che questo avvenga presto.

  

Mi sento in dovere di dire che Jacques e io siamo stati amici per molti decenni e che devo a lui, quando ancora eravamo entrambi a Parigi, la mia iniziazione alle scienze cognitive e alla grammatica generativa. I seminari allora da lui organizzati a Parigi, con studiosi provenienti dai quattro angoli della terra (Israele, Argentina e Giappone inclusi) furono per me una rivelazione. Continuò, ogni giugno, alla Sissa di Trieste, a organizzare conferenze annuali che mi onorai di aiutare a realizzare. Jacques, ci mancherai tanto tanto!

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