Dimmi che cranio hai

Roberto Volpi

L’Ottocento, l’America e la sua idea di razza. Il determinismo biologico che il nuovo secolo avrebbe sotterrato (anche in nome della genetica)

Certo, oggi il determinismo biologico, specialmente in alcune versioni estreme sul tipo di quello lombrosiano, ci appare, ancor più che superato, assai ingenuo proprio da quel punto di vista scientifico cui si compiaceva invece di ispirarsi e avvalersi. Ma in un modo o nell’altro proprio il determinismo biologico dominò la scena per gran parte dell’Ottocento, nonostante Darwin o, secondo alcuni evoluzionisti più critici come Lewontin, proprio anche grazie a Darwin. Il determinismo biologico ottocentesco, del resto, non si è estinto, si è piuttosto trasformato, diventando da biologico a genetico, trasferendosi cioè dall’oceano della biologia al più circoscritto mare della genetica. Formidabile esempio di determinismo genetico è il saggio “Il gene egoista”, di Richard Dawkins, dell’ormai lontano 1976, che vede nel gene, anziché nell’individuo o nella specie, il soggetto primo e autentico dell’evoluzione. Un vero e proprio apripista del determinismo genetico.

 

Il determinismo biologico ottocentesco conobbe straordinari quanto controversi e meglio ancora immeritati successi nel suo indefesso tentativo di classificare gli individui secondo un singolo, unico parametro: l’intelligenza. Per arrivare a tanto si inventò una scienza tutta sua, nuova, quantitativa, a suo modo statistica, e dunque per definizione scienza che più scienza non si può: la craniometria, la misurazione del cranio, del volume racchiuso nella scatola cranica degli individui. Ovviamente nella data più che dimostrata ipotesi che a maggiore capacità cranica corrispondesse maggiore intelligenza, e viceversa. Intendiamoci, misurare i crani, come qualsiasi altra parte o organo del corpo umano, è del tutto legittimo, anzi utile non foss’altro che per l’accrescimento delle conoscenze relative alle caratteristiche fisiche dell’uomo, di Sapiens. L’antropometria si sviluppò, del resto, attorno al desiderio, scientifico, di trovare e valutare, correlandole tra di loro, le misure dell’uomo, di quello di oggi e di quelli, potendo, del passato per valutarne analogie e differenze. Ma nel caso della craniometria si trattò di un tentativo, e di una scienza, l’uno e l’altra già segnati in partenza da un formidabile pregiudizio sociale secondo il quale la razza bianca, avendo indubbiamente un livello di intelligenza superiore a quello di tutte le altre razze, non poteva non avere anche, per il più classico dei sillogismi, la testa più grande, ovvero il cranio, la scatola cranica che contiene il cervello, l’organo dallo sviluppo del quale dipende l’intelligenza. Sviluppo tutto espresso, secondo la craniometria, nella grandezza volumetrica della scatola cranica, vale a dire nel volume del cervello ch’essa è in grado di ospitare.

 

Quest’idea di poter classificare gli individui secondo un solo parametro che esprime in sé l’essenza e la totalità dell’intelligenza accompagnò l’intera vita, le ricerche, gli studi di uno scienziato, un medico di Filadelfia di buona famiglia, ricco, patrizio, Samuel George Morton, della prima metà dell’Ottocento, che, quando morì nel 1851, lasciò tali e tanti rimpianti da far scrivere sui più importanti giornali che nessuno scienziato americano aveva mai goduto in America e nel mondo di una considerazione tanto alta come quella di cui aveva goduto Samuel George Morton. Morton fu, innanzi tutto un grande raccoglitore e ordinatore di crani, il primo al mondo, e fervente propugnatore della teoria della poligenesi, una teoria che sosteneva che le razze umane sono in realtà specie diverse di uomini che hanno preso il via, per così dire, da progenitori diversi, separati, lontani. Non da un unico Adamo, dunque, come sta scritto nella Bibbia, ma da più Adami la cui discendenza aveva portato il mondo di Morton alla configurazione razziale del suo tempo.

 

La craniometria e il pregiudizio per cui la razza bianca, avendo un livello d’intelligenza superiore, non poteva non avere anche la testa più grande

Siamo in America, tra il terzo e il quinto decennio dell’Ottocento, e la competizione razziale, se vogliamo chiamarla così, è in pieno svolgimento: i bianchi, gli occidentali, i discendenti degli europei che oltre due secoli prima hanno dato inizio alla colonizzazione del continente hanno di fronte, nella loro opera di conquista, i nativi indiani che dai confini del Messico alle regioni dei grandi laghi, da oceano a oceano, si suddividono in miriadi di tribù diversissime tra di loro e vivono in habitat umani altrettanto difformi, e i neri africani, schiavi importati dall’Africa e neri da questi stessi nati in America, il cui numero comincia a farsi consistente, così come le aree del loro insediamento a seguito dell’insediamento e delle esigenze dell’espansione economica e culturale dei bianchi. Forse non è un caso che poligenesi e craniometria, necessità di mettere ordine nelle differenze, di classificarle secondo scale di valori che riflettano la realtà ch’è sotto gli occhi di tutti, vale a dire il predominio della razza bianca, prendano il via da qua, da queste terre già segnate da un melting pot ante litteram, il melting pot dei dominatori, gli stessi che sentono il bisogno di avere una giustificazione razziale, scientifica, indiscutibile della loro opera di conquista e dominio.

 

Già, perché le misurazioni di Morton portano, è quasi superfluo aggiungere, a una classifica già data in partenza, con i bianchi in testa, i neri in coda e i nativi indiani nel mezzo. Già data perché, come avrebbe dimostrato analiticamente Stephen Jay Gould nel saggio “The mismeasure of man” del 1981 – pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1985 sotto il titolo che già dice tutto, contenuto e conclusione del saggio, “Intelligenza e pregiudizio. Le pretese scientifiche del razzismo” – Morton commise, quando si trattò di passare alle misurazioni e da queste alle medie delle capacità volumetriche dei crani secondo le razze che aveva stabilito, errori che andavano tutti e sempre a vantaggio della razza bianca, ovvero dei suoi pregiudizi.

Le misurazioni di Morton portano a una classifica già data in partenza, con i bianchi in testa, i neri in coda e i nativi americani nel mezzo

I campioni, semplicemente, non erano confrontabili tra di loro. Morton non correlò mai la grandezza del cervello al genere e all’altezza degli individui corrispondenti, ma noi sappiamo bene quanto la grandezza della scatola cranica sia da porsi in relazione alle più generali dimensioni del corpo umano. Le femmine sono più piccole e hanno un peso minore dei maschi, logico dunque che, mediamente, la loro testa, e dunque la scatola cranica, sia più piccola e di minore capacità volumetrica. Dunque se si volevano mettere a confronto davvero, e correttamente, i crani di quelle che allora si consideravano razze (e, secondo la poligenesi e lo stesso Morton, addirittura specie umane) diverse e separate tra di loro si sarebbe dovuto porre attenzione a una composizione il più possibile omogenea dei campioni dei crani secondo il sesso e quantomeno secondo l’altezza degli individui cui corrispondevano. Cosa che Morton si guardò bene dal fare. Non solo, ma tra i bianchi egli incluse soprattutto quelli di razze più alte e grandi, e meno quelli di altre, come gli indù, più piccole e con più modeste scatole craniche. Mentre fece piuttosto il contrario per i nativi e i neri. Insomma barò, forse non del tutto consciamente ma barò. Perfino sugli arrotondamenti, ch’erano sistematicamente per eccesso da un lato e per difetto dall’altro – inutile specificare i lati.

 

Con tutto ciò la poligenesi non piaceva ai sostenitori americani della schiavitù. Preferivano non venir meno agli insegnamenti della Bibbia, all’unico Adamo, preferivano pensare che dal giardino dell’Eden in poi l’uomo era declinato, anzi degenerato, e che i livelli della degenerazione non erano stati gli stessi per tutti, cosicché era stato minore il livello di degenerazione dei bianchi e maggiore, decisamente maggiore, quello dei neri. Perché mai mettersi contro i pastori e la religione? Tra la religione e la scienza era la prima che specialmente negli stati del sud, dov’erano i neri, si faceva preferire. Ma neppure Morton e la scuola che ne seguì, i tanti misuratori di crani del suo stampo, e poligenisti come lui, erano atei. La loro era piuttosto un’interpretazione restrittiva ovvero circostanziata del racconto biblico, che si sarebbe interessato dell’Adamo bianco, omettendo la narrazione degli altri Adami. Del resto, un certo grado di elasticità interpretativa era del tutto indispensabile, nel settore. Il grande naturalista francese del settecento George Louis Buffon aveva fissato un criterio divisivo delle specie: l’impossibilità o, almeno, l’infertilità degli accoppiamenti tra specie diverse. E non era certo questo il caso degli uomini, essendo gli accoppiamenti tra bianchi e no, tra neri e no, ovviamente possibili e oltretutto fertili nel medesimo grado.

 

La conoscenza empirica della variabilità umana imprime nuovo slancio all’insopprimibile desiderio di stabilire una classifica tra le razze

Ma siamo alla vigilia della Guerra civile americana, e altresì della pubblicazione de “L’origine della specie”, nel 1859. Avvenimenti che contribuiranno a spostare in Europa la contesa nata in America e a strapparla da quel tanto di condizionamento religioso che laggiù non aveva mai cessato di subire per affidarla completamente nelle braccia della scienza. Braccia innanzitutto statistiche e, si può ben dire, illuministiche. La statistica trovò in Francis Galton, cugino di Darwin, benestante da potersi dedicare anima e corpo a quantificare tutto ciò che era quantificabile e anche ciò che non lo era – come il peso, e per estensione pure l’efficacia, delle preghiere –, il genio che avrebbe introdotto i concetti e le tecniche della correlazione e della regressione ch’egli mise al servizio della sua visione, in fondo ottimistica, dell’eugenetica, termine da lui espressamente coniato, ovvero della possibilità di un continuo miglioramento evolutivo dell’umanità con la competizione e la selezione naturale.

 

Numeri, dati, statistiche. E’ un autentico assalto alla misurazione dell’uomo e segnatamente del suo cranio, della sua capacità cranica volumetrica ancor più intesa come equivalente del “valore intellettuale” dell’uomo e, di conseguenza e per estensione, delle razze umane quello a cui si assiste nella seconda metà del secolo in Europa. Perché se pure in Europa non v’è traccia consistente di contese tra mono e poligenisti come in America, e per quanto la tratta degli schiavi sia qui stata abolita già dagli inizi del secolo, la questione delle razze, ora che il mondo comincia a essere conosciuto nella sua interezza, e che la varietà umana non risulta più confinata nei luoghi di origine ma arriva, allargandosi, in uno stesso luogo, regione geografica, paese, diventa paradossalmente la questione antropologica per eccellenza. La conoscenza empirica della variabilità umana, delle razze umane che popolano la terra, questa conoscenza imprime un nuovo slancio all’insopprimibile, così almeno sembra, desiderio di stabilire una classifica intellettuale tra le razze che riaffermi il primato e giustifichi la posizione di preminenza nel mondo di quell’uomo bianco, quell’uomo occidentale che ora avverte e capisce come non mai la prossimità e, in certo senso, la concorrenza degli altri.

 

L’Ottocento europeo vede, su questa spinta, una tale fioritura della craniometria tra gli antropologi da far loro trascurare altri settori di questa disciplina in grande crescita di idee, strumenti e considerazione. “Molti di noi hanno trascurato gli altri settori di questa disciplina per dedicarsi allo studio dei crani”, ammette non già sconsolato ma con una nota di orgoglio il professore della facoltà di medicina, e fondatore della società di antropologia di Parigi, Paul Broca, la figura di scienziato in cui la craniometria trova al tempo stesso il suo culmine e in certo senso la sua nemesi. Broca non dubita che esista una scala lineare della qualità mentale e intellettuale delle razze sulla quale ciascuna razza può essere collocata; così come non dubita che, se pure il volume della capacità cranica non rappresenta l’unico parametro e di conseguenza l’unico criterio di ordinamento, certamente ricopre, per la possibilità stessa di un tale ordinamento, un ruolo sostanziale di primissimo piano.

 

Broca non ha dubbi neppure sul punto più decisivo, ovvero che questa scala abbia alla sua conclusione evolutiva proprio la razza bianca. Stessa, stessissima conclusione cui già era approdato qualche decennio prima Morton, ma raggiunta con un ben più raffinato, e completo, uso di dati e misurazioni. E, soprattutto, con l’uso attento e smaliziato di quel che Morton invece non aveva mai considerato: la composizione dei campioni di crani in base alle caratteristiche degli individui cui corrispondevano. Quando, per capirci, un antropologo concorrente gli sbatté sotto il naso che i tedeschi avevano un indice di capacità cranica di ben 100 cc superiore a quello medio dei francesi Broca si scatenò letteralmente, sfoderando tutte le sue capacità analitiche per dimostrare che, dal momento che considerava i tedeschi ben meno intelligenti dei francesi, quei 100 cc di volume cranico in più non potevano sussistere. E infatti li polverizzò.

Con lo scienziato francese Paul Broca la craniometria trova al tempo stesso il suo culmine e in certo senso la sua nemesi

Come? Applicando una serie di correttivi ai valori dei crani tedeschi per tenere conto della loro diversa composizione rispetto a quelli francesi in base al sesso (troppe poche donne), all’età (minore di quella dei crani francesi di ben cinque anni; e il cervello, assicurava Broca, rimpiccolisce con gli anni) alle dimensioni corporee (più grandi perché “il tedesco mangia molta più carne del francese” e beve birra) all’eccesso di crani di morti tedeschi per cause violente (gli onesti muoiono di morte naturale, e dunque più vecchi e con cervelli più piccoli). E così via fino a quando non portò la media dei crani tedeschi da 100 cc sopra a 13 cc sotto la media dei crani francesi. Ma Broca e tutta la sua scuola non potevano non cadere, a quel punto, sulle donne. “Potremmo chiederci se le piccole dimensioni del cervello femminile dipendano esclusivamente dalle piccole dimensioni del loro corpo”, si chiese. E si rispose che no, c’era di mezzo anche una reale, effettiva inferiorità intellettuale. Stabilito un criterio, quello del volume del cervello, non è che si potesse derogare a proprio piacimento. Il nuovo secolo l’avrebbe sotterrato. Così come avrebbe sotterrato il concetto stesso di razza riferito a Sapiens.

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