Come cambia il tumore. La lezione di Leone XVI sulla malattia

L'annuncio sobrio del Papa, senza retorica sulla battaglia, racconta quanto è cambiato il nostro rapporto con la malattia. In Italia la mortalità oncologica è diminuita negli ultimi vent'anni, nonostante l'invecchiamento della popolazione. Ora la sfida è puntare sulla prevenzione

24 OTT 26
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Foto LaPresse

Leone XIV al termine dell’angelus di domenica 11 ottobre non è solo sobrio, è letteralmente minimalista. “Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone”, dice il Papa. Specifica poi che il nodulo “è stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato”, ragione per cui “i medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo”. Fine.
Ce ne sono stati di annunci come questo da parte di personaggi famosi del mondo del cinema e della tivvù, della musica e dello spettacolo, dello sport, dell’arte e della politica. È stato, si può ben dire, un crescendo, quasi che nessuno più che sa di avere un tumore potesse fare a meno di esternare questa amara scoperta, questa dolorosa consapevolezza per raccogliere attorno a sé afflato e calore umano. Ma Leone lo ha fatto in modo particolarmente sobrio, e preoccupandosi di specificare che il nodulo era “circoscritto”, “in una fase iniziale”, “ben localizzato”. Tutti sanno com’è proseguita la cosa. L’intervento chirurgico, la ripresa, il ritorno del Papa all’angelus di domenica 18 ottobre, quando ha, di nuovo col massimo della sobrietà, del minimalismo, ringraziato quanti avevano pregato per lui.
Un crescendo di dichiarazioni sul cancro di personaggi del cinema, dello spettacolo, dello sport e della politica. Quello di Leone è stato minimalista
Non si è trattato del solito annuncio per un bel po’ di buone ragioni, non soltanto perché stavolta veniva dal Papa – forse il personaggio al mondo più circondato di affetto e di speranza. Ma anche perché se è vero che Leone XIV non si è sottratto all’annuncio del tumore è ancora più vero che lo ha fatto in nome, potremmo dire, di una sorta di glasnost gorbacioviana, ovvero della trasparenza e non della pubblicità, senza caricare l’annuncio di toni drammatici, risparmiandosi ogni retorica sulla battaglia che lo attendeva (e lo attende) per sconfiggere il tumore. Con questo comportamento si può a ragione dire che Papa Leone XIV abbia ricondotto il cancro, il tumore, a una possibilità avversa come tante ce ne sono, a cominciare appunto dalle malattie, che non si possono espungere dalle umane vicende, che possono sempre insorgere un giorno o l’altro, in un modo o nell’altro, e rispetto alle quali conviene essere preparati. Ci si può spingere fino a dire che con Leone XIV la narrazione del cancro è uscita in modo definitivo dalla retorica per entrare nella dialettica.
Papa Leone XIV ha con ciò portato a compimento il cammino che abbiamo compiuto perché il cancro ci apparisse, apparisse a ciascuno di noi, come una malattia tra le altre. Una malattia della quale si può parlare con una consapevolezza nuova perché aperta anch’essa, come tutte le altre, alla possibilità della guarigione.
Ora, intendiamoci, ciò avviene perché molto è successo – per chi crede, come Papa Leone, col sostegno dello Spirito Santo – nella lotta al cancro che il medico indiano Siddhartha Mukherjee nel suo straordinario saggio premio Pulitzer 2011 “L’imperatore del male. Una biografia del cancro” fa risalire alla scoperta della leucemia, il tumore del sangue, così nominata nel 1847 dall’allora giovane medico Rudolf Virchow, il più grande patologo dell’ottocento, dal greco leukos, che significa bianco: sangue bianco, sangue invaso in misura esplosiva dai globuli bianchi.
Molto è successo, dunque. E molti sono stati i successi contro quello che nel novecento fu battezzato il male del secolo, il male al quale non ci si riferiva mai direttamente, se non col chiamarlo malaccio o, più sottilmente ma anche più drammaticamente, male incurabile. Che, come tale, per essere incurabile era anche fonte di vergogna. Chi aveva un tumore si guardava bene dal rivelarlo e quand’esso appariva evidente dai segni fisici esteriori non esitava a chiudersi in casa, a uscire solo per necessità, a limitare il più possibile, fino in alcuni casi (nient’affatto estremi) a escludere i rapporti sociali, le relazioni interpersonali. Di cancro si moriva, detto diversamente, ancor prima che il cancro avesse compiuto la sua parabola.
Chi aveva un tumore si guardava bene dal rivelarlo e quand’esso appariva evidente dai segni fisici esteriori non esitava a chiudersi in casa
Paradossalmente il suono dei tanti successi nella lotta che la medicina (e non solo la medicina, si pensi da alcuni decenni a questa parte alla genetica) ha ingaggiato contro il cancro da quel lontano 1847 in cui si dette, con leucemia, il nome alla prima forma riconosciuta di tumore è avvertibile proprio nel fiorire, prima incerto ma orgoglioso, oggi consueto e quasi rivendicato, di annunci da parte di quanti si scoprono ammalati di qualche forma tumorale. Annunci che promettono impegno, battaglia, mobilitazione di ogni risorsa, fisica e psicologica, contro un nemico, il cancro, non più ritenuto invincibile bensì sempre più aggredibile con buone speranze di vittoria. Su cosa riposano queste speranze, al momento attuale?
In uno studio pubblicato nel 1988 uno dei massimi demografi italiani, e scienziato di statura mondiale, Antonio Golini, si spingeva a ipotizzare che, prevedendo di arrivare entro i successivi decenni a una vita media di oltre 80 anni per gli uomini e di 90 per le donne, si sarebbe assistito a una riduzione delle morti per malattie del sistema cardiocircolatorio e, invece, a un’espansione irresistibile delle morti per qualche forma tumorale, che sarebbero arrivati a rappresentare il 67 per cento di tutte le morti tra i maschi e il 44 per cento di tutte le morti tra le femmine, in modo tale che i morti di tumore avrebbero rappresentato ben più del 50 per cento, oltre la metà, del totale delle morti.
Antonio Golini ha azzeccato la prima parte della sua previsione, ma ha clamorosamente ciccato la seconda parte, quella sui tumori. In effetti era allora pensiero del tutto condiviso che gli anni che ci aspettavano sarebbero stati quelli della crescita a dismisura dei morti di tumore nella popolazione italiana (e più in generale nelle popolazioni occidentali) per effetto, essenzialmente, dell’invecchiamento della popolazione, processo al quale si riteneva strettamente associato – e in parte sicuramente lo è – quello della proliferazione delle forme tumorali. Ora, oggi in Italia la vita media degli uomini si avvicina agli 82 anni mentre è quasi di 86 anni quella delle donne, cosicché siamo in uno scenario ch’è pressappoco quello utilizzato da Antonio Golini per le sue previsioni, anche se ancora le donne sono distanti di quattro anni dalla vita media di 90 anni.
Ma le morti di tumore maligno, che rappresentavano il 30 per cento delle morti agli inizi degli anni Duemila, rappresentano oggi poco meno del 25 per cento del totale delle morti: invece di oltre una morte su due, com’era in accreditate previsioni, meno di una morte ogni quattro morti, com’è nella realtà odierna. Non ci si deve fare ingannare dai valori assoluti delle morti che ci dicono che mentre nel 2004 i morti di tumore sono stati 158.468 praticamente venti anni dopo, nel 2023 (ultimi dati disponibili), sono aumentati a 164.841: 6.373 morti di tumore in più.
E questo per due ragioni. La prima: nel 2023 la popolazione era di 2,3 milioni superiore a quella del 2004; la seconda: nel 2023 la popolazione era assai più vecchia che nel 2004, e infatti c’erano 193 ultrasessantacinquenni ogni 100 bambini e ragazzi fino a 14 anni compiuti contro gli appena 135 del 2004. Il confronto giusto è quello che si ottiene comparando i tassi standardizzati di mortalità, ovvero quei tassi che sono calcolati a parità di numero di abitanti e a parità di età degli abitanti: ed è così che si vede come da 29,2 morti di tumore ogni 100 mila abitanti nel 2004, si è passati a 24,9 morti di tumore ogni 100 mila abitanti nel 2023. Dunque non solo i morti di tumore maligno rappresentano una percentuale più piccola del totale dei morti – dal 30 al 25 per cento – ma la mortalità per tumori si è sensibilmente ridotta negli ultimi venti anni.
Al miglioramento dei tassi di mortalità per tumore hanno contribuito molto di più gli uomini delle donne, ma agli inizi del duemila i tassi di mortalità per tumore degli uomini erano quasi il doppio dei tassi di mortalità per tumore delle donne; oggi quel divario è sceso al 60 per cento: la mortalità per tumore negli uomini è pur sempre del 60 per cento superiore alla mortalità per tumore nelle donne: 27,7 morti uomini ogni 100 mila uomini contro 17,3 morti donne ogni 100 mila donne. I fattori di rischio di tumore tra uomini e donne si sono sì avvicinati, ma continuano ad essere molto più accentuati tra gli uomini rispetto alle donne. E tuttavia non si esclude che i nuovi casi annui di tumore, che sono oggi attorno a 390 mila l’anno, dei quali 215 mila tra gli uomini e 175 mila tra le donne, possano cominciare a ridursi proprio per l’effetto di una decisa contrazione maschile dei casi tumore.
Le morti per tumore maligno, che erano il 30 per cento del totale delle morti agli inizi degli anni Duemila, rappresentano oggi poco meno del 25
Sempre di più la strategia contro il cancro si incentra sulla prevenzione. Prima ancora che sulle terapie farmacologiche, prima ancora che sulle tecniche chirurgiche, comunque in costante evoluzione entrambe, terapie e tecniche.
L’ultimo rapporto sullo stato delle cose “I numeri del cancro in Italia – 2025” mostra questa predilezione. Sin dalle primissime battute troviamo infatti scritto che “abbiamo sempre più bisogno di prevenzione, sia per far diminuire il numero di persone che si ammalano sia per fare le diagnosi, laddove si può, più presto, quando la probabilità di guarire è altissima e l’impegno terapeutico (per il paziente e per il SSN) è minore”. Alla pubblicazione hanno contribuito in tanti: dall’Associazione italiana di oncologia medica fino alla Società Italiana Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica, passando per Associazioni e Fondazioni, a riprova del crescente impegno (a) nella lotta contro il cancro in tutte le sue forme e specificazioni nelle diverse sedi del corpo umano e (b) nell’impostazione di questa lotta sempre più decisamente spostata sul terreno della prevenzione. Una impostazione che sembrerebbe pagare, dal momento che, come specifica il rapporto “I dati mostrano alcuni progressi significativi: il tasso di mortalità oncologica in Italia è inferiore a quello della media dell’Unione Europea e la sopravvivenza a cinque anni per i tumori della mammella, del colon-retto e del polmone è superiore alla media europea e in miglioramento”.
Sempre di più la strategia contro il cancro si incentra sulla prevenzione, prima ancora che sulle terapie, che sono comunque in costante evoluzione
A sua volta l’accento è posto in modo del tutto particolare sulla prevenzione primaria, ovvero su quella forma di prevenzione tesa a limitare i fattori di rischio per l’insorgenza del cancro, più ancora che sulla prevenzione secondaria consistente nella diagnosi precoce di una forma tumorale già in corso, che oggi si avvale di programmi di screening per i tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina sempre più diffusi su tutto il territorio nazionale, anche se con diseguaglianze sia territoriali (più al Centro-Nord che nel Mezzogiorno) che sociali.
Dal momento che i fattori di rischio per l’insorgenza del cancro si dividono in due grandi categorie: quelli non modificabili, come il sesso, il dna e l’età, e quelli modificabili, legati invece a comportamenti individuali sui quali si può sempre intervenire, la prevenzione primaria si estrinseca nel favorire il controllo dei fattori di rischio modificabili, così da ridurre la probabilità che compaia un tumore.
I consigli di prevenzione rivolti a tutta la popolazione, in qualunque fascia di età sono in verità assai conosciuti, come evitare o smettere di fumare, svolgere attività fisica, seguire una dieta varia e bilanciata, ridurre o eliminare il consumo di alcolici, evitare i comportamenti a rischio, come avere rapporti sessuali non protetti.
Consigli viene da dire di buon senso, ma non sempre facili da seguire; anzi sovente difficili da seguire proprio da parte di quanti più avrebbero bisogno di seguirli. Ma si deve pur dire che certe linee guida da parte di servizi e operatori non raramente soffrono di due limiti, due difetti che non incoraggiano a seguire quei consigli. Il primo è un certo integralismo, secondo il quale ogni minimo scarto da condotte irreprensibili riguardo ai fattori di rischio indicati è foriero di danni e dunque da condannare e da espungere senza pietà dagli stili di vita individuali. Il secondo è invece il peccato del determinismo: l’idea, che finisce per ingenerarsi proprio quando si guarda alla prevenzione con la lente dell’integralismo, che se segui punto per punto le istruzioni, neppure si trattasse di montare uno di quegli infernali congegni elettronici d’oggigiorno, eviterai il tumore che invece ti colpirà se ti rifiuterai di farlo.
C’è sempre stata nella concezione della prevenzione, specialmente di quella primaria, così come viene proposta nel servizio sanitario nazionale e più in generale nel mondo della medicina, una vena savonaroliana che invece di sospingere a seguire i suoi consigli invoglia piuttosto a tenersene alla larga. Quel mondo, il mondo della prevenzione, stenta a capire che esiste anche una epidemiologia del piacere che fa bene e aiuta a non sviluppare le malattie, proprio a partire dal cancro. Una prevenzione a maglie strette, se non addirittura strettissime, costrittive, funziona peggio di una prevenzione dove le maglie concedono qualcosa, qualche movimento, qualche eccezione, qualche alzata di scudi, qualche piacere. Sarebbe bene capirlo, e riequilibrare il racconto dei rischi e dei vantaggi.