Curare, non sorvegliare. L’inchiesta sui certificati “anti-Cpr” e l’appello degli Ordini dei medici

Ventitré medici perquisiti in nove città e quattro indagati per associazione a delinquere. Gli Ordini difendono l’autonomia della valutazione sanitaria: se un certificato è falso, lo si deve dimostrare. Ma un’indagine non è una condanna

26 SET 26
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Flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna, in risposta alla perquisizione di sei medici sospettati di avere falsificato i certificati (Ansa)

Ventitré medici perquisiti in nove città, ma, tra i 23 destinatari delle nuove perquisizioni, uno solo era inizialmente indagato. L’inchiesta della Procura di Ravenna sui cosiddetti certificati “anti-Cpr”, rilasciati per attestare l’inidoneità sanitaria al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri, ipotizza ora l’associazione a delinquere, reato per il quale gli indagati sono quattro. E’ dentro questa vicenda che va letta la presa di posizione unanime dei 106 Ordini territoriali dei medici. Non una difesa corporativa dei colleghi coinvolti e nemmeno una presa di posizione sui Cpr, ma il tentativo di rimettere ciascuno al proprio posto. La valutazione del medico deve riguardare la salute della persona. Non può diventare un atto con cui si autorizza o si impedisce il trattenimento. Se una persona è clinicamente incompatibile con il Cpr, il medico deve poterlo certificare senza pressioni. Se invece una certificazione è falsa, il problema non è più l’autonomia professionale: è un eventuale illecito da accertare.
La distinzione vale anche dall’altra parte. Se il trattenimento è una decisione dello Stato, è lo Stato a doverne sostenere il peso. Non può trasformare il medico nell’ultimo anello della propria politica di sicurezza, chiedendogli di tradurre una decisione amministrativa in un giudizio sanitario. Ma l’autonomia del medico non è neppure una licenza per correggere attraverso un certificato una legge che si considera sbagliata. Un medico può contestare i Cpr, battersi perché vengano modificati o aboliti, avere le opinioni politiche che vuole. Quando visita un paziente, però, deve certificare ciò che riscontra. E qui il garantismo dovrebbe valere per tutti. Un’indagine non è una condanna. Una certificazione contestata non è automaticamente falsa. Ma neppure l’autonomia professionale può diventare uno scudo.