Rallentare sui farmaci significa mettere a rischio la salute. Un appello

Politica sanitaria e politica industriale sono sempre più vicine, e l'Italia deve essere in grado di reagire prontamente per quanto riguarda regolamentazione e risorse investite. Ci scrive il presidente di Farmindustria

17 SET 26
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Foto ANSA

Nella farmaceutica di oggi c’è una variabile che vale quanto la qualità della ricerca e la capacità di investimento: il tempo. Il tempo necessario per trasformare una scoperta scientifica in una terapia, per autorizzarla, valutarla, renderla disponibile e farla arrivare concretamente ai pazienti. E’ su questo terreno che si sta giocando una parte decisiva della competizione internazionale. E per l’Italia la questione è molto concreta: possiamo entrare da protagonisti nella gara globale per l’innovazione oppure rischiare progressivamente di trovarci ai margini dei luoghi nei quali si decide dove investire, ricercare, produrre e lanciare le nuove terapie. Non è uno scenario teorico. Negli Stati Uniti la politica della Most Favored Nation sta introducendo un nuovo elemento negli equilibri mondiali del farmaco. Se il prezzo applicato in altre Nazioni con economie comparabili può diventare riferimento per quello americano, le condizioni stabilite in Europa assumono un peso completamente diverso nelle decisioni globali delle imprese. Cambiano quindi le valutazioni su dove e quando lanciare un nuovo medicinale. Ma anche su dove investire, condurre studi clinici, produrre e sviluppare nuove tecnologie.
Abbiamo già segnalato una significativa riduzione dei nuovi lanci programmati in Europa dopo l’annuncio della MFN. Non esiste naturalmente una spiegazione unica per decisioni industriali così complesse. Ma il segnale deve essere letto per quello che è: la geografia mondiale dell’innovazione farmaceutica sta cambiando e l’Europa deve reagire rapidamente. Perché un farmaco che arriva più tardi non rappresenta soltanto un problema per l’industria. Significa soprattutto un’opportunità terapeutica che arriva più tardi a un paziente. E quando una ricerca clinica o un investimento si spostano altrove, insieme ai capitali si spostano conoscenza, competenze, tecnologie e capacità di innovazione. Per questo oggi politica sanitaria e politica industriale non possono più procedere separatamente. L’Italia dispone di un patrimonio che poche Nazioni europee possono vantare: una grande capacità produttiva, imprese italiane e internazionali fortemente integrate nelle catene globali, competenze scientifiche, ricerca e occupazione altamente qualificata. Una base industriale che genera export e valore aggiunto e contribuisce alla sicurezza sanitaria della Nazione. Ma proprio perché siamo forti dobbiamo alzare l’ambizione. Non basta conservare ciò che abbiamo costruito. L’obiettivo deve essere portare l’Italia nella gara mondiale per l’innovazione, contendendo a Stati Uniti, Cina e alle altre grandi economie la ricerca, gli studi clinici, le nuove piattaforme tecnologiche e gli investimenti che definiranno la medicina dei prossimi dieci anni. Per riuscirci dobbiamo essere consapevoli che gli investimenti farmaceutici non hanno confini. Un nuovo stabilimento, una linea produttiva, un centro di ricerca o uno studio clinico vengono localizzati dove esistono le condizioni migliori. Contano qualità scientifica e competenze, ma sempre di più anche velocità delle decisioni, prevedibilità delle regole e capacità di riconoscere il valore dell’innovazione.
E’ qui che l’Italia può fare un salto di qualità. Il primo terreno è l’accesso. Dobbiamo ridurre la distanza tra autorizzazione europea e disponibilità effettiva delle nuove terapie, intervenendo sui tempi nazionali e sui successivi passaggi regionali. E dobbiamo dotarci di un vero sistema di early access per le innovazioni ad alto valore terapeutico, sostenibile per il Servizio sanitario nazionale e per le imprese. Il secondo riguarda le regole economiche. Non possiamo chiedere alle aziende di programmare investimenti pluriennali mantenendo un meccanismo come il payback, che genera costi difficilmente prevedibili e penalizza proprio chi investe e cresce. Nel nuovo contesto determinato dalla MFN questa contraddizione diventa ancora più evidente. Il terzo terreno è la prossima legge di Bilancio. È lì che possiamo trasformare una priorità dichiarata in scelte misurabili: risorse adeguate per salute e innovazione, superamento strutturale del payback, riconoscimento degli investimenti in ricerca e produzione e strumenti capaci di accelerare l’accesso dei pazienti alle nuove terapie. Il governo ha riconosciuto in questi anni il valore strategico della farmaceutica. Ora abbiamo l’opportunità di consolidare questa scelta costruendo un quadro stabile che tenga insieme salute, industria, ricerca e crescita.
Marcello Cattani, presidente di Farmindustria