L’Italia innalza le misure di prevenzione contro l'Hantavirus. Con un rischio: quello di renderle inapplicabili

Nonostante il rischio valutato come molto basso da Oms ed Ecdc, il ministero della Salute adotta un protocollo più rigoroso: quarantena di sei settimane per tutti i passeggeri di un volo con un caso confermato, monitoraggio attivo e rete di laboratori potenziata. Restano aperti i dubbi sulla sostenibilità pratica di un sistema di regole tanto severo

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12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 01:35 PM
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Foto Ap, via LaPresse

Quattro italiani si trovano in isolamento dopo essere entrati per pochi minuti in contatto, su un volo della Klm, con una donna poi deceduta in Sudafrica per aver contratto l’Hantavirus. Di questa mattina la notizia del test negativo per la persona in quarantena in Veneto, mentre sono in arrivo allo Spallanzani i campioni biologici del 25enne calabrese
L’Hantavirus non è il Covid, lo ripetono da giorni il ministro della Salute Orazio Schillaci e tutti gli esperti. Il virus è conosciuto da anni, ha una bassa contagiosità e il rischio per la popolazione generale è valutato come molto basso sia dall’Organizzazione mondiale della sanità sia dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Tutto vero. Eppure, l’Italia ha deciso di alzare il livello di attenzione più di quanto chiedano persino le autorità europee. Con una circolare firmata l’11 maggio, il Ministero della Salute ha introdotto una serie di misure che stanno facendo discutere gli esperti di sanità pubblica. Tra tutte, la più controversa riguarda i voli: in caso di passeggero positivo a bordo di un aereo, tutti i viaggiatori dovranno essere considerati contatti ad alto rischio e messi in quarantena per quarantadue giorni. Indipendentemente dalla durata del volo, indipendentemente dalla distanza dal malato, indipendentemente dal tipo di aereo.
Una misura di una severità senza precedenti, che va ben oltre le raccomandazioni dell’Ecdc. L’agenzia europea, infatti, suggerisce di considerare ad alto rischio solo i passeggeri seduti nella stessa fila e nei due posti davanti e dietro, e solo sui voli più lunghi di sei ore. L’Italia ha scelto la linea della “massima precauzione”, come recita il documento firmato dai vertici della prevenzione Sergio Iavicoli e Maria Rosaria Campitiello. Ma la domanda da porsi è: una misura del genere è davvero applicabile?
La prima difficoltà è tecnica. Per attivare la quarantena di un intero aereo, le autorità sanitarie dovrebbero essere informate in tempo reale della presenza a bordo di un passeggero sintomatico o risultato positivo. Oggi i meccanismi di segnalazione esistono – la circolare stessa richiama l’obbligo per le compagnie aeree di avvertire gli Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera – ma non sempre sono così rapidi ed efficaci. Un volo atterra, i passeggeri si disperdono. Se la notizia del caso confermato arriva ore o giorni dopo, come si fa a rintracciare decine o centinaia di persone prima che rientrino nelle loro case, prendano mezzi pubblici, incontrino familiari e colleghi? La pandemia da Covid ha già mostrato i limiti del contact tracing su larga scala. Rintracciare un intero aereo è complesso ma possibile. Rintracciarlo in tempo utile per impedire che i contatti, a loro volta, ne creino altri, è un’altra storia.
C’è poi il nodo della durata. Quarantadue giorni di isolamento sono un tempo lunghissimo. Sei settimane lontani dal lavoro, dalla famiglia, dalla vita normale. Per un singolo individuo ad alto rischio – come i quattro italiani attualmente in quarantena – la misura può essere sostenibile. Ma per un intero aereo? Pensiamo a un volo Roma-New York con trecento passeggeri. Mettere tutti in quarantena per quarantadue giorni significherebbe bloccare centinaia di lavoratori, turisti, studenti. Le assenze dal lavoro, i disagi familiari, i costi sociali diventerebbero esorbitanti. La circolare non affronta il tema delle deroghe o delle eccezioni. Si limita a dire che l’uscita dalla quarantena è consentita solo “per preservare la salute mentale e il benessere”, indossando una mascherina ed evitando assembramenti.
Oltre alla regola sui voli, la circolare introduce altri elementi rilevanti. Per i contatti ad alto rischio è previsto un monitoraggio attivo quotidiano: ogni giorno, per quarantadue giorni, un operatore sanitario deve contattare la persona per verificare la comparsa di febbre, dolori muscolari, mal di testa, sintomi gastrointestinali o respiratori. Non ci si affida all’autonomia del singolo: è lo Stato che deve cercare attivamente il contatto. Quanto ai test diagnostici, la circolare stabilisce che devono essere prioritari per i soggetti sintomatici, mentre per i contatti asintomatici non sono raccomandati test di routine: durante il periodo di incubazione, un test negativo potrebbe dare una falsa rassicurazione. Viene inoltre istituita una rete nazionale di laboratori di riferimento, e le Regioni dovranno individuare entro una settimana le strutture idonee. Vengono infine rafforzati i controlli di frontiera e potenziata l’attività di counselling per i viaggiatori.
Il ministro Schillaci ha cercato di rassicurare i cittadini. “Oggi in Italia non c’è alcun pericolo”, ha detto. Ma allora la domanda sorge spontanea: se il rischio è così basso, perché adottare una misura così estrema? La risposta è nell’impostazione della circolare: il principio di massima precauzione. Dopo l’esperienza del Covid, nessuno vuole essere accusato di aver sottovalutato un’emergenza. Ma il rischio opposto è quello di creare un sistema di regole talmente severo da diventare inapplicabile nella pratica. Perché la prudenza non significa per forza eccesso, e le regole, per essere rispettate, devono prima di tutto essere fattibili.
Nel frattempo, le quattro persone tornate in Italia dal volo incriminato del 25 aprile restano in isolamento. Finché i casi resteranno sporadici, la regola potrà forse funzionare. Ma se un domani si verificasse un caso su un aereo di linea diretto in Italia, ci troveremmo di fronte a una scelta obbligata: applicare la quarantena a tutti, con conseguenze organizzative enormi, o fare retromarcia, ammettendo che la regola era troppo ambiziosa per essere seguita. Meglio, forse, un approccio più mirato e realistico, in linea con le indicazioni internazionali.