Che faccio, lo ammazzo? L'inquietante ritorno della violenza giovanile

Dall'aggressione a uno studente a Milano al ricordo degli anni di piombo, quando il dissenso politico poteva costare la vita. La violenza tra giovani torna a inquietare, mentre l'odio per chi la pensa diversamente sembra cancellare ogni spazio di confronto e mediazione

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Foto LaPresse

Che faccio, lo ammazzo? Se è per questo, uno studente milanese di destra, Sergio Ramelli, nel 1975 venne ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra perché in un suo tema aveva deprecato l’operato delle Brigate rosse. Voglio dire, fino a che punto può arrivare oggi la violenza giovanile a causa di un dissidio politico benché il più elementare? Ne sto parlando stimolato da un recente articolo di Paolo Berizzi su Repubblica dove raccontava di uno studente universitario di sinistra, “Francesco”, colpito violentemente alla testa da un gruppo di estremisti di destra (gli si erano avventati contro in dodici) perché reo di avere strappato un manifesto politico che loro avevano appena affisso sui muri di una scuola milanese. Ne ha avuto un ematoma cerebrale non esattamente da scherzarci sopra. E’ in ospedale, malconcio.
Ecco, la domanda è questa: basta lacerare un manifesto politico perché gli autori di quel manifesto rischino di ucciderti da quanto violentemente ti odiano e dunque ti colpiscono? Erano cose che accadevano ogni giorno ai tempi bollenti della mia gioventù, possibile che accadano ancor oggi? Che cosa farei io oggi se trovassi appeso da qualche parte un manifesto che predica qualcosa di destra e cioè qualcosa che va contro le mie convinzioni? E’ in qualche modo comprensibile che il dissenso politico tra i giovani arrivi a queste vette di ferocia?
Mi torna in mente ogni volta il giorno di quando avevo vent’anni e io e altri studenti di sinistra avevamo affisso su una lavagna dell’università un manifesto in cui celebravamo le nostre idee di sinistra. Io ero a pochi metri da quel manifesto quando gli si avvicinarono tre studenti vestiti di nero e che erano manifestamente di destra. Cominciarono a beffarsene ostentatamente. Ci scambiammo qualche velenosità e finché io, senza farlo vedere e dato che loro erano tre e io uno solo, non mi tolsi la cintura dei pantaloni e la avvolsi attorno al pugno destro, un gesto di cui ancor oggi mi vergogno con me stesso.
Pur continuando a commentare spregiativamente quel che c’era scritto sul manifesto, i tre studenti fascisti si allontanarono. Nel pomeriggio tornai all’università: il manifesto era stato strappato e lacerato. E meno male che fosse andata così, senza l’ombra di una qualche rovinosa zuffa come pure ne avvenivano tante in quei mesi e anni. E nel chiamarle zuffe sono stato impreciso, perché talvolta ci scappava il morto. Questo dappertutto in Italia. Lo ripeto, di quell’atmosfera mi ricordo con orrore. E dire che il peggio doveva ancora venire, per merito delle Br e delle formazioni a loro consanguinee su un fronte o su altro. Delinquenti e basta.
Questo avveniva molti anni fa. Sono partito invece da un episodio di pochi giorni fa, dove pure poteva scapparci il morto a quanto ne scrive Berizzi. Mi direte che trenta o quarant’anni fa questo accadeva ogni giorno, mentre oggi resta un episodio isolato. In realtà è un episodio che ancor oggi potrebbe accadere da un momento all’altro, nell’una o nell’altra università, nell’uno o nell’altro liceo.
E del resto pur senza arrivare ai colpi di pistola o ai pugni sferrati al volto, ve ne accorgete dappertutto che l’odio frontale è una materia molto in voga. In televisione una trasmissione si accende quando i due interlocutori cominciano ad alzare la voce, magari se ne dicono di roventi. Laddove è del tutto naturale che le opinioni non coincidano, che c’è chi la pensa così e chi la pensa cosà, che non è in ballo la vita e la morte dell’uno o dell’altro. In politica più che mai. La politica è l’arte di mediare le opinioni, di farle convivere, di trovare soluzioni che non siano disastrose.
Di recente mi hanno invitato a far chiacchiere da un’organizzazione giovanile del partito della Meloni. Naturalmente ho accettato senza la minima esitazione. Sono andato, ciascuno ha detto la sua, chi mi ha riaccompagnato a casa in auto (io non sono guidare) era un ragazzo entusiasta delle proprie idee. Se vedessi un loro manifesto affisso da qualche parte? Lo leggerei e passerei oltre.