Lorenzin sul caso difterite: "La bimba era già fuori da scuola. La mia legge non l'ha protetta"

L'asilo impedì la frequenza perché la piccola non era vaccinata, poi più nulla. "Il sistema pubblico non può considerare concluso il proprio compito con l'esclusione. E sul caso non può esserci silenzio istituzionale". La prenotazione all'Asl usata come schermo, il nodo dei controlli e perché "nel 2017 scegliemmo di non toccare la potestà genitoriale". Parla l'ex ministra della Salute

28 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:44
Immagine di Lorenzin sul caso difterite: "La bimba era già fuori da scuola. La mia legge non l'ha protetta"

Beatrice Lorenzin (Federico Perruolo/Ansa)

La difterite è tornata a uccidere in Italia, per la prima volta dal 1996. A Palermo, una bambina di quattro anni che non era vaccinata è morta poco più di una settimana fa. L’Istituto superiore di sanità ha confermato la presenza del batterio e della tossina responsabile della difterite respiratoria. Il caso ha riaperto la discussione sull’obbligo vaccinale e sulla legge del 2017 che porta il nome di Beatrice Lorenzin. Quasi dieci anni dopo, l’ex ministra della Salute e senatrice del Partito democratico difende l’impianto di quella norma ma ammette che alcuni ingranaggi vadano corretti. Anche se si tratta di una costatazione cruda, la legge ha funzionato, dice, ma questo non è bastato. Da quanto emerge, la bambina, una volta accertata l’assenza dei requisiti, era stata esclusa dalla scuola dell’infanzia già da dicembre 2025. "Ma il sistema pubblico non può considerare concluso il proprio compito con l'esclusione dalla scuola", sottolinea Lorenzin.
“La prima cosa che provo è un dolore enorme, come madre e come legislatrice”. Lorenzin parte da qui, prima ancora della politica. Una bambina è morta per una malattia che la vaccinazione può prevenire ed “è difficile accettare che nel 2026, in Italia, possa ancora accadere”. Quando nel 2017 arrivò il decreto poi convertito nella legge 119, l’obiettivo dichiarato era “invertire il calo delle coperture vaccinali e il ritorno di malattie che sembravano essere sotto controllo”.
Ma il caso di Palermo, secondo la ex ministra, non dimostra che la norma abbia fallito. Anzi, costringe a guardare a un punto più preciso: la bambina non era stata più ammessa perché non risultava vaccinata. La previsione per la fascia 0-6 anni, era stata applicata. "Ora dobbiamo capire se tutti i meccanismi previsti dalla norma siano stati applicati. La domanda – prosegue Lorenzin – diventa allora cosa accade quando il sistema individua un bambino non vaccinato: la scuola ne impedisce correttamente la frequenza, ma l’inadempienza continua?”.
È qui che entra il tema della prenotazione del vaccino, spesso usata come schermo, come un lasciapassare per evitare in realtà di vaccinare i bambini. Nel 2017 il legislatore introdusse nell’articolo 3-bis una disposizione per evitare che una famiglia che avesse chiesto alla Asl di vaccinare il figlio e fosse in attesa dell’appuntamento venisse penalizzata. La motivazione “non era certo quella di consentire di prenotare, non presentarsi e reiterare la prenotazione per aggirare l’obbligo”, spiega l’ex ministra. "Se il meccanismo è diventato questo, nell’esperienza concreta, cioè uno spazio per rinviare indefinitamente il vaccino, allora quello spazio va chiuso”. Lorenzin propone quindi di "collegare la richiesta a un appuntamento certo e a un termine definito, registrando la mancata presentazione e attivando gli adempimenti previsti. Una richiesta di vaccinazione deve essere il primo passo verso la vaccinazione, non un lasciapassare per evitarla. 
L’altro nodo è quello della scuola. La legge Lorenzin stabilì una distinzione: per i bambini da zero a sei anni la vaccinazione è requisito di accesso ai servizi educativi e alla scuola dell’infanzia, mentre dai sei ai sedici anni la mancata vaccinazione comporta solo una sanzione economica una tantum per i genitori. Fu una scelta consapevole, spiega Lorenzin. “Dai sei anni in poi entra però in gioco il diritto-dovere costituzionale all’istruzione: non ritenevamo giusto che un bambino perdesse il diritto alla scuola per una scelta compiuta dai suoi genitori. Cercammo delle soluzioni che tenessero conto del bilanciamento di due diritti costituzionalmente garantiti, quello alla salute e quello all'istruzione”.
Nel Consiglio dei ministri del 2017 si discusse anche se introdurre un automatismo tra mancata vaccinazione e perdita della potestà genitoriale. Fu però deciso di non farlo: “Ci sembrò più giusto lasciare fuori la questione della potestà genitoriale. La sua limitazione deve restare uno strumento eccezionale, valutato dall’autorità giudiziaria caso per caso. È diverso il caso in cui l’autorità giudiziaria valuti che un comportamento reiterato dei genitori determini un grave e concreto pregiudizio per la salute dei figli”.
Ma chi doveva controllare l’effettiva vaccinazione avvenuta e cosa non ha funzionato nella catena sanitaria? La tragedia di Palermo riporta anche alla domanda sui controlli. “Non possiamo dire semplicemente che la scuola non ha controllato”, dice ancora Lorenzin. Bisogna invece “sapere esattamente che cosa sia avvenuto: quando è stata individuata l’inadempienza, quali comunicazioni sono intercorse tra scuola, famiglia e Asl, quante richieste o prenotazioni siano state presentate, quante siano state disattese e quali iniziative siano state assunte dopo”.
Per Lorenzin, però, c’è una questione ancora più importante. L’esclusione dalla scuola non può essere il punto finale dell’intervento pubblico, così come non è “l’obiettivo della legge” che è invece far si che il minore sia “vaccinato e protetto”. “Per questo considero necessari i controlli straordinari avviati oggi in Sicilia, ma dobbiamo anche dirci che vigilanza, chiamata attiva, recupero degli inadempienti e informazione devono essere attività ordinarie della sanità pubblica”.
Quasi dieci anni dopo, dice poi l’ex ministra, riscriverebbe alcuni strumenti, ma non la legge nel suo impianto e ne rivendica anzi i risultati ottenuti. In primis il recupero “rapido delle coperture vaccinali che stavano diminuendo. Si verificò infatti una crescita esponenziale delle vaccinazioni”. L'ex ministra aggiunge poi alcuni strumenti che andrebbero aggiornati alla luce delle esperienze, per esempio lo scambio di dati tra anagrafe vaccinale, Asp e sistema scolastico, così come una norma più stringente sul legame appuntamento-vaccinazione effettiva.
“Il caso di Palermo dimostra però - conclude Lorenzin – che essere esclusi da scuola non significa ovviamente essere protetti dalla malattia. Ed è per questo che mi aspetto un’iniziativa forte anche dal governo. Di fronte a una bambina morta di difterite e a territori nei quali è evidente che le coperture vaccinali sono insufficienti non può esserci silenzio istituzionale”.
La lezione che l’ex ministra consegna al legislatore è quindi meno ideologica di quanto il dibattito sui vaccini lasci spesso intendere. “Certo è che senza un impegno istituzionale compatto, una volontà politica forte e un coinvolgimento di tutti gli attori in campo, non basta una legge da sola per contrastare l’onda della disinformazione sistematica e quotidiana antiscientifica in campo da anni”.