Ora anche il Fmi falsifica la diagnosi (nazionalista) di Berlino sulla crisi
Lentamente ma sicuramente, anche le principali istituzioni finanziarie internazionali ora contestano la diagnosi della leadership tedesca sulla crisi dell’Eurozona. Il Fondo monetario internazionale ieri, e la Banca centrale europea due giorni fa, infatti, hanno falsificato apertamente alcuni degli assunti teorici che giustificano l’approccio nazional-nazionalistico di Berlino, quello dell’austerity fine a se stessa, dei “compiti a casa” da svolgere ciascuno per conto proprio, quello dei veti opposti a ogni soluzione che comporti una significativa condivisione di rischi e responsabilità.

L’ultimo di questi veti l’ha espresso due giorni fa Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, sotto forma di “riserva” alla decisione di Mario Draghi che si era detto pronto – ad alcune precise condizioni – a intervenire a sostegno dei debiti sovrani degli stati più in difficoltà. Sostiene Weidmann, però, che questo intervento equivarrebbe tout court a una monetizzazione del debito, a un premio immeritato per paesi indisciplinati e perciò giustamente incalzati da Lady Spread. Draghi allora ha scelto la strada del compromesso, ma assieme alla maggioranza dei banchieri centrali dell’Eurozona ha chiarito di non credere più a questa tesi. Il numero uno dell’Eurotower, in conferenza stampa, non ha detto genericamente che “gli attuali livelli dello spread sono inaccettabili”, come sintetizzato da alcune agenzie stampa, ma che “quei premi per il rischio (sui titoli governativi, ndr) che sono collegati alle paure sulla possibile fine dell’euro sono inaccettabili e devono essere affrontati”. Detto altrimenti: caro Weidmann, cara Berlino, non tutto lo spread, oggi come oggi, è meritato. Una parte del rischio percepito dagli investitori dipende dalle debolezze sistemiche del sistema euro e non dallo scarso impegno rigorista di Italia, Spagna, etc. Ergo: per fugare questi dubbi serve un intervento sovranazionale, anche da parte della Bce.
Se la crisi ha sempre più un connotato sistemico, predicare l’austerity in un paese solo – ieri in Grecia, oggi in Spagna e in Italia, domani in Francia, e così via – non servirà a evitare un ulteriore avvitamento della crisi. E’ questo il corollario del ragionamento di Draghi che, non a caso, dall’inizio del suo mandato ha posto l’integrazione dell’Ue come condizione da rispettare – quanto meno alla pari del tandem merkeliano “rigore fiscale e riforme strutturali” – per i governi dell’Ue che chiedono l’aiuto della Banca centrale.
Ieri anche il Fondo monetario internazionale ha messo nero su bianco la sua puntuta contestazione alle tesi della leadership tedesca. L’organizzazione internazionale, nel suo “Spillover report” annuale, scrive che “non abbastanza è stato fatto” per fermare la diffusione del contagio nell’Eurozona. Ma soprattutto il Fmi, difficilmente tacciabile di lassismo fiscale o di accondiscendenza verso i paesi dell’Ue che si affacciano sul Mediterraneo, sostiene ora che “l’osservato aumento dei rendimenti sui titoli di stato di molti paesi dell’Eurozona è guidato principalmente da un fattore comune piuttosto che da rischi fiscali o di liquidità dei singoli paesi”. Gli analisti del Fmi hanno annesso alla loro analisi un grafico (qui a sinistra) che tornerà utile in tempo di quotidiane divinazioni del movimento dello spread tra titoli di stato europei e Bund tedeschi: quel che il grafico dice, in maniera cristallina, è che in Italia e Spagna – per esempio – lo spread sale più per il comune “rischio Europa” che per la somma di problemi macroeconomici o finanziari dei due paesi. Un’unione monetaria senza Banca centrale, senza unione fiscale e senza cervello politico comune: tutto ciò fa temere agli investitori che l’euro possa sgretolarsi, è questo – in maniera preponderante – ad alimentare la speculazione. Parola al Fmi, ancora: “In particolare c’è la sensazione che, nonostante i progressi compiuti (dalla Bce, dai Fondi salva stati, etc.), le risposte pan-europee a quello che ora è un problema pan-europeo non siano adeguate”. Ecco falsificate le fondamenta teoriche della strategia troppo nazional-nazionaliste dei falchi di Berlino.