Il contenimento del virus, la libertà, la distanza, i sintomi, i rimedi

Medici e studiosi a confronto sull’emergenza. Parlano Gismondo, Petrosillo, Andreoni, Mancini, Bassetti
5 MAR 20
Ultimo aggiornamento: 10:26
Immagine di Il contenimento del virus, la libertà, la distanza, i sintomi, i rimedi

Tensostruttura davanti al pronto soccorso dell'ospedale di Piacenza per far fronte all'emergenza coronavirus (LaPresse)

Roma. È la giornata delle decisioni drastiche sul contenimento del virus, in cui ci si immagina immersi in una nuova dimensione, attorno al concetto di “distanza di sicurezza”. Dove stiamo andando? “Dobbiamo intanto prendere coscienza del fatto che nessun luogo nel paese è potenzialmente esente dal contagio, e nessun altro paese in Europa”, dice Nicasio Mancini, direttore della Scuola di specializzazione in microbiologia e virologia dell’Università “Vita-Salute” del San Raffaele. “Dunque l’unico modo per impedire la diffusione del virus”, dice Mancini, è limitare il più possibile i contatti sociali. Altra precauzione: in presenza di sintomi respiratori come tosse o raffreddore, tanto più se con febbre, evitare di uscire di casa”.
Alcune misure, però, hanno lasciato perplessa una parte della cittadinanza: “Dire di stare a distanza, di non salutarsi con baci e abbracci”, dice Mancini, “può sembrare un ritorno al Medioevo, invece è importante fermarsi a riflettere e prendersi la propria parte di responsabilità. Non posso per legge mettere in isolamento chi sta bene, ma anche gli asintomatici devono sentirsi potenzialmente a rischio contagio e sapere di poter essere un rischio per gli altri. L’allerta deve essere alta a maggior ragione anche dove non ci sono focolai. Ognuno di noi è coinvolto”.
Dunque, in presenza di questa tipologia di epidemia, dice Petrosillo, “si mette in atto anche contemporaneamente il cosiddetto ‘lock down’, chiudendo luoghi di ritrovo, eliminando le occasioni di incontro e consigliando agli anziani di stare a casa. L’intervento può non essere risolutivo ma presenta un vantaggio importante: quello della diluizione nel tempo dei contagi, cosa fondamentale per non arrivare a intasare reparti già pieni. E, in attesa del vaccino, e della stagione calda che potrebbe presumibilmente portare a una riduzione dei contagi, la strategia restrittiva, anche sulle scuole, può contribuire a evitare un aggravamento della situazione. È vero che sui bambini il virus non si esprime con virulenza, ma chiudere le scuole consente di rallentarne la diffusione anche presso gli adulti e proteggere le persone più fragili, oltre darci il tempo di osservare, studiare, capire”.
Dall’altro lato c’è la vita improvvisamente stravolta: “So che queste misure danno la percezione della mancanza di libertà”, dice Petrosillo, “ma sono necessarie se vogliamo conservare la capacità di rispondere a un evento straordinario. Ma per non dare al virus la possibilità di espandersi a dismisura su una popolazione ‘vergine nei suoi confronti, cioè senza anticorpi, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti”.
Matteo Bassetti, Primario infettivologo del San Martino di Genova, di fronte ai numeri invita a fare attenzione alla cosiddetta “punta dell’iceberg”: “È probabile che stiamo vedendo i casi più gravi: sotto, tra i casi sommersi, c’è un 80-85 per cento di casi con sintomi in gran parte lievi. Però attenzione a banalizzare: dire che molti casi sono ‘come l’influenza’, aggiungendo ‘banale’ non è corretto: ci sono casi critici anche di influenza, esiste un tasso di mortalità anche per l’influenza. La differenza tra influenza cosiddetta normale e Covid-19 è che nel primo caso esiste un vaccino, gran parte della popolazione ha gli anticorpi ed esistono dei farmaci. Nel secondo caso non ancora”. È una settimana decisiva, questa, si dice. “È decisiva per capire in che direzione sta andando l’epidemia. E le misure adottate a me sembrano misure prima di tutto di buon senso, lapalissiane. Spero che questa situazione ci abbia insegnato – o insegnato di nuovo – l’atteggiamento da tenere per preservare la nostra salute”. Si parla di attenzione ai sintomi. Bassetti dice: “In caso di tosse secca e febbre anche non elevatissima meglio mettersi in isolamento. È una regola che vale sempre; oggi più che mai”.
Maria Rita Gismondo, direttore del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica bioemergenze dell’ospedale “Sacco” di Milano, osserva lo stato delle cose dalla seconda settimana di quarantena lombarda: “Capiremo in questi giorni se i sacrifici e le limitazioni hanno dato i loro frutti, anche se non si può abbassare la guardia ora. Allo stesso tempo invito a non abbandonarsi al panico: questo virus nella grande maggioranza dei casi dà sintomi simil-influenzali o non dà sintomi. C’è sì il 10 per cento di casi che richiedono la terapia intensiva ma sulla mortalità bisogna sottolineare che i decessi, come avviene con molte altre infezioni, come l’influenza sono di persone decedute ‘con’ il Coronavirus, non ‘di’ Coronavirus. Altro punto da sottolineare: probabilmente il virus, in gran parte appunto poco sintomatico, circolava da prima del caso Codogno, e probabilmente regioni che non hanno casi evidenti li avranno. Contenimento, quindi, ma senza panico”.